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Dopo il voto

Trump figlio dalla rabbia popolare

Il punto di vista di Philip Giraldi sulle elezioni e il futuro degli Usa

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L’onda lunga di queste elezioni statunitensi sembra destinata a propagarsi per parecchio tempo, sia all’interno degli Usa che nel resto del mondo. Cosa comporta l’elezione di Trump sotto il profilo strategico? Ne abbiamo parlato con Philip Giraldi, ex alto funzionario della Cia ora in pensione ed editorialista per ‘The American Conservative’.

 

Pochi giorni fa, Julian Assange ha dichiarato che l’establishment non avrebbe mai permesso che Trump venisse eletto. Ti aspettavi che le elezioni andassero in questo modo? Quali sono le principali implicazioni della vittoria di Trump in materia di politica interna?

Mi aspettavo questo risultato perché sospettavo che la rabbia nei confronti dell’establishment avrebbe portato alle urne cittadini che non avevano mai votato. L’establishment negli Stati Uniti ruota attorno all’asse politico-economico Washington-New York, che controlla a sua volta i grandi mezzi di informazione. È tutta una questione di denaro e potere e a nessun candidato sarà permesso mettere in discussione lo status quo. I poteri forti hanno attaccato subito Trump perché lo consideravano un candidato ostile ai loro interessi. Hanno cercato di diffondere la convinzione che Trump fosse inaccettabile per via del suo temperamento e della sua scarsa esperienza ma la verità è che nessun candidato, per quanto qualificato, che si azzardi a sfidare l’establishment viene sistematicamente marginalizzato e denigrato, e quindi indotto alla sconfitta. È capitato a Pat Buchanan, Ross Perot, Ron Paul e Bernie Sanders. Accadrà a qualsiasi candidato outsider o comunque inquadrato in maniera non favorevole. L’establishment può essere sconfitto quando la rabbia popolare nei confronti delle politiche che impone raggiunge la soglia critica, come è accaduto in questo caso specifico nonostante la classe politica e la grande informazione siano state molto abili ad esacerbare le divisioni etniche tra i vari sottogruppi per metterli gli uni contro gli altri.

 

Per quanto concerne la politica estera, quali saranno gli sviluppi di maggiore rilievo? Quale credi che sarà d’ora in poi la politica statunitense verso la Russia, la Cina e l’Unione Europea?

Assisteremo a un rasserenamento dei rapporti con la Russia, ma Cina ed Iran subiranno forti pressioni affinché ridimensionino le loro ambizioni regionali. La situazione rimarrà ‘calda’, ma non così pericolosa se la Russia verrà inserita nell’equazione. La nuova amministrazione manterrà un rispetto puramente formale di fronte alle prese di posizione degli alleati europei, ma nei fatti tenderà ad ignorare complessivamente le loro opinioni. Un approccio che rimane in vigore da molti anni, a causa del fatto che Washington non è mai stata particolarmente interessata ad adottare strategie diplomatiche che richiedono sottigliezza e un adeguato periodo di decantazione. Preferisce da sempre le soluzioni rapide ed efficaci che generalmente si ottengono grazie alle minacce e all’uso della forza. L’inesperienza di Trump suggerisce che ci saranno pochi cambiamenti al riguardo.

 

Steve Pieczenik, che in Italia conosciamo molto bene, ha promesso che avrebbe bloccato l’ascesa verso la presidenza di Hillary Clinton, accusandola di essere a capo di un gigantesco sistema di corruzione. E lo ha fatto parlando a nome di una nutrita parte della comunità d’intelligence statunitense. Pensi che il suo punto di vista radicale sia effettivamente condiviso da settori importanti dello Stato? Anche alla luce della controversa gestione dell’indagine sulla Clinton da parte direttore dell’Fbi James Comey, pensi si sia verificato uno scontro interno allo ‘Stato profondo’ Usa?

Pieczenik ha ragione nell’attribuire ai Clinton enormi responsabilità per quanto riguarda il diffondersi della corruzione sia a livello istituzionale che di singoli individui, ma è una favola che vi sia una fronda interna alla comunità di intelligence che abbia minato l’elezione della Clinton, sebbene il verdetto delle urne possa indurre a giungere a una simile conclusione. Molti funzionari dei servizi segreti e delle forze dell’ordine, sia attivi che in pensione, ha ritenuto che eleggere Hillary Clinton sarebbe stato un grave passo falso per il Paese, ma di qui a pensare che questa sfiducia di base si sia tradotta in una cospirazione trasversale ai vari apparati ce ne corre. Comey ha tentato di uscire indenne alle molte sollecitazioni (sia interne che esterne all’Fbi) a cui era sottoposto, agendo alla fin fine in modo molto goffo. Hillary, con il suo sistema di corruzione e di favori in cambio di denaro, incarna la versione americana dello ‘Stato profondo’.

 

Sia Trump che la Clinton hanno promesso di investire forti somme nell’ammodernamento delle infrastrutture e nella creazione di nuovi posti di lavoro. Credi che il nuovo presidente terrà fede alla promessa? Economicamente parlando, pensi che questo impegno sia sostenibile senza procedere a un ridimensionamento dell’enorme apparato imperial-militare Usa?

Le promesse fatte in campagna elettorale sono parole al vento, destinate ad essere dimenticate dopo il voto. Non ci sono fondi disponibili all’ammodernamento delle vecchie e logore infrastrutture del Paese, mentre il debito tende drammaticamente a diventare sempre più alto. La politica di iniettare denaro pubblico direttamente nell’economia non ha mai prodotto risultati soddisfacenti. Sfortunatamente, la sovra-esposizione imperiale è destinata a continuare sotto la nuova amministrazione, che ha promesso di impegnarsi in una politica estera meno capillare ma più aggressiva. Alla fine, non si riusciranno a reperire le risorse per aggiustare i problemi interni del Paese.

 

Quali rapporti di forza si instaureranno negli Usa?

È improprio parlare di equilibrio di forze, visto che entrambe le parti sono pienamente dedite alle stesse pratiche corruttive. Il settore finanziario compra i politici affinché approvino leggi a beneficio dei banchieri, facendo in modo che la classe privilegiata diventi sempre più ricca, quasi sempre a spese di tutti gli altri. Non vedo come Trump possa cambiare questo stato di cose.

 

Come pensi che inciderà questo voto sull’esito di quella che è stata definita ‘Nuova Guerra Fredda?

Disinnescando la crisi si favorirà indubbiamente una certa distensione bilaterale. Hillary Clinton dichiaro di voler intensificare la fornitura di armi all’Ucraina e di favorirne l’ingresso nella Nato assieme alla Georgia. Ha anche annunciato che avrebbe imposto una no-fly zone sulla Siria. Entrambe queste mosse avrebbero inesorabilmente reso molto più plausibile uno scontro armato con la Russia che, da parte sua, aveva chiarito che avrebbe impiegato armi nucleari se attaccata. Sotto questo punto di vista, l’elezione di Trump è da considerare molto positivamente.

 

A cosa credi sia dovuto il successo di un candidato tanto eccentrico e peculiare come Donald Trump?

Donald Trump ha cavalcato la furia dei molti cittadini statunitensi appartenenti alla middle-class che hanno visto declinare il proprio tenore di vita nell’ambito di un generale depauperamento della comunità. Il governo non è riuscito né a porre sotto controllo il fenomeno dell’immigrazione illegale né a mettere in piedi un programma sanitario sostenibile. In compenso, ha persistito nel portare avanti una serie di guerre senza fine, accelerato il declino economico e bloccato la mobilità sociale. Entrambi i partiti sono da ritenere responsabili di questa situazione disastrosa su cui Trump e Sanders hanno costruito il proprio successo elettorale.

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