sabato, luglio 21

Stato Islamico: e ora cosa accadrà?

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In quella che ormai sembra un’operazione vittoriosa, lo Stato Islamico sembra aver perso, dopo tre anni, anche la roccaforte di Mosul. Dopo la riconquista della moschea di alNuri dove, nel 2014, Abu Bakr alBaghdadi proclamò la nascita del Califfato, ieri l’esercito iracheno ha dichiarato che i miliziani sono circondati e che le forze armate stanno continuando ad avanzare nella città vecchia dove sarebbero circa 200 i resistenti. E’ stata annunciata, inoltre, la ripresa di cliniche e ospedali dell’area Occidentale e del controllo dell’ultimo ponte sul Tigri che impedisce all’IS l’utilizzo di un’altra via di fuga.

I miliziani, a quanto pare, controllerebbero soltanto un’area residenziale della città. Si parla, inoltre, di probabili corridoi nelle ormai ex roccaforti dell’Isis per agevolare la fuga dei miliziani stessi. Sarebbe bene capire cosa si cela davvero dietro questi eventi di non facile interpretazione e certamente disorientanti, nel caso fossero confermati. Sembra, insomma, che dopo mesi e mesi di assedio, lo Stato Islamico stia definitivamente perdendo gran parte del suo territorio, sia nella parte irachena che in quella siriana. Ma forse non è tutto così semplice come sembra.

Abbiamo parlato dei recenti sviluppi dell’IS nei territori di Iraq e Siria con Nicola Fedeli, analista presso l’Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence.

Qual è la situazione attuale dell’IS in Iraq? E che prospettiva c’è in quel territorio?

Dal punto di vista della presenza territoriale dello Stato Islamico, l’Isis ha subito negli ultimi anni, specialmente dall’inizio della coalizione nel 2015, una progressiva e netta regressione. Ha perso, infatti, la maggioranza dei suoi territori e ha praticamente perso anche Mosul, perché adesso si sta parlando degli ultimi distretti, delle ultime strade. In Iraq è circondato anche nella vicina Tal Afar che era un po’ la base logistica nei pressi di Mosul verso la quale tanti membri dello Stato Islamico, inclusa la leadership, avevano trovato rifugio all’inizio della campagna per Mosul. In Iraq controlla ancora Al Awja che è una città situata tra Mosul e Baghdad ma, in realtà, lì è circondato da est dai curdi e da nord dall’esercito iracheno e dalle milizie sciite del PMU (Unità di Mobilitazione Popolare). Da quando la presa di Mosul non è più stata in questione, il punto di maggior interesse per quanto riguarda l’Iraq è la provincia di Anbar, ovvero, il passaggio dall’Iraq alla Siria usato inizialmente per trasportare uomini, risorse ed armi dalla Siria, quindi, da Raqqa e da Deir el Zor, in Iraq e viceversa; adesso, invece, è usato per la fuga da Mosul e dall’Iraq verso la Siria. Anche lì abbiamo visto un’intensificazione dei bombardamenti perché ci sono convogli che sono monitorati e bombardati dalla coalizione e dai caccia americani in passaggio verso la Siria. La situazione è ben lungi dall’essere conclusa per quanto riguarda l’Iraq, perché, la vera questione sarebbe stata vedere cosa sarebbe riuscito a fare questo Governo sciita di Nuri Al Maliki per limitare il rischio successivo alla sconfitta sul territorio dello Stato Islamico, quindi, il settarianismo e la questione della discriminazione sunnita che ha portato all’emergenza dell’IS in Iraq, specialmente nel nord del Paese.

E in Siria qual è la situazione?

Per quanto riguarda la Siria, la situazione è un po’ più complicata, nel senso che, ovviamente, gli attori esterni sono di più, non ci sono solo esercito iracheno, sciiti e sunniti ma ci sono anche la Russia, l’Iran e gli Stati Uniti che rendono la situazione sempre più complessa dal punto di vista delle tensioni tra le varie parti. Abbiamo visto che gli USA hanno abbattuto un caccia siriano e due droni iraniani; la Russia, in risposta, ha minacciato che qualsiasi caccia che attraversa l’Eufrate e che, quindi, entra nella zona occidentale della Siria, verrà abbattuto. Per quanto riguarda lo Stato Islamico, anche qui fa fatica; adesso non è l’attore jihadista più importante nel Paese, ha perso gran parte dei territori a scapito delle milizie curde ed è assediato e circondato a Raqqa. L’unico vero territorio in mano ai miliziani dello Stato Islamico è Deir el Zor, l’ultima vera città di fatto posseduta dal Califfato e la striscia di territorio che va da Deir el Zor al confine iracheno, che è comunque minacciato dall’avanzata dell’esercito di Assad. Quindi, la situazione per l’IS è veramente critica. Come è stato detto, l’incidenza degli attacchi terroristici in Europa è uno specchio anche di questo; lo Stato Islamico non riesce più a mantenere il controllo nelle terre del Califfato e, quindi, per mantenere il proprio appeal e il proprio peso politico, continua a perpetrare attacchi anche individuali e abbastanza rudimentali in Europa.

Quali sono le sfide che attendono Siria ed Iraq?

Soprattutto in Siria, ma anche in Iraq, quando lo Stato Islamico, sarà ‘debellato’ dal territorio, (anche se non sarà mai debellato definitivamente) e dovrà rinunciare all’idea di controllare un territorio, sarà interessante vedere cosa succederà alla coalizione. Questo perché l’unico attore che tiene un po’ insieme le varie parti è proprio il nemico comune, quindi, una volta tolto questo, bisognerà vedere. L’altra questione da sottolineare è che l’insistenza nel parlare dello Stato Islamico in Siria, certe volte fa passare in secondo piano gruppi come Jabhat al-Nusra o Ahrar al-Sham che si è recentemente quasi fuso con l’esercito libero siriano. Questi, invece, sono attori da una strategia più di lungo termine, più sofisticata e pragmatica e che potrebbe costituire più di un problema per il futuro della Siria.

Il fatto che la situazione sia in Iraq che in Siria non sia affatto cambiata dal pre-Isis, quindi, potrebbe costituire un pericolo di reiterazione del fenomeno?

Certo, ma più che altro il fenomeno Isis, secondo me, per lo meno in Siria ed in Iraq, andrà più assumendo le forme di quello che era Al Qaeda in precedenza. Quindi, non sarà un’organizzazione capillare sul territorio e che controlla istituzioni politiche, come abbiamo visto a Mosul e a Raqqa con un vero e proprio Governo dell’IS, ma vedremo un po’ quello che era al Qaeda in Iraq sotto Al Zarqawi, quindi, alti livelli di violenza con attacchi diretti alla popolazione civile, specialmente quella sciita, e meno enfasi sulla questione territoriale. Difficilmente in Iraq credo che si compirà lo stesso errore di lasciare città in balia di questi miliziani, però, forse ci sarà molto più violenza asimmetrica, campagne di attacchi suicidi ed attacchi terroristici nei maggiori centri. Più similitudini, quindi, con l’Al Qaeda del passato che con lo Stato Islamico che abbiamo visto finora.

Riguardo la liberazione di Mosul, dove andranno i miliziani che stanno scappando?

Il problema dei miliziani in fuga è un problema molto discusso. Da Mosul, in realtà, gran parte dei miliziani ha abbandonato la città ben prima che si arrivasse alla sponda occidentale del fiume. Quando la battaglia si è intensificata casa per casa, strada per strada, la leadership e gran parte delle forze dello Stato Islamico originarie, stimate sulle decine di migliaia di uomini, non c’erano già più. La cosa più verosimile è che prima si siano rifugiati a Tal Afar, ripiegando su una cittadella vicina e, poi, avranno cercato la via di fuga verso sud, quindi, verso il confine siriano e la provincia di Anbar. Tanti ce l’hanno fatta, altri sono stati colpiti dall’intensificamento delle campagne di bombardamenti aerei proprio in quella zona per evitare che questi convogli riuscissero a ricongiungersi con le forze in Siria. Ce ne sono ancora altri che, probabilmente, sono riusciti a mischiarsi, abbandonando armi e uniformi, mischiandosi nella popolazione civile, usata spesso come fonte di intelligence. Altri si sono sicuramente mossi verso sud, Al Awja è un’area ancora in mano tendenzialmente all’IS; altri, probabilmente, sono nell’area di Fallujah, che era un’altra roccaforte sunnita, quindi, più vicino a Baghdad e forse coinvolti in alcuni degli attacchi che colpiscono su base settimanale o giornaliera la capitale irachena.

Delle fonti sostengono che di militanti ce ne sono pochissimi perché sono stati aperti corridoi protetti per farli uscire; è così?

Per quanto riguarda i corridoi, la questione è che più che una sorta di cospirazione per mantenere in vita lo Stato Islamico, che ovviamente è da scartare, l’esistenza di questi corridoi è motivata da esigenze prettamente pratiche, e cioè, il fatto di circondare lo Stato Islamico in un distretto di Mosul senza via di scampo, in zone dove la popolazione civile è presente, è controproducente dal punto di vista della tattica militare; nel senso che, rendere il combattimento strada per strada all’ultimo sangue ed un incubo per le forze che devono liberare i vari distretti, incide enormemente sui numeri delle vittime civili e, quindi, fa danni collaterali, perché, finché l’IS è forzato a stare lì e difendersi, continuerà a usare i civili come scudo. L’impatto delle campagne di bombardamenti aerei, quindi, è molto maggiore sulla popolazione civile. Mentre, lasciando una via di fuga ai miliziani, permette di liberare la città più in fretta, evitare o limitare danni alla popolazione civile con la speranza e la possibilità di bombardare questi convogli in fuga una volta che avranno abbandonato la città. La questione dei corridoi, secondo me, va interpretata in questo senso.

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