mercoledì, settembre 19

Siria: le mani dell’Iran su Aleppo Qual è il ruolo di Teheran in Siria? E come deve esser interpretato il suo impegno nella città? Intervista ad Annalisa Perteghella, analista per l’ISPI ed esperta in Medioriente

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Ieri, 4 marzo, diverse fonti internazionali, tra cui ‘Reuters’ e ‘Middle East Eye’, hanno riportato la notizia di un impegno da parte dell’Iran nella ripristino delle reti elettriche nella città siriana di Aleppo. Si tratterebbe di un vero e proprio passo verso il rilancio degli impianti elettrici, un’intera rete distrutta durante la guerra. Gli impianti in questione sarebbero cinque e, secondo le fonti, farebbero parte di un accordo raggiunto lo scorso anno tra Assad e Teheran, secondo il quale il Paese sciita garantirebbe il proprio contributo nella riparazione della rete elettrica siriana. Prima della guerra, la capacità elettrica del Paese era pari a 1000 megawatt, mentre ora si parla di 135 milioni di dollari iraniani impiegati a produrne 125 tra il mese di aprile e giugno.

L’Iran, però, non è l’unico attore partecipe nel ripristino dell’elettricità e dei servizi base ad Aleppo. Insieme a lui, infatti, ci sarebbe anche la Russia, e il Governo siriano – secondo alcune fonti- spera si aggiunga anche la Cina.

Le forze governative di Bashar Al-Assad hanno recuperato il pieno controllo di Aleppo più di un anno fa – dicembre 2016 – con l’aiuto delle milizie supportate da Russia e Iran.

L’impegno di Teheran nella ricostruzione degli impianti elettrici conferma il ruolo sempre più presente e preponderante del Paese iraniano in Siria. Dalla parte del Paese sciita pro-Assad ci sono anche Russia e Turchia. Quest’ultima, però, sembra aver strumentalizzato la questione siriana per rincorrere obiettivi interni, ovvero eliminare la minaccia curda al confine. L’operazione ‘Ramo d’Ulivo’ potrebbe, infatti, confermare quest’attitudine di ‘realpolitik’ del premier turco, Recep Erdogan.

Dalla parte dei ribelli siriani, invece, ci sono gli Stati Uniti, insieme ai suoi storici alleati nella regione, Arabia Saudita e Israele, due attori che storicamente si contendono l’egemonia regionale, ma che oggi fronteggiano un nemico comune, l’Iran.

La Siria, quindi, si presenta come un teatro dove più attori internazionali e regionali giocano, ognuno, la sua partita. Per lo scenario siriano, a differenza di quello iracheno, non è ancora tempo di parlare di ricostruzione effettiva, cosa che invece si è fatta per l’Iraq a Kuwait City circa due settimane fa. Secondo quanto riportano più fonti, infatti, gli Stati occidentali – alcuni dei quali hanno appoggiato l’opposizione siriana -, hanno affermato che non aiuteranno a ricostruire la Siria finché non sarà in atto una transizione politica.

L’Iran, però, non ha nascosto affatto il suo impegno – forse strategico – nell’aiutare il Paese a ripartire. Ma qual è il ruolo di Teheran in Siria? E come deve esser interpretato il suo impegno nella città di Aleppo? Ne abbiamo parlato con Annalisa Perteghella, analista per l’ISPI ed esperta in Medioriente.

 

Da quanto emerge dalle fonti arabe e internazionali, l’Iran sta aiutando la Siria – in particolare la città di Aleppo – nel ripristinare l’energia elettrica nella città. Il piano è quello di ripristinarla anche nelle zone e città limitrofe. Considerando questa notizia, può spiegarci qual è ad oggi il ruolo dell’Iran nelle zone tornate sotto il controllo del regime di Bashar Al-Assad?

L’Iran sta aiutando Assad a riprendere il controllo del territorio siriano, fornendogli il supporto logistico e finanziario necessario. Lo scopo è quello di cercare di ricostruire lo Stato siriano nella sua integrità – o almeno nella forma più vicina a quella precedente al conflitto. Così facendo, Teheran mira a ad assicurarsi un alleato nella regione. In alcune zone, poi, l’Iran sta mettendo in atto ormai da più di un anno una politica demografica di ripopolamento, sostituendo la popolazione sunnita rifugiatasi all’esterno del Paese con popolazione sciita.

L’aiuto iraniano che tipo di reazione genera a livello sociale? Come reagisce la popolazione a un Iran così ‘buono’ e impegnato nella ricostruzione di un settore base come quello elettrico? Come viene visto?

Non è possibile identificare una reazione univoca. Da un lato c’è la popolazione siriana che sostiene Assad, e che quindi vede con favore l’intervento iraniano, mentre coloro che si oppongono al regime denunciano l’ingerenza di Teheran.

In che modo è impegnato l’Iran in Siria secondo un’ottica militare?

L’impegno iraniano in Siria è, soprattutto, di due tipi: militare ed economico. Nel settore militare, Teheran sostiene le forze armate ufficiali di Assad, le milizie filo-governative, e le altre milizie straniere – composte soprattutto da combattenti sciiti iracheni e afghani – che combattono a supporto di Assad.

Di che tipo di supporto militare stiamo parlando?

Questo sostegno si concretizza in attività di addestramento e nel rifornimento di armi e munizioni. Ci sono poi uomini delle stesse Forze armate iraniane che combattono in Siria (in particolare le forze di terra dei pasdaran e le brigate al Qods, incaricate delle operazioni all’estero).

Qual è invece l’impegno economico iraniano in Siria?

Il coinvolgimento di Teheran è forte anche nell’economia del Paese: senza le linee di credito aperte dall’Iran nei confronti di Assad, il dittatore non sarebbe stato in grado di mantenere il controllo dello Stato fino a questo punto. L’intervento iraniano nel settore economico si concretizza anche nella ‘gestione’ delle gare d’appalto, in modo che queste vengano vinte da imprese controllate da uomini vicini ai pasdaran.

Quali possono essere, a questo punto, le conseguenze di carattere geopolitico regionale? Qual è il quadro che ci si presenta?

È chiaro che, a sette anni dall’inizio della guerra, emerge come vincitore l’asse Assad-Russia-Iran. Recentemente si è verificato uno ‘scivolamento’ della Turchia – inizialmente una delle maggiori oppositrici di Assad – a favore di quest’asse filo-russo. Il principale interesse di Ankara, infatti, è quello di evitare il saldamento di un’area controllata dai curdi lungo il suo confine meridionale; in cambio di mano libera su questo, la Turchia ha abbandonato le proprie posizioni oltranziste nei confronti di Assad. C’è poi il coinvolgimento ‘fantasma’ di Israele, che ufficialmente mantiene una posizione di neutralità, ma che nei fatti già da anni utilizza il caos siriano per effettuare raid aerei in Siria e bombardare le postazioni di Hezbollah e, recentemente, anche iraniane. Ci sono poi gli Stati Uniti, ufficialmente presenti in Siria solo per combattere lo Stato islamico, e che però ora che l’ISIS è quasi sconfitto, anziché ritirarsi, pensano a come fare evolvere il proprio coinvolgimento, questa volta in ottica anti-iraniana. Insomma, il quadro è ancora complesso, ed è evidente come questo non si possa risolvere se non attorno a un tavolo negoziale. Al tempo stesso, assisteremo ancora a fasi di violenza, perché i diversi attori coinvolti vogliono presentarsi a questo tavolo negoziale da posizioni di forza, in modo da poterne ricavare maggiori concessioni.

Alcuni analisti sostengono che la Siria rientra geograficamente nel progetto iraniano di disegnare una sorta di ‘ponte sciita’ – con l’appoggio di Hezbollah naturalmente – , che da Teheran arrivi fino in Israele e al Mediterraneo. L’impegno iraniano in Siria, secondo, lei potrebbe confermare questa tesi?

L’alleanza tra Iran, Siria e Hezbollah in Libano esiste già di fatto da diversi anni, almeno dagli anni Ottanta. La questione dibattuta è lo scopo di questa alleanza. Gli analisti che parlano di ‘ponte’ – o di ‘corridoio’ – sciita intendono mettere l’accento su un tentativo egemonico da parte dell’Iran nella regione. Io credo invece che, il mantenimento di questa alleanza faccia parte della politica di difesa di Teheran che, isolata nella regione, mantiene un articolato sistema di proxies e ‘teste di ponte’ per esercitare la deterrenza nei confronti dei propri avversari. In questo caso, la vicinanza a Siria e Hezbollah serve all’Iran come fonte di difesa nei confronti di Israele.

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