mercoledì, gennaio 17

Isis, una seconda vita in Africa?

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Secondo molti analisti l’area geografica ideale in cui realizzare gli utopici obiettivi dell’Isis, ovvero la creazione di un autentico califfato islamico, non sarebbe l’Asia, né tanto meno il Medio-Oriente, bensì l’Africa. Il continente africano è per una serie di fattori, decisamente più vulnerabile e più esposto al rischio di venire gradualmente scavato dall’espansione incontrollata dei vari gruppi islamisti. Povertà diffusa, debolezza delle entità statali, proliferazione del numero di armi, corruzione endemica, un tasso di analfabetismo elevato e condizioni socio-sanitarie precarie creano un contesto esplosivo e tendono ad alimentare l’insoddisfazione della popolazione, spingendola ad accettare più facilmente il ricorso alla violenza. Non è solo la condizione di sottosviluppo in cui versano ampie fasce della popolazione a rendere l’Africa un territorio in cui il cancro del terrorismo islamista attecchisce particolarmente bene; anche la complessa struttura etnica, tribale e religiosa della maggior parte dei Paesi africani crea un ambiente molto sensibile alle spaccature e pericolosamente esposto ai conflitti settari, su cui organizzazioni come l’Isis tendono facilmente ad innestarsi.

Circa metà della popolazione africana è di religione musulmana. Tuttavia, a differenza del Medio-Oriente, la maggior parte dei Paesi africani, escluso il Nord-Africa, si presenta come un mosaico di confessioni religiose di cui l’Islam costituisce solo una pedina, e spesso neanche quella maggioritaria. I Paesi a maggioranza musulmana sono Gambia, Gibuti, Guinea, Guinea Bissau, Libia, Mauritania, Mali, Marocco, Niger, Nigeria, Senegal, Sudan, Somalia, Algeria, Egitto e Tunisia, mentre quelli in cui l’Islam e il Cristianesimo hanno la medesima diffusione sono Burkina Faso, Ciad, Sierra Leone, Eritrea, Etiopia, Tanzania e Costa d’Avorio. In molti di tali Paesi sono presenti organizzazioni terroristiche di matrice islamica, che prendono di mira la popolazione che aderisce alle confessioni minoritarie, prevalentemente i cristiani, ma anche gli aderenti a confessioni di tipologia tribale, come i Sufi e gli Animisti.  Un’altra importante differenza rispetto al Medio-Oriente è data dal fatto che quello che interessa l’Africa non è un terrorismo intra-confessionale, perché nel continente la presenza dello sciismo è alquanto limitata e la stragrande maggioranza dei musulmani è sunnita.

I recenti sviluppi militari in Iraq e Siria, che stanno spingendo lo Stato islamico sulla difensiva in quelle che erano le sue roccaforti per eccellenza, ovvero Raqqa e Mosul, sembrano andare nella direzione di un esodo dei quadri e dei luogotenenti superstiti dell’organizzazione verso il continente africano. Il rischio è che questo afflusso di denaro, armi e militanti costituisca la miccia che potrebbe innescare e far detonare definitivamente la polveriera africana; ne abbiamo discusso con Marco Di Liddo, analista presso il Ce.S.I.

Facciamo un quadro generale della situazione per quanto riguarda l’espansione delle milizie islamiche nel continente africano; quali sono le aree in cui è più forte la presenza di Isis e quali quelle in cui si è affermata maggiormente Al-Qaeda?

Bisogna partire dal presupposto che il continente africano, in linea generale, è un territorio dove le reti legate al Al-Qaeda sono più forti e più diffuse rispetto a quelle legate allo Stato Islamico. Nel Nord-Africa il network di Al-Qaeda ha avuto la possibilità di agire per più anni, quindi di radicarsi fortemente sul territorio. Tuttavia, con il passare del tempo e la crescita dello Stato Islamico in Medio-Oriente, alcune realtà nordafricane che erano affiliate ad Al-Qaeda hanno deciso di differenziare i loro contatti internazionali e passare dall’alleanza qaedista a quella dello Stato Islamico.

Ad esempio tale fenomeno si è registrato in Tunisia, dove avevamo una struttura denominata Ansar Al-Sharia, che era tradizionalmente parte dei network qaedisti ma che, soprattutto negli ultimi due anni, ha approfondito i propri rapporti con Isis e ha quindi iniziato a dialogare con entrambe le organizzazioni, pur senza mai fare il giuramento di fedeltà ad Al-Baghdadi; diciamo che è stato un approccio molto pragmatico. Anche in Algeria la rete dominante è quella qaedista, in particolare quella legata al famoso gruppo Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Tuttavia, a partire dal 2015 anche in Algeria è nato un piccolo gruppo scissionista, il cui nome è Jund Al-Khalifa, che ha riunito una serie di comandanti ribelli, che hanno deciso di staccarsi dal AQMI e di fare il cosiddetto Bay’ah, cioè il giuramento di fedeltà a Isis. Parliamo tuttavia di un gruppo molto piccolo che l’ha fatto sostanzialmente per ragioni di marchio e di finanziamento, più che a testimonianza di una presenza molto forte di Isis in Algeria.

La stessa dinamica si è realizzata in Marocco, dove tradizionalmente era prevalente una rete jihadista di tipo qaedista; anche lì, circa due anni fa, si è affermato il nuovo brand di Jund Al-Khalifa a seguito della scissione di alcuni gruppi di combattenti dalle organizzazioni principali. Il discorso libico è molto complesso, perché la presenza di Daesh in Libia rappresenta l’unione di un nucleo duro di combattenti che erano stati in Siria e in Iraq e che, una volta ritornati nella parte orientale della Libia, principalmente a Derna, Bengasi e Sirte, si erano alleati con tutte quelle milizie un tempo fedeli a Gheddafi che non erano riuscite a trovare una collocazione politica precisa all’interno dei due schieramenti contrapposti, quello di Tripoli e quello di Tobruk. Tutto sommato Daesh in Libia ha rappresentato una mosca bianca, qualcosa di sui generis, che non può essere assimilata totalmente alla rete del Califfato. In un certo senso c’era un beneficio comune tra questi miliziani locali che utilizzavano il brand e il centro operativo di Mosul, che poteva dire di aver messo la propria bandiera anche in Libia.

Diverso il discorso in Egitto, dove vi era una realtà strutturata e di lunga militanza come Ansar Bayt Al-Maqdis. Tale gruppo, che ha rappresentato per anni l’insorgenza jihadista nella Penisola del Sinai, si è incontrato con i network di combattenti che erano stati in Iraq e in Siria, e soprattutto con le anime più estremiste fuoriuscite dalla Fratellanza Musulmana dopo la fine dell’esperienza di governo di Morsi e il colpo di Stato dei militari. Da ciò è conseguita l’affiliazione di questo gruppo all’organizzazione di Al-Baghdadi, in seguito alla quale tale movimento ha assunto la denominazione di Provincia del Sinai. In Africa Occidentale la presenza del Califfato è minore, perché è una zona dominata tradizionalmente da Al-Qaeda e dai suoi gruppi figli, come Al-Mourabitoun o Ansar Al-Din.

Oggi tutte queste organizzazioni, compresa Al-Qaeda nel Maghreb Islamico, sono riunite sotto un unico cappello, che è il Gruppo per la Protezione dell’Islam e dei Mussulmani, una sorta di organizzazione ombrello nata un mese fa circa, con il compito di coordinare gli sforzi di tutte le filiali di Al-Qaeda nel Sahel. In questa zona lo Stato Islamico è oggettivamente meno forte, però si può appoggiare a due realtà molto influenti: una è Boko Haram, nella Nigeria Settentrionale, l’altro è lo Stato Islamico nel Grande Sahara, un gruppo jihadista che si identifica nella leadership di Al-Sharawi. Anche nel Corno d’Africa vi è una presenza, seppur marginale, di Isis. In particolare in Somalia, nel territorio di Al-Shabaab, un gruppo sostanzialmente affiliato al network qaedista; un gruppo tuttavia molto complesso, che deve confrontarsi con le dinamiche claniche che caratterizzano la società somala. In passato infatti alcuni miliziani originari della parte nord del Corno d’Africa hanno deciso di effettuare una secessione da Al-Shabaab e di creare un gruppo indipendente. Tale gruppo ha cercato di legittimarsi entrando a far parte della famiglia dell’Isis e creando anche nella Somalia settentrionale una Provincia dello Stato Islamico. Naturalmente si tratta di un tentativo ancora allo stato embrionale, e con il futuro più incerto rispetto a quello dei gruppi che abbiamo menzionato prima.

In Egitto l’Isis è presente sotto forma di organizzazione terroristica clandestina, ma non controlla una porzione di territorio come in Medio-Oriente. Inoltre l’Egitto è il Paese africano più vicino a Siria e Iraq, quanto è reale secondo lei il rischio che l’afflusso di militanti provenienti da Raqqa e Mosul possa rafforzare talmente tanto l’organizzazione da condurre alla nascita di una nuova entità parastatale nel Paese?

Non c’è il livello di controllo stringente che c’è in Siria e Iraq però il controllo del territorio c’è. Non è certamente un’area vasta come quello che Isis controlla, o controllava, in Medio-Oriente, però ci sono dei villaggi che sono territorio della Provincia del Sinai. Non è una realtà così istituzionalizzata, è paragonabile al controllo del territorio che possono avere delle milizie paramilitari in Libia o delle organizzazioni criminali in Colombia, ma anche nella stessa Italia; bisogna immaginarlo anche così il controllo del territorio, non necessariamente in termini proto-statali. Inoltre il numero di miliziani arrivati in Iraq e Siria dall’Egitto non è particolarmente elevato, ed è decisamente meno significativo di quello inviato dalla Tunisia, che è il Paese del Nord-Africa che ha fornito il numero più alto di foreign fighters per le realtà jihadiste del Medio-Oriente. Se la maggior parte dei miliziani egiziani partiti tornasse in patria vi sarebbe sicuramente un impatto importante, ma non così destabilizzante come invece potrebbe essere il ritorno dei jihadisti dell’Isis in altri Paesi. Il rischio maggiore invece proviene dalla Tunisia, da dove sono partite 6.000 persone. Anche se ne tornassero 4.000, si tratterebbe di far ritornare un nutrito gruppo di combattenti con capacità belliche elevate in un Paese di 11 milioni di persone, con istituzioni non così salde come quelle egiziane. L’apparato di sicurezza su cui può contare Al-Sisi è sicuramente più strutturato di quello su cui può contare lo Stato tunisino.

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