giovedì, agosto 24
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Stati Uniti e Russia alla cyberguerra

Mosca ha forse trovato l’arma più conveniente e meno pericolosa per rilanciare la sua sfida all’egemonia americana
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Una svolta nei rapporti internazionali, e più precisamente nella conflittualità internazionale, è forse alle porte. Non se ne sentiva un particolare bisogno, essendo generalmente preferiti mutamenti di scena e novità di altro tipo. Si tratta però di una possibile alternativa ai conflitti più tradizionali, quelli con armi cosiddette convenzionali, e a quelli (finora fortunatamente evitati) con armi ‘strategiche’ in grado di distruggere mezzo pianeta. Potrebbe quindi essere accolta con qualche cauto favore, o almeno come male minore.

Si parla ormai da parecchi mesi, comunque, di guerra cibernetica, già in atto almeno in un caso e verosimilmente destinata a proliferare dato il ritmo galoppante al quale avanza nel mondo l’informatizzazione e alla facilità con cui può essere condotta mediante semplici computer anziché costosi missili o ingombranti carri armati. Grande protagonista ne è o viene considerata la Russia, sotto accusa di avere sferrato un’offensiva informatica su vasta scala contro gli Stati Uniti, talmente efficace da avere quanto meno contribuito all’inattesa vittoria elettorale di Donald Trump.

Da parte americana si tende per la verità a negare, comprensibilmente, un effetto così clamoroso. Ma le ire e le reazioni di Washington sono ugualmente esplose perché gli attacchi degli hacker russi producono comunque, o si teme che producano, numerosi altri effetti sgraditi. Di qui le nuove sanzioni, in aggiunta a quelle provocate dalla crisi ucraina, che l’Amministrazione Trump ha inflitto nei giorni scorsi alla Federazione guidata da Vladimir Putin. Sia pure, presumibilmente, anche per meglio scagionarsi a propria volta dalle accuse di avere trescato in vario modo con il Cremlino.

Gli atti ostili addebitati a Mosca non rappresentano, va ricordato, una novità assoluta. Già il regime sovietico, nei suoi ultimi anni di vita (quando, tra l’altro, non poteva più contare come prima sulle ‘quarte colonne’ comuniste operanti nel mondo capitalista) aveva lanciato, senza affatto nasconderlo, operazioni di disturbo e sabotaggio all’interno del campo avverso denominate, poco fantasiosamente, ‘misure attive’. Si trattava in sostanza di diffondere fake news ante litteram, ovvero di una disinformazione sistematica e mirata a cura dei servizi segreti, benchè sprovvisti al tempo della ‘guerra fredda’ dei più avanzati strumenti mediatici oggi disponibili.

Non si sa se Putin, allora agente del mitico KGB in un Paese di prima linea come la Germania orientale, ossia la RDT ‘satellite’ modello dell’URSS, abbia praticato personalmente simili attività. Ma è molto probabile che vi abbia partecipato in un modo o nell’altro, dotandosi di un’esperienza valorizzabile adesso nella veste di ‘nuovo zar’. A quanto pare, prima di prendere di mira gli USA,’misure attive’ di tipo più tangibile sono state dispiegate contro l’Ucraina, vittima nel 2015 di un improvviso blackout regionale, a danno di alcune centinaia di migliaia di abitanti, attribuito all’intrusione di pirati informatici russi nel cuore della rete elettrica nazionale.

Un colpo analogo, ma con l’uso di un software ancora più perfezionato, sarebbe poi stato assestato a Kiev un anno più tardi. E la prossima vittima potrebbero essere gli Stati Uniti, se è vero quanto riportato pochi giorni fa da vari media americani. Che i test ucraini, cioè, sarebbero serviti a hacker russi, collegati al loro governo, per mettere definitivamente a punto un malware (software maligno) capace di colpire con ‘effetti devastanti’ i sistemi di trasmissione e distribuzione elettrica degli USA, proprio mentre infuriano le diatribe tra Mosca e Washington e sulla scena interna americana riguardo alle denunciate interferenze russe nella campagna elettorale vittoriosa per Trump con annessi e connessi.

Diatribe nelle quali Putin, per un verso, non ha mancato di prendere le difese del suo omologo d’oltre oceano passando sopra ai dubbi circa i reali propositi del successore di Barack Obama, alle sue frequenti contraddizioni, al contrasto talvolta stridente tra quanto dicono e fanno lui da una parte e i suoi collaboratori dall’altra, a suoi gesti concreti come il bombardamento aereo delle posizioni governative in Siria e così via. A Putin conviene (o conveniva fino a ieri) smentire qualsiasi macchinazione o intesa segreta con Trump, diretta o indiretta, prima e dopo la sua elezione a spese di Hillary Clinton, mostrando nel contempo di prendere ancora per buone, malgrado tutto, le sue aperture iniziali verso la Russia.

E ciò anche perché, evidentemente, ben quadrava con il rigetto, indignato o ironico a seconda delle occasioni, da parte del ‘nuovo zar’ come dei suoi collaboratori, di qualsiasi accusa di ingerenza più e meno implicitamente ostile negli affari interni americani. Non che Putin tema di negare l’evidenza, quando lo ritenga necessario, trovandosi del resto, al riguardo, in buona compagnia internazionale. Ad esempio, insiste tranquillamente nell’assicurare che la Russia non ha mai interferito negli affari interni altrui compresi quelli ucraini né fornito aiuti militari ai ribelli separatisti di quel Paese.

Stavolta, però, ha finito col cambiare strada, ed è questa la novità politicamente più significativa legata alle prospettive di guerre cibernetiche, sostitutive o meno di altre forme di conflitti tra gli Stati. Il 1° giugno scorso, infatti, parlando al Forum economico di San Pietroburgo, il presidente russo non si è limitato ad elogiare Trump definendolo ‘persona onesta e franca’, che ha portato ‘aria fresca’ nella sua carica, ma deve purtroppo operare in un clima di ‘isteria russofobica’ che ha reso «alquanto arduo un lavoro comune o anche solo un dialogo». Nè a dirsi fiducioso che i rapporti russo-americani finiranno prima o poi col migliorare, assicurando ad ogni buon conto che «noi siamo pazienti, sappiamo attendere e attenderemo».

Ha altresì dichiarato, rispondendo ad una domanda se saranno oggetto di ingerenze russe anche le prossime elezioni tedesche, che la cosa è ‘teoricamente possibile’ perché «se gli hacker sono patriotticamente motivati possono voler dare un contributo alla giusta lotta contro chi parla male della Russia». Ha ribadito, per contro, che le accuse specificamente rivolte ai servizi segreti moscoviti riguardo alle elezioni presidenziali americane sono del tutto infondate e che nessun organo statale russo è coinvolto in simili operazioni, assicurando che non solo «non abbiamo in programma alcun coinvolgimento in esse ma, al contrario, cerchiamo di combatterle nel nostro Paese».

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