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Qualità e non quantità

Soft economy, quando l’Italia fa l’Italia

Parla Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente alla Camera e Presidente di Symbola

ermete realacci
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Per trovare modelli virtuosi di soft economy non c’è bisogno di andare lontano. Vino, calzaturiero e ottica sono solo alcuni dei comparti che negli ultimi anni hanno conosciuto in Italia un’inversione di tendenza, per cui una produzione più contenuta ma maggiormente attenta alla qualità e al legame con il territorio ha consentito la crescita dei fatturati e dellexport. A fare la differenza sono dunque innovazione e tradizione, tecnologia e sostenibilità, su cui da una decina d’anni la Fondazione Symbola punta per implementare un modello di sviluppo a prova di crisi.
Con un export che ha raggiunto i 34, 4 miliardi di euro nel 2014 e un surplus commerciale manifatturiero invidiabile anche per giganti quali Francia, Regno Unito e Usa, il nostro Paese ha, secondo il dossier ‘L’Italia in 10 selfie‘, realizzato da Symbola in occasione di Expo 2015, tutte le carte in regola per emergere. E dal 23 giugno si rinnoverà, a Treia e a Macerata, l’appuntamento estivo con il Festival della Soft economy e con il seminario di Symbola: il titolo scelto per quest’anno è ‘Orgoglio e pregiudizio. Perché lItalia deve fare lItalia‘. “Noi italiani siamo sempre propensi alla criptodepressione“, spiega Ermete Realacci, Presidente della Commissione Ambiente alla Camera e Presidente di Symbola, “e spesso qui è di moda parlare dei problemi senza risolverli. Siamo, invece, meno capaci di guardare ai nostri talenti, soprattutto per investirli: parafrasando quel che disse Bill Clinton a proposito degli Usa, anch’io penso che in Italia non ci sia niente di sbagliato che non possa essere curato con ciò che di giusto c’è in Italia. Il titolo è quindi è un invito a guardare la realtà negli occhi e a cambiare il futuro“.
Perché puntare sull’economia soft è così importante per la ripresa?
Perché, se vogliamo affrontare la crisi, dobbiamo capire qual è il nostro posto del mondo: Seneca disse che non esistono venti favorevoli per il marinaio che non sa dove andare. L’idea che si possa uscire dalle difficoltà semplicemente tornando a fare quello che facevamo prima, secondo la logica del ‘Ha da passa’ ‘a nuttata’, è sbagliata. Saremo tanto più capaci di farvi fronte, invece, quanto più riusciremo a cambiare. Anche perché questa crisi è una specie di tempesta perfetta: non c’è solo il problema della finanza fuori controllo che rischia di soffocare l’economia reale. Da un lato ci sono i mali antichi dell’Italia, quali illegalità, burocrazia soffocante, disuguaglianze e divario tra Nord e Sud, dall’altro un mondo che cambia, con nuovi protagonisti, mutamenti climatici, tensioni geopolitiche.
Quali le nostre carte vincenti?
L’Italia deve fare l’Italia, cioè mettere a frutto i suoi talenti. Diceva Carlo Cipolla che la nostra missione è produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. Quando ha successo, ad esempio nellexport, il nostro Paese esprime un intreccio di qualità, ricerca, coesione sociale e bellezza, il quale oggi si coniuga di frequente a scelte precise di carattere ambientale. Tutto ciò è soft economy: se l’argomento è la quantità allora noi, che siamo un piccolo Paese, non possiamo competere. Se devo misurarmi con Mike Tyson per gli occhi di una fanciulla, certo non faccio a botte con lui: cercherò semmai di essere più gentile e divertente. Allo stesso modo, la nostra economia potrà nutrirsi non di potenza e quantità, bensì di qualità.
In quali ambiti tali meccanismi sono già in moto?
Quella che si afferma nel mondo attualmente è già questa Italia. Negli ultimi anni tutti i settori, spesso senza politiche mirate e senza che le classi dirigenti lo percepissero, hanno conosciuto una grande mutazione in tal senso. Ciò vale dal vino al made in Italy tradizionale, dall’hi-tech alla meccatronica: dire che lItalia non è competitiva è una sciocchezza. Certo, abbiamo un enorme problema di economia interna, fiaccata da politiche di austerità, disoccupazione, disuguaglianze e paura, ma nell’export siamo formidabili. Nel mondo ci sono solo cinque Paesi con un surplus manifatturiero oltre i 100 mld di dollari, e noi siamo tra questi, insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania. In quasi mille dei circa 5mila settori in cui è suddivisa la manifattura a livello internazionale, l’Italia figura ai primi posti. Un esempio? Il vino. Abbiamo rischiato di uscire dai giochi nella seconda metà degli anni ’80, quando scegliemmo di produrre grandi quantità a basso prezzo. Da lì ai vini adulterati con il metanolo il passo fu breve, con risvolti terribili e conseguente crollo delle vendite. Ma la verità è che il nostro vino stava perdendo colpi da tempo. Poi, senza che ci fossero politiche di indirizzo, i produttori hanno iniziato a puntare sulla qualità legata al territorio: il risultato è che oggi in tutte le regioni, anche in quelle un tempo prive di grandi vini, abbiamo produzioni straordinarie. Prima producevamo il 50% in più ed esportavamo (in moneta attuale) per 700 mln di euro, oggi il valore dell’export supera i 5 mld.
La crisi ha evidenziato quindi un paradosso, facendo emergere chi produce all’insegna della qualità e al contempo rimarcando gli aspetti negativi che caratterizzano da tempo la vita del Paese.
Sì, perché paghiamo la somma di limiti che abbiamo avuto in passato. Nella crisi si sono difese bene le imprese che esportano, ma c’è stata una drammatica perdita di ricchezza nell’economia interna. Anche in questo caso, per ripartire, servono nuove formule: quali ad esempio recupero, sicurezza antisismica e risparmio energetico, anziché speculazione e consumo del territorio, in edilizia. Ciò implica incrociare costumi e antropologie che cambiano. Anni fa l’Economist pubblicò un articolo che elogiava l’olio californiano di Oroville e che si concludeva suggerendo di pensare alla Toscana, cosicché sarebbe sembrato ancora più buono: ciò rende l’idea di quanto forte può essere il nostro ruolo nel mondo. Aggiungo che, nellera della globalizzazione, in cui si affacciano centinaia di milioni di nuovi consumatori, la domanda di uneconomia a misura duomo sarà sempre più forte. Ed è una domanda che può parlare italiano.
Anche il riuso fa parte del nostro potenziale?
Dal punto di vista politico esistono contraddizioni, con zone come la provincia di Trveiso, dove la raccolta differenziata arriva all’85% e altre, come la Sicilia, il cui livello in questo caso è al pari della Romania. Con 24 mln di tonnellate di materiali recuperati ogni anno, però, siamo tra i primi in Europa: il nostro è storicamente un Paese povero di materie prime e, che si trattasse degli stracci di Prato, dei rottamatori di Brescia o delle cartiere di Lucca, siamo sempre stati capaci di fare di necessità virtù. Tutto ciò è economia circolare, che oggi diviene hitech e innovazione.

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