domenica, settembre 23

Stati Uniti, le divisioni interne sul futuro dei rapporti con Cuba Intervista con Giampiero Gramaglia, consigliere dello IAI ed ex-direttore ANSA

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La tensione fra L’Avana e Washington sembra che sia arrivata alle stelle. Lo scorso 3 ottobre il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato l’espulsione dal suolo americano di 15 diplomatici cubani dislocati nell’ambasciata di Washington.

La decisione presa dal capo di Stato americano fa – ufficialmente – riferimento alle vicende verificatesi quasi un anno fa, quando 22 diplomatici statunitensi sono rimasti vittime di ‘sospetti’ attacchi acustici tramite onde sonore ancora di difficile identificazione, che hanno causato loro danni irreversibili, come la perdita dell’udito e ulteriori danni celebrali.

Lo scorso 29 settembre il Governo degli Stati Uniti ha, inoltre, ordinato il ritiro del 60% del personale americano in servizio presso l’ambasciata a Cuba. Oltre ciò, tutti servizi consolari, come ad esempio la concessione dei visti cubani, sono stati interrotti, insieme ai viaggi e alle missioni speciali sull’isola. Si tratta di misure che, secondo quanto dichiarato dal Segretario di Stato degli USA, Rex Tillerson, sono state dettate dalle necessità per garantire una maggior sicurezza per I cittadini e il personale statunitense.

La decisione di Donald Trump di espellere 15 funzionari in servizio dell’ambasciata cubana a Washington, il rientro del personale americano in servizio sull’isola e le misure adottate in merito ai visti e ai viaggi verso Cuba dimostrano, forse, l’intenzione del premier statunitense di cessare ogni rapporto bilaterale con L’Avana, anche se suddetta intenzione è stata smentita più volte dallo stesso Tillerson.

Le misure adottate dall’amministrazione Trump suscitano, però, il dubbio che gli attacchi acustici ai 22 diplomatici USA siano stati strumentalizzati politicamente al fine di disintegrare ulteriormente il piano di normalizzazione economica e politica delle relazioni bilaterali con Cuba portato avanti dalla precedente amministrazione di Barack Obama. Non è, infatti, un caso che lo scorso 6 giugno Trump avesse  già annunciato la ‘cancellazione’ della politica Obama nei confronti di Cuba.

Resta comunque il fatto che Washington non ha accusato ufficialmente il regime cubano come responsabile degli ‘attacchi acustici’, ma ha individuato come motivo ‘ufficiale’ della rottura con Cuba la sua incapacità di garantire la sicurezza del personale americano presente sull’isola. Non è ancora chiaro se si tratta di decisioni dettate da scelte politiche o dalla sicurezza del personale americano, ma rimane comunque il fatto che la rottura – o forse meglio provvisoria sospensione – delle relazioni diplomatiche con Cuba rappresenta un importante passo indietro dalle inevitabili conseguenze politiche, sia interne che regionali e internazionali.

Infatti, se gli Stati Uniti si allontanano sempre di più da Cuba, è probabile che l’isola diventi sempre più suscettibile alle influenze di quei Paesi ‘rivali’ di Washington, come la Russia, l’Iran o lo stesso Venezuela.

Tralasciando le conseguenze sul piano regionale e internazionale, la decisione di Donald Trump di debilitare tutti gli sforzi della precedente amministrazione nel ricostruire un rapporto bilaterale con Cuba sembra che abbia delle inevitabili conseguenze anche sullo scenario politico interno statunitense, rischiando, forse, di creare delle fratture all’interno del corpo diplomatico americano, e delle ulteriori divergenze tra Dipartimento di Stato e corpo diplomatico, o tra Dipartimento di stato e la stessa Casa Bianca.

In un articolo pubblicato lo scorso 10 ottobre da ‘Brookings’, l’agenzia fa riferimento a una vera e propria mancanza di rispetto da parte dell’amministrazione Trump nei confronti della diplomazia statunitense, la quale – specialmente quella presente a Cuba – non comprende le decisioni del premier, definendole incuranti delle conseguenze geopolitiche. Le misure adottate da Trump in merito alla questione cubana da un lato hanno incrementatole divergenze interne, dall’altro sembra stiano cercando di accontentare un pò tutti. Infatti, secondo quanto riporta ‘Brookings’, l’ordine esecutivo dell’inquilino della Casa Bianca rappresenta una via di mezzo tra quanto vorrebbero i Repubblicani più contrari alle politiche di Obama verso Cuba, e quanto invece vorrebbero gli imprenditori e i gruppi per la difesa dei diritti umani. Anche alcuni consiglieri dello stessoTrump erano favorevoli al mantenimento della linea di Obama, un’ulteriore spia che pone rivelare ulteriori incomprensioni interne agli Stati Uniti.

Alla luce degli ultimi avvenimenti relativi alla questione cubana, quali sono gli equilibri politici interni statunitensi? Quali, invece, le divergenze interne?

Ne abbiamo parlato con Giampiero Gramaglia, consigliere dello IAI ed ex-direttore ANSA.

 

Secondo alcune fonti, l’ala pro-embargo dell’Amministrazione Trump avrebbe sostanzialmente colto la palla al balzo, strumentalizzando le misteriose malattie accusate da 22 diplomatici Usa proprio per rovesciare le politiche pro-normalizzazione della precedente Amministrazione Obama. Secondo lei è una tesi sostenibile?

E’ probabile che l’Amministrazione statunitense abbia utilizzato e magari strumentalizzato l’episodio, dando un’accelerazione e drammatizzando il rovesciamento delle scelte di Obama. Resta, però, da chiarire la portata e l’origine di quanto effettivamente accaduto, su cui non c’è chiarezza.

Negli Stati Uniti, chi è a favore di una chiusura dei rapporti con Cuba?

A parte la comunità degli esuli di Miami e dintorni, e qualche teorico neo-conservatore, si può tranquillamente affermare che la questione non sta a cuore a nessuno. Al contrario, vi sono molti che vedono nella ripresa dei rapporti con Cuba un’opportunità per fare affari e anche per esercitare influenza.

La scelta di Trump ha causato una spaccatura nel Dipartimento di Stato? E’ una spaccatura che c’era ancor prima di ritirare i diplomatici da Cuba, o è un effetto della suddetta misura adottata?

A me pare che, se spaccatura c’è, sia tra Dipartimento di Stato e Casa Bianca, piuttosto che all’interno della diplomazia statunitense, dove certo vi sono differenze di sensibilità e atteggiamento, ma non superiori al fisiologico. La distanza tra Dipartimento di Stato e Casa Bianca è, invece, in questo momento superiore al fisiologico: ne sono segnali anche le punture di spillo tra il segretario di Stato Rex Tillerson e il presidente Trump.

Ci può raccontare meglio le divergenze interne al corpo diplomatico statunitense? Quali sono dinamiche e tensioni interne alla diplomazia americana?

Ci sono sempre state, e sempre ci saranno, diverse anime nel Dipartimento di Stato più o meno favorevoli al dialogo o al confronto, più o meno filo-russe, filo-cinesi, filo-europee e via dicendo, più o meno muscolari. In genere, però, i diplomatici si adeguano alle scelte politiche che, questa volta, appaiono però erratiche, talora contraddittorie, addirittura contrastanti con gli interessi degli Usa.

L’ordine esecutivo di Trump rappresenta una via di mezzo tra quanto vorrebbero i Repubblicani più contrari alle politiche di Obama verso Cuba e quanto invece vorrebbero imprenditori e gruppi per la difesa dei diritti umani, anche alcuni consiglieri di Trump erano favorevoli al mantenimento della linea di Obama. Che cosa accadrà ora?

A livello politico, poco o nulla. Florida a parte, Cuba non fa né guadagnare né perdere voti. E che fra i consiglieri di Trump vi siano falchi e colombe, competenti e ‘famigli’, professionisti e dilettanti, è cosa ben nota: vale per Cuba come per l’Iran, la Corea del Nord e quasi ogni scacchiere internazionale.

Quali effetti – a livello interno statunitense – dobbiamo aspettarci adesso? Quale reazione sta suscitando e susciterà sull’elettorato?

Florida a parte, dobbiamo aspettarci poche emozioni, e ancor meno effetti. Esuli a parte, non m’immagino un solo americano che vada a votare pensando a Cuba.

I cittadini e le aziende americane (fatta eccezione per le compagnie aeree e di trasporto marittimo) non potranno avere rapporti commerciali con società controllate dall’esercito o dall’intelligence cubana. Trump ha detto: «Non vogliamo che dollari americani finanzino un monopolio militare che sfrutta i cittadini di Cuba e compie abusi su di loro». Quali conseguenze economiche comporterebbe una chiusura definitiva con Cuba per gli Stati Uniti? Quali le conseguenze sociali?

Per gli Stati Uniti si tratta di conseguenze assolutamente trascurabili. Cuba può essere uno sbocco in più, ma resterebbe uno sbocco minore. Il discorso è diverso per Cuba, che dall’apertura potrebbe trarre vantaggi.

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