Politica Analisi

Esteri: il punto

Siria, i raid russi colpiscono un ospedale di Msf

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The MSF-supported hospital in Ma’arat Al Numan was attacked and destroyed on Monday 15th Feb. At least seven people were killed, and at least eight are missing, presumed dead.
The 30-bed hospital  had 54 staff, two operating theatres, an outpatient department and an emergency room. The outpatient department treated around 1500 people a month, the ER carried out an average of 1,100 consultations a month, and around 140 operations a month, mainly orthopaedic and general surgery, were carried out in the operating theatres.

MSF has been supporting this hospital since September 2015 and covered all the needs of the facility including provision of medical supplies and running costs.
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Non hanno avuto ancora nessun effetto le parole di accordo pronunciate solo qualche giorno fa a Monaco, durante la riunione dell’International Syria Support Group. Proprio come previsto, sulla Siria continuano a piovere bombe e solo nelle ultime ore, a Marat al Numan, nella zona di Idlib, è stato colpito un ospedale gestito da Medici senza Frontiere. Secondo una prima ricostruzione, l’ospedale è stato bersagliato quattro volte in due serie di almeno due attacchi, a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro. Di otto membri dello staff non si hanno notizie mentre i morti accertati sono sette.  «La distruzione di questo ospedale lascia una popolazione di circa 40.000 persone senza accesso ai servizi sanitari in una zona in pieno conflitto» ha commentato il capo missione di Msf in Siria, Massimiliano Rebaudengo, che ha condannato fortemente l’accatto. Nell’ospedale, dove lavoravano 54 persone, c’erano 30 posti letto, due sale operatorie, un ambulatorio e un pronto soccorso. Msf lo supportava da settembre 2015, in particolare fornendo attrezzature e materiale medico e coprendo i costi di gestione. Nel pomeriggio, però, da Mosca è arrivata la smentita. «Si tratta di un nuovo capitolo dell’esercizio di propaganda in corso» ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha negato il bombardamento sull’ospedale. «Nelle notizie diffuse dai media non ci sono informazioni specifiche che possono essere presentate come prove, si tratta solo di accuse» ha detto. Ma a confermarlo sono stati anche i turchi. «La Russia ha colpito un ospedale nel nord della Siria con un missile balistico, lanciato probabilmente dal mar Caspio» ha annunciato il premier turco, Ahmet Davutoglu.

Quel che è certo che i raid aerei russi, hanno colpito incessantemente tutte le zone a nord del Paese prendendo di mira, in particolare, la città ribelle di Azaz e una località vicina. Il bilancio dei morti è ancora provvisorio, ma si parla di 14 vittime, tra cui dei bambini, e 30 feriti.  La notizia, diffusa dall’Osservatorio siriano sui diritti umani, ha fatto il giro del mondo e non ha fatto altro che incrinare ancora di più i già fragili rapporti con gli Stati Uniti. Nonostante la telefonata di Barack Obama Vladimir Putin per chiedere di cessare immediatamente i bombardamenti sulla popolazione civile, infatti, oggi Mosca ha dichiarato che proseguirà i raid aerei contro i terroristi anche nella provincia di Aleppo nonostante l’accordo di cessare il fuoco. «Noi combattiamo contro gruppi terroristici, Isis, al Nusra e altri, legati ad al Qaeda. I bombardamenti su obiettivi dei gruppi terroristici continueranno in ogni caso» ha ribadito il vice ministro degli Esteri russo Gennadi Gatilov. «Il succo della questione sta nel fatto che il cessate il fuoco riguarderà coloro che sono davvero interessati all’avvio del processo di dialogo e non i terroristi» ha aggiunto.

E se l’acredine con l’America resta immutata, cresce, invece, la tensione con la Turchia che sta bombardando le postazioni curde nel nord della Siria. Lo ha confermato oggi il portavoce del ministero degli Esteri di Ankara, Tanju Bilgic. «Come effetto del fuoco di artiglieria e degli attacchi dalla Siria verso il nostro Paese a partire da sabato, abbiamo agito secondo le nostre regole d’ingaggio. E quindi, sabato, domenica e oggi, abbiamo risposto alle milizie curdo-siriane dell’Ypg» ha detto. Immediata la risposta russa. «Il bombardamento del territorio siriano da parte di Ankara equivale a un manifesto sostegno al terrorismo internazionale e alla violazione delle risoluzioni del consiglio di sicurezza dell’Onu» ha detto il ministero degli Esteri russo, che accusa la Turchia di favorire la penetrazione illegale di forze fresche jihadiste e mercenari armati in Siria. Sulla stessa linea anche il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, secondo cui i complicati rapporti di Mosca con la Turchia potrebbero rappresentare un considerevole ostacolo alla creazione di un fronte unico per la lotta al terrorismo in Siria. Intanto, però, Ankara smentisce le voci russe su un presunto sconfinamento con 12 pickup armati e circa 100 militari nei pressi del valico di Bab al-Salameh e sostiene che il suo esercito non sia mai entrato nella patria dell’arci-nemico Bashar al Assad. Anche il governo di Damasco, però, ha protestato per l’ingerenza turca e ha mandato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per chiedere di porre fine ai crimini del regime turco.

La guerra siriana, dunque, continua a combattersi non solo sul campo, ma anche tra le stanze del potere, tra le diplomazie internazionali. Ed è ormai chiaro che si tratta di un conflitto per procura tra le potenze mondiali che appoggiano le diverse fazioni siriane rivali. Aerei da guerra russi stanno bombardando dall’alto. Le milizie irachene e libanesi, assistite da consiglieri iraniani, stanno avanzando sul terreno. I gruppi ribelli siriani, sostenuti da Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, stanno combattendo per guadagnare posizioni. Le forze curde alleate sia di Washington che di Mosca stanno cercando di approfittare del caos per estendere il loro controllo su una porzione di territorio più ampia. Lo Stato islamico, infine, è riuscito a conquistare un paio di piccoli villaggi. Il puzzle, così ricomposto, da sul serio l’idea di una situazione incancrenita dalla quale è difficile uscire. Per ora l’obiettivo dovrebbe essere quello di mettere in salvo la popolazione civile, già allo stremo, ed infatti si sta valutando la possibilità concreta di aprire dei corridoi umanitari. Se n’è parlato anche oggi a Bruxelles durante il Consiglio dei ministri degli esteri europei.

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