sabato, aprile 21

Sudan, Bashir passa il bastone del comando? Il Presidente avrebbe espresso la volontà di uscire dalla scena politica del Paese e indicato un successore. Ma l'operazione non è per nulla facile e scombina i piani europei e americani

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Rumors nei corridoi del potere e nelle stanze delle Ambasciate occidentali a Khartoum. Il Presidente Omar El Bashir, al potere dal 1989, quando organizzò un colpo di Stato contro il Governo del Primo Ministro Sadiqu al-Mahdi, approfittando della sua posizione di Colonello dell’Esercito sudanese, avrebbe espresso presso i vertici del National Congress Party (NCP) la volontà di uscire dalla scena politica del Paese.

Dal 2014 il regime sudanese ha giocato bene le sue carte. Sul fronte interno ha schiacciato militarmente le principali opposizioni armate nel Darfur e nelle province sud al confine con la Repubblica del Sud Sudan. Attualmente solo il JEM (Movimento di Giustizia ed Equità) nel Darfur, e Sud Kordofan e il SPLA-Nord guerriglia negli Stati del Nord Kordofan, Blue Nile -che ha come obiettivo rovesciare il Governo islamico di Bashir e istaurare nel Sudan un Governo laico e democratico-, rappresentano le forze di opposizione armata ancora in grado di fronteggiare l’Esercito sudanese e le sue milizie genocidarie.

Avendo prevalso sulla maggioranza delle guerriglie interne, per decenni finanziate dall’Occidente, il regime di Khartoum ha imposto un finto dialogo nazionale, completamente pilotato dal NCP ma presentato da alcune rapresentanze diplomatiche europee -tra cui quella italiana- come un vero e proprio dialogo della pace e riconciliazione. Grazie all’opera di alcuni diplomatici europei ‘lungimiranti’, tra cui l’ex Ambasciatore italiano a Khartom Armando Barucco, il regime sudanese ha beneficiato di uno ‘sdoganamento’ politico.

Da Stato terrorista e regime totalitario, Khartoum è divenuto un alleato strategico per l’Occidente nella lotta contro il terrorismo islamico e i flussi migratori incontrollati. Questo sdoganamento, che ha portato ad un parziale annullamento delle sanzioni economiche imposte da Unione Europea e Stati Uniti, è stato promosso da questi diplomatici lungimiranti nonostante il regime continui a reprimere violentemente ogni forma di dissenso interno, a massacrare le popolazioni inerme nei due Stati del Kordofan, nel Blu Nile e nel Darfur, utilizzando anche armi chimiche, e a permettere l’esistenza di cellule terroristiche del Daesh all’interno della Università di Khartoum. Cellule terroristiche di fatto tollerate dal NCP, all’interno del quale ancora è forte la componente estremistica islamica che facilitò il golpe di Bashir nel 1989.

La realpolitik proposta da questi diplomatici illuminati occidentali ha scelto tra i diritti umani e una alleanza geostrategica utile all’Unione Europea e Stati Uniti. Noto fu il caso di deportazioni di immigrati sudanesi dall’Italia nell’agosto 2016 con il supporto attivo dei servisi segreti sudanesi nel quadro di accordi stipulati tra la polizia italiana e quella sudanese sulle immigrazioni irregolari. Questi immigrati fuggivano dalle zone di conflitto dove il regime sudanese stermina le popolazioni senza pietà e quindi rientravano tra le categorie che hanno diritto di richiedere l’asilo politico e di vederselo riconosciuto. Nessuno conosce la sorte di questi rifugiati dopo essere stati presi in custodia dalla Polizia sudanese al loro rientro. Una palese violazione dei diritti dei rifugiati che ha offuscato l’ottima mediazione del Governo italiano avvenuta nel 2014 per la liberazione di Merian, una donna cristiana sudanese condannata a morte per apostasia e successivamente rilasciata dalle autorità sudanesi e rifugiatasi in Italia.

L’opera di questi diplomatici  era tesa a interrompere la guerra fredda contro il regime Islamico di Khartoum per evitare una maggior radicalizzazione e pericoli di supporto terroristico a livello continentale che protevano estendersi in Europa tramite la sovvenzione di cellule terroristiche del Daesh o di Al Qaeda. Khartoum negli anni Novanta aveva ospitato e protetto anche Osama bin Laden, prima di espellerlo nel 1996. Questi diplomatici convinsero Bruxelles e Washington della necessità di una nuova politica estera di distensione verso il regime di Bashir che avrebbe portato con il tempo ad un pacifico cambiamento democratico interno e l’uscita di scena del dittatore.

Questo cambiamento potrebbe avvenire ma non nei termini e modalità previste dai diplomatici italiani ed europei che hanno contribuito alla distensione con il regime islamico di Khartoum. Informatori sudanesi segnalano che all’interno del NCP si sta discutendo sulla possibilità di rimpiazzare il dittatore Omar El Bashir con una figura piú moderata. Rumors di un possibile cambiamento al vertice erano giunti alle orecchie dei servizi segreti occidentali operanti in Sudan nel febbraio 2017. Rumors analizzati con estrema prudenza. Evidentemente le discussioni all’interno del regime  stanno continuando, dando i primi frutti.

Ora il probabile sucessore a Bashir ha un nome e un voltoMohamed Tahir Ayala. A fare il nome del successore è stato lo stesso Bashir martedi 14 novembre durante un comizio pubblico. «Se il Governatore della Contea di Gezira, Mohamed Tahir Ayala deciderà di candidarsi alle presidenziali del 2020 avrà tutto il mio supporto», ha dichiarato il dittatore colpevole di innumerevoli crimini contro l’umanità ma ora considerato un interlocutore politico dall’Occidente grazie dall’opera di sdoganamento attuata in questi ultimi anni.

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