mercoledì, settembre 19

Stati Uniti: il viaggio di Donald Trump in Asia Dalla crisi coreana al complesso rapporto con la Cina. L' intervista a Stefano Silvestri

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Ha preso il via, in queste ore, il viaggio del Presidente americano Donald Trump in Asia. Viaggio che, secondo quanto comunicato ufficialmente dalla Casa Bianca, «sottolineerà il suo impegno nelle partnership e nelle alleanze di lunga durata degli Stati uniti, ribadendo la leadership degli Stati uniti nel promuovere una regione dell’Indo-Pacifico libera e aperta».

La prima tappa: le isole Hawaii. Il 5 novembre Trump si sposterà in Giappone, dove incontrerà Shinzo Abe, da poco riconfermato alla Premiership del Paese del Sol Levante. Due giorni dopo, il 7 novembre, Trump farà visita alla Corea del Sud, dove incontrerà il presidente Moon Jae-in. Il giorno dopo Trump arriverà a Pechino dove parteciperà a diverse iniziative e ad un incontro. con il presidente Xi Jinping.

Poi verrà il Vietnam. A Danang, parteciperà alla riunione dei Leader economici della Cooperazione Asia Pacifico e il giorno seguente raggiungerà Hanoi, dove incontrerà il presidente vietnamita Tran Dai Quang. Queste le tappe fondamentali.

Proprio alla vigilia del viaggio del numero uno della Casa Bianca, si è diffusa la notizia secondo cui, nella serata di ieri, due bombardieri strategici americani (i B-1B), congiuntamente a velivoli da combattimento giapponesi e sud coreani, avrebbero sorvolato il confine tra Nord e Sud Corea nel quadro di un esercitazione militare partita dalla base Usa di Guam, oggetto di minacce da parte del regime nordcoreano nei mesi scorsi.

Per capire l’ importanza di questo viaggio di Donald Trump in Asia, soprattutto in relazione alla crisi con Pyongyang, abbiamo chiesto a Stefano Silvestri, Direttore editoriale di “AffarInternazionali” oltre che consigliere scientifico presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali)

Secondo diversi analisti, uno degli obiettivi del viaggio del Presidente americano Donald Trump in Asia è il consolidamento dei legami con gli alleati regionali, Corea del Sud e Giappone in testa, in riferimento alla crisi con Pyongyang. E’ d’ accordo?

Bisognerebbe entrare nella mente di Trump. Certamente, credo che la sua Amministrazione voglia riprendere e rafforzare questi che sono rapporti-chiave per la politica estera americana. Sia perché c’è la crisi coreana sia perché c’è il grosso problema dei rapporti con la Cina. Questioni che, praticamente, sono il principale paradigma di lettura della politica asiatica degli Stati Uniti. Trump ha avuto, sia nei confronti della Corea del Nord sia nei confronti della Cina, degli atteggiamenti ondivaghi: con la Corea del Nord ha soprattutto calcato la mano su dichiarazioni di tipo conflittuale, minacciose che in parte erano spiegate dagli atteggiamenti assunti da Pyongyang, ma in parte parti integranti della retorica del Presidente Trump. E’ vero anche che l’ idea dell’ Amministrazione sia quella di dare dei segnali di continuità, di lungo termine che, in qualche modo, rassicurino gli alleati, anche in una chiave di non proliferazione nucleare.

A proposito di proliferazione nella regione, il Presidente sudcoreano, Moon Jae-in, ha ribadito che Seoul non svilupperà armi nucleari. Pochi giorni fa, Shinzo Abe è stato riconfermato alla premiership giapponese e durante la campagna elettorale molta enfasi è stata conferita alla questione difesa contro la minaccia di Pyongyang. C’è, però, secondo lei, il rischio che il Giappone si doti di una propria arma nucleare?

Il rischio c’è. Certamente c’è un elemento di conferma del ruolo degli Stati Uniti e di rassicurazione. C’è però anche un elemento di non-proliferazione nel senso che se la Corea del Sud non rischia di costruirsi l’ arma nucleare, per quanto riguarda il Giappone, Shinzo Abe ha fatto degli accenni vaghi che potrebbero far pensare anche a questa possibilità e questa è un’ eventualità che sicuramente la minaccia nordcoreana alimenta, anche se occorre tener presente che, a livello popolare, secondo tutti i sondaggi effettuati sulla popolazione locale, questa è una scelta che risulterebbe molto controversa. Evidentemente, però, in conseguenza della crisi coreana e della posizione cinese nei confronti delle isole del Mar Cinese Meridionale, la presenza americana è una forma di rassicurazione importante per i giapponesi.

A precedere la visita, prevista per domenica, di Trump in Giappone, quella del Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg il quale, durante un incontro con il Premier Shinzo Abe, ha evidenziato come tra l’ Alleanza Atlantica e il Paese del Sol Levante sussista una sorta di «partnership naturale». C’è dunque una sintonia, anche rispetto alla questione nordcoreana, tra gli alleati e Tokyo?

Diciamo che su questo negli ultimi anni si è molto lavorato e la NATO ha intrapreso tutta una serie di rapporti molto stretti con il Giappone, ma anche con altri Paesi asiatici. Si tratta, naturalmente, di rapporti che hanno un senso più politico che militare perché c’è una presenza militare americana, ma non europea di rilievo in Asia in questo momento. Gli Stati Uniti sono il comune alleato tra la NATO e il Giappone. Ma vi sono anche comuni interessi in alcuni campi: ad esempio, tutto quel che riguarda la gestione delle crisi, la lotta alla pirateria, ci sono state forti sintonie. Non è qualche cosa che possa essere giocata come se ci fosse una grande alleanza militare tra la NATO e il Giappone.

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