giovedì, maggio 25
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Stati Uniti e Arabia Saudita: un rapporto da rinegoziare?

Diversi elementi spingono a non considerare del tutto scontato l’esito del viaggio di Trump alla corte degli al-Saud
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La visita di Donald Trump a Riyadh in occasione dell’Arab Islamic American Summit in programma nei prossimi giorni nella capitale saudita pone una serie di interrogativi riguardo alla politica mediorientale dell’amministrazione statunitense. Dietro lo slogan della ‘crociata islamica contro il terrorismo’, il vertice si propone, sostanzialmente, di rilanciare la leadership saudita sul mondo sunnita, leadership che sembra avere perduto smalto negli ultimi tempi, nonostante (o forse per) gli exploit di una politica estera che si è fatta sempre più ‘muscolare’. In linea con la visione della nuova leadership saudita (primo fra tutti il nuovo re, Salman, già influente Ministro della Difesa durante il regno del fratellastro Abdullah), il vertice sembra inoltre volto a riaffermare la centralità di Riyadh nella lotta contro una ‘minaccia sciita’ (leggi: iraniana) estesa dal Libano allo Yemen. Difficile dire quale sarà il risultato in questo campo, data anche l’eterogeneità dei partecipanti al vertice, il cui parterre comprende Paesi che – come la Giordania o la Turchia – non hanno mai manifestato particolare simpatia per le ambizioni egemoniche della monarchia wahhabita.

Cosa si propone, invece, di portare a casa l’amministrazione americana da un passo che – come era prevedibile – ha sollevato l’ennesima ondata di critiche? Donald Trump non ha mai fatto mistero di volere ridimensionare anche sul teatro mediorientale la politica portata avanti dal suo predecessore e di volere tornare a guardare all’Arabia Saudita e a Israele come ai due pilastri di un ordine regionale ‘a guida statunitense’. Si tratta di una scelta che – oltre a rafforzare il carattere ‘di rottura’ della sua amministrazione rispetto all’esperienza di Obama – appaga le richieste dei molti Congressmen – repubblicani e democratici – che non hanno mai davvero accettato la stipula del ‘nuclear deal’. Inoltre, il riavvicinamento a Israele consolida la posizione dell’amministrazione presso larghe fette dell’opinione pubblica interna e internazionale, che avevano fatto fatica a capire le causa del progressivo deterioramento dei rapporti fra i due alleati ‘storici’ che avevano caratterizzato gli anni dell’ultima presidenza democratica. In questo senso, il viaggio di Trump a Riyadh rappresenta, di fatto, una ‘scelta obbligata’: la ratifica di un cambio di annunciato e ora realizzato.

Le cose non sono, tuttavia, così semplici. Al di là delle convergenze immediate che la propaganda di entrambi i Paesi è stata sollecita a mettere in luce, gli interessi di Stati Uniti e Arabia Saudita divergono su più di una questione, prima fra tutte quello della relazione sciiti-sunniti. La rivalità fra le due denominazioni (sotto cui si cela la grande rivalità geopolitica fra Teheran e Riyadh) è, oggi, il fattore destabilizzante più pesante della regione mediorientale. E’ dal depotenziamento di questa rivalità che dipende, in larga misura, la possibilità di Washington di liberare le risorse necessarie a dirigere la sua azione verso teatri più importanti. D’altro canto, il depotenziamento della rivalità sciiti-sunniti dipende strettamente alla capacità di Washington di proseguire nella sua azione di engagement nei confronti dell’Iran; ciò a maggior ragione nella delicata fase politica che la Repubblica Islamica sta attraversando. In questo senso, non è casuale che tutti i più stretti collaboratori del Presidente abbiano messo più volte in luce la necessità di continuare a onorare l’accordo siglato con Teheran sul nucleare nonostante quelli che sarebbero i suoi limiti.

Gli interessi di Stati Uniti e Arabia Saudita divergono anche su una lunga serie di questioni ‘di dettaglio’, prima fra tutte la delicata crisi siriana. Il ritorno in scena degli Stati Uniti dopo l’attacco degli inizi di aprile contro la base aerea di Shayrat impone, infatti, a tutte le parti coinvolte la necessità di rivedere i propri obiettivi per ‘accomodare’ quelli di un Paese che – negli anni di Obama – aveva visto diminuire notevolmente la sua capacità d’influenza. In questo senso, se un avvicinamento a Riyahd può offrire a Washington il modo di bilanciare il peso eccessivo dell’asse russo-iraniano, d’altro canto esso induce nella politica saudita un fattore di moderazione, nella misura in cui la volontà di trovare un punto d’accordo di Mosca può spingere la Casa Bianca a dare peso agli interessi (e alle ambizioni) di Teheran. Questo complesso gioco di sponda vale anche in altri teatri, dalla Libia, all’Iraq, allo Yemen. Diversi elementi spingono, dunque, a non considerare del tutto scontato l’esito del viaggio di Trump alla corte degli al-Saud. Se da una parte, infatti, fattori di convergenza esistono, dall’altro (come accaduto nel caso della Russia) appare fin troppo facile sopravalutarli a scapito delle divergenze che galleggiano anche sotto il rapporto più solido.

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