mercoledì 17 aprile 2013 - 17:00

Dal 2008 sequestrate 10 tonnellate di cocaina

Traffico internazionale di droga, il Brasile sempre più centrale

I porti brasiliani nella rotta della cocaina verso l’Europa. Tutti gli stratagemmi dei trafficanti

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I porti brasiliani sono essenziali nelle dinamiche del traffico internazionale di droga, e rappresentano uno snodo centrale nelle rotte della cocaina che dal Sudamerica viene trasportata verso l’Europa e l’Africa occidentale. A certificare quello che le autorità di polizia verdeoro avevano percepito da tempo è l’International narcotics control board (Incb). L’organo, pur formalmente indipendente, è stato specificamente creato per seguire la progressiva attuazione dei trattati Onu antidroga: quelli stipulati in seno alle Nazioni unite per contrastare il fenomeno del traffico di stupefacenti. Avvalora il contenuto dell’ultimo rapporto Incb anche il Ministero delle Finanze, secondo cui negli scali marittimi brasiliani, tra il 2008 e il 2011, sono state sequestrate oltre 10 tonnellate di droga.

Tra le trasformazioni che nell’ultimo decennio hanno mutato il dna del Paese sudamericano non potevano mancare quelle relative al consumo e al traffico di narcotici. Fino a qualche anno fa il Brasile aveva un ruolo da protagonista soltanto nel traffico aereo della cocaina: passeggeri di ogni nazionalità, italiani compresi, venivano letteralmente reclutati, per trasportare lo stupefacente nascosto nel proprio bagaglio, negli abiti, o addirittura ingerito nello stomaco.
Va da sé che i quantitativi dislocati, in questi casi, fossero infinitamente inferiori ai carichi illegali imbarcati via mare, che possono superare la tonnellata. Ma non è tutto: da un decennio circa, i volumi di droga destinati all’uso interno hanno trasformato il gigante sudamericano in un vero e proprio Paese consumatore.
Non è più solo un mero produttore di marijuana destinata al mercato interno, oppure una semplice zona di transito ben sfruttata dai narcotrafficanti sudamericani, interessati ai soli mercati di Europa e Stati uniti. Al contrario, il Brasile è oggi la meta finale di una tra le rotte più lucrose di questo commercio illegale.

Non è dunque un caso che proprio da qui siano state formulate le più importanti proposte politiche contrarie alla dottrina proibizionista e all’ideologia dello sradicamento totale, che gli Stati uniti cercano di imporre alle altre nazioni del continente americano. Tra i numerosi paladini di questa battaglia, il posto d’onore spetta all’ex presidente della Repubblica, Fernando Henrique Cardoso. L’ex capo dello stato – pur senza godere dell’esplicito appoggio delle forze politiche moderate, di cui è leader morale indiscusso – da alcuni anni va predicando la legalizzazione della marijuana, e comunque un approccio non repressivo al problema delle droghe.
Un’offensiva condivisa dal potente governatore carioca, Sérgio Cabral, convinto che le attuali politiche abbiano prodotto come unico risultato l’uccisione di tanti innocenti, e un immane spreco di capitali che potevano essere impiegati in modo ben più efficace.

Come anticipato, il documento redatto dall’Incb identifica una nuova, fiorente e vitale rotta nel traffico internazionale della polvere bianca. Il punto di partenza è rappresentato dai tre Paesi produttori, segnatamente Colombia, Bolivia e Perù.
La merce entra in Brasile attraverso frontiere terrestri 'colabrodo', ove i controlli sono pressoché inesistenti, causa l’ampiezza delle frontiere, e l’insufficienza dei mezzi impiegati per il loro controllo. Segue l’imbarco verso alcuni porti africani, localizzati sulle coste di Benin, Camerun, Ghana, Nigeria, Sierra leone e Togo.
E proprio dal Continente Nero, le multinazionali del crimine organizzano la distribuzione finale in Europa, specie in Spagna, Portogallo e Belgio. Secondo il commissario della Polizia federale, Ivo Roberto Costa da Silva, i gruppi che operano su questa rotta sono composti da delinquenti di diversa nazionalità, con prevalenza di elementi di origine serba.

Più preciso a questo riguardo, è un recente rapporto dell’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine (Unodc – United nations office on drugs and crime). «Gran parte della cocaina che giunge in Africa occidentale», recita il rapporto dal titolo 'Crimine organizzato transnazionale in Africa occidentale', «arriva oggi dal Brasile, ove gruppi criminali diretti da nigeriani provvedono ad esportare la droga».
Questi cartelli nigeriani, secondo l’Unodc, operano per via aerea, marittima, ed anche attraverso il servizio postale, pur dovendo peraltro affrontare il problema del calo della domanda, diretta conseguenza della crisi economica globale. Poiché in Brasile il traffico di cocaina via mare su scala globale rappresenta un fenomeno relativamente nuovo, le autorità doganali non di rado si fanno sorprendere dall’ingegnosità dei trafficanti.

Nel corso di sessanta operazioni antidroga che dal 2008 hanno portato al sequestro di oltre dieci tonnellate di cocaina, la polizia brasiliana ha scoperto lo stupefacente all’interno di carichi di carbone, in botti di succo d’arancia congelato, e finanche in container di detersivi. Tuttavia – è il racconto del capo ispettore delle Finanze nel porto di Santos, Cleiton Simões – una delle tecniche che più hanno dato filo da torcere alle autorità è consistita nell’occultare i panetti nelle stesse intercapedini metalliche dei container, che lasciano 'vuoti' il porto di Santos. Una pratica che gli ispettori portuali stanno contrastando efficacemente, ma non a buon mercato: é in corso l’acquisto di costosi apparecchi a raggi x di ultima generazione, che consentono di vedere oltre pareti metalliche spesse sino a tre centimetri. Tra gli altri stratagemmi ideati dalle bande di narcotrafficanti sta l’'arruolamento' dei membri degli equipaggi mercantili, che almeno in una prima fase erano sottoposti a controlli particolarmente blandi; con buone possibilità di farla franca, potevano occultare tra i propri vestiti discrete quantità di polvere bianca.

Ma come spiega il delegado della Polizia federale, Luciana Fuschini, la trovata più recente, è la cosiddetta 'pesca': lo stupefacente non viene imbarcato, ma è appunto 'pescato' in mare aperto. I narcotrafficanti, su veloci motoscafi, raggiungono la nave a varie miglia dalla costa. Solo a questo punto, i membri dell’equipaggio assoldati dai criminali issano a bordo il carico illecito: zaini pieni di cocaina vengono tirati su con delle corde, e la generale impunità è garantita. Le forze dell’ordine verdeoro cercano di debellare il problema anche ricorrendo alla cooperazione internazionale, e si ha notizia che la Polizia – con l’autorizzazione della magistratura – lascia spesso passare carichi di droga: l’obiettivo é monitorarne e tracciarne il percorso, per risalire agli acquirenti.

Come accennato, l’ampiezza delle frontiere – marittime, aeree e terrestri – rende per ora impossibili quei controlli cui sono abituati gli europei. Tuttavia parte dell’opinione pubblica verdeoro, con buona pace delle teorie antiproibizioniste, vede la soluzione in normative simili alla nota 'Lei do abate' del 2004, che consentendo di abbattere velivoli sospetti di narcotraffico, ha senz’altro avuto un importante effetto di deterrenza contro il commercio di droga.

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