Politica News

Conferenza di Monaco

Siria: senza accordo l’intervento umanitario è un rischio

Presto il Paese sarà stretto dai morsi della fame e del mercato nero

Conferenza monaco
Advertising

Il Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, lo aveva ammesso pochi minuti dopo la ratifica dell’accordo: l’intesa raggiunta a Monaco sul “cessate-il-fuoco” siriano era con ogni evidenza minata da una fragilità di fondo. Gli interessi opposti legati insieme e le asimmetriche visioni dei vari attori internazionali creano una vistosa frattura tra i vari leader presenti. Di là dai buoni propositi, dall’esigenza di confrontarsi attorno a un tavolo per risolvere una crisi umanitaria che si protrae da troppi anni, la comunità internazionale è ancora molto distante dal trovare le sinergie giuste per uscire dal ginepraio di Damasco.

Sulla carta gli impegni assunti venerdì scorso sembravano una buona base di partenza: le 17 parti convocate a Monaco per stipulare un’intesa avevano, infatti, concordato una momentanea fine delle ostilità, entro e non oltre sette giorni. A rimanere sotto il fuoco incrociato  soltanto i gruppi jihadisti dello Stato islamico e di al Nusra (la sezione locale di Al Qaeda). Durante il cessate il fuoco si dovrebbero organizzare una serie di catene di soccorsi volte a far pervenire ai civili gli aiuti umanitari del caso. Russia e Usa sono così chiamate a confrontarsi costantemente con i rispettivi partner sul campo per garantire la solidità del patto.

I buoni propositi diplomatici, però, sono tramontati nello spazio di un mattino. I ribelli hanno manifestato le proprie rimostranze di fronte al percorso delineato dalle grandi potenze. Riad Hijab, in rappresentanza dell’Alto Consiglio dell’opposizione siriana, ha specificato che nessun accordo potrà essere considerato valido almeno finché il regime di Assad non sarà destituito e con esso non scomparirà anche l’impronta alla campagna militare data dai pasdaran iraniani, considerati in combutta col dittatore. A stretto giro è arrivata la risposta del diretto interessato: l’ex rais, per nulla intimidito dallo scambio di battute, ha dichiarato di credere fermamente nei negoziati internazionali, pur declinando l’invito a deporre le armi. La posizione di Assad è sempre stata chiara: coi terroristi non si può trattare, laddove però sotto questa etichetta vengono iscritti fondamentalmente tutti gli oppositori del regime, senza distinguo di sorta. Di più: avendo esplicitamente rivendicato l’obiettivo di riunire nuovamente il paese sotto la sua guida,

Assad ha lanciato un micidiale uno-due contro Arabia Saudita e Turchia, ree a suo avviso di voler condizionare il confronto offrendo supporto logistico –  ove non espressamente militare – ai fondamentalisti. Assad non è uno sprovveduto: la sua posizione è maturata all’ombra del Cremlino, laddove le forze militari dislocate sul campo da Vladimir Putin hanno consentito all’ex dittatore di riconquistare metro su metro il territorio originariamente perduto. Da quando la Russia ha avviato la sua campagna aerea sul finire di settembre, la forza di Assad è aumentata esponenzialmente di settimana in settimana, sino ad arrivare alla promessa presa di Aleppo, la città alawita che con 300.000 anime rappresenta la seconda metropoli siriana. E’ quello l’obiettivo, perché secondo Assad soltanto conquistando Aleppo si potranno arrestare i rifornimenti turchi garantiti sinora alle forze ribelli.

Putin ha ovviamente incoraggiato una simile strategia, preso com’è da un risiko che lo ha condotto a svolgere il ruolo di arbitro in cabina di regia. Un ruolo cui la Russia ambiva da molto tempo e che si è accaparrata non appena gli Stati Uniti hanno palesato l’intento di alleggerire la propria presenza nella regione. A Mosca, negli ambienti governativi, davano per assodato il disimpegno di Washington, anche alla luce delle precedenti scelte disposte durante i due mandati di Barack Obama. A tale disimpegno legavano, nel medio periodo, il proprio rinnovato attivismo, per esercitare una sfera d’influenza tale da accrescere la propria forza contrattuale nell’area. Non si spiegherebbe altrimenti l’arsenale portato in dote per piegare le resistenze dell’Isis: di fronte a un sedicente Stato islamico che non dispone di confini certi né di solide difese missilistiche, i russi hanno contrapposto basi aeree in grado di coprire l’intera area regionale, non lesinando incursioni in territori ove la presenza dei fondamentalisti appare quantomeno improbabile. Per questa ragione Mark Toner, portavoce del Governo americano a Monaco, ha accusato la Russia di aver comunque esacerbato i toni del conflitto, quando è evidente – per la teoria dei vuoti di potere – che questo non sarebbe mai potuto accadere se Washington non avesse assunto un ruolo meno centrale nello scacchiere mediorientale.

Native Advertising

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>