martedì, agosto 21

Sindone: ecco perché la ricerca Borrini-Garlaschelli è scientificamente inaccettabile La celebre sindonologa Emanuela Marinelli in questa lunga intervista ci spiega i motivi per i quali il lavoro di Matteo Borrini e Luigi Garlaschelli è discutibile dal punto di vista scientifico, i buchi neri, le approssimazioni

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Di tanto in tanto la Sindone torna riempire le pagine dei giornali. L’ultima volta pochi giorni fa, quando è stato diffuso uno studio condotto da Matteo Borrini dell’Università di Liverpool e Luigi Garlaschelli del Cicap. Lo studio, come ci è stato spiegato ieri dal suo autore, Borrini, era volto a definire la compatibilità o meno delle macchie che appaiono sul telo rispetto alla posizione di un corpo crocifisso.

Nuovamente la Sindone per qualche ora habucato lo schermo’, lo ha fatto con titoli tutti giocati sul sensazionalismo -che per primo proprio Borrini ha criticato-, che, in fatto di Sindone, ‘scattasul negativo –curioso destino considerato come la Sindone sia l’immagine di un negativo che diventa positivo in un negativo fotografico-, cioè sulla non autenticità: ‘Sindone, una parte delle macchie di sangue è falsa’, ‘Sindone, “parte delle macchie di sangue non può essere vera”’, ‘Sindone, studio choc: «Almeno metà delle macchie di sangue sono …’, ‘Ricerca, false macchie sangue Sindone’, ‘Sacra Sindone, almeno metà delle macchie di sangue è falsa’, ecc…. Questi titoli mi hanno fatto ridere, davvero”, ci dice Emanuela Marinelli.

Una vita dedicata all’insegnamento, oggi Marinelli è una  celebre e ascoltatissima sindonologa. Convinta dell’autenticità della Sindone, ha la competenza e l’onesta intellettuale di porsi domande e dubbi e lavorare usando il metodo del ricercatore, più che vantare sicurezze.

Così con Emanuela Marinelli abbiamo provato a porci domande sulla ricerca Borrini-Garlaschelli, guardare questo lavoro dal punto di vista scientifico, senza partire da nessuna convinzione di fondo.

Lei ha potuto, immagino, visionare lo studio  -che è datato 3-4 anni fa, già presentato nel 2014 e nel 2015-,  dal punto di vista scientifico e di sindonologa lo ritiene condotto correttamente o hai dei rilievi in proposito?

In effetti il lavoro non è nuovo e gli autori non ne fanno mistero: lo scrivono essi stessi in nota nella prima pagina.  Il nuovo articolo l’ho letto nei giorni scorsi, ma già conoscevo la vecchia ricerca, che sostanzialmente affermava le stesse cose. Non si può ritenere condotto correttamente uno studio che presenta esperimenti realizzati con approssimazione. Faccio un esempio: per indagare sulla ferita del polso sinistro è stata posta una macchia circolare di sangue sintetico sul dorso della mano di un volontario e poi vi sono stati applicati diversi tipi di legno, ogni volta solo per 10 secondi. Una situazione ben diversa rispetto a quella di un corpo appeso alla croce per alcune ore. Trarre deduzioni da un esperimento di tale superficialità è quanto meno avventato. Eppure gli autori concludono arbitrariamente che è difficile distinguere la reale posizione del chiodo sulla Sindone.

Lo studio aveva come scopo verificare come potrebbero essersi formate le macchie sulla figura della Sindone. Indagine sulla compatibilità di quanto appare sul telo rispetto alle macchie che possono essere prodotte da un corpo crocifisso ne erano già state condotte in passato.

Borrini e Garlaschelli iniziano l’articolo riferendo gli studi, anche sperimentali, di altri ricercatori che prima di loro si sono cimentati nell’interpretazione dei rivoli di sangue presenti sulla Sindone per ricostruire la posizione del corpo appeso alla croce o le diverse posizioni assunte, ammettendo che il crocifisso potesse compiere alcuni movimenti per riuscire a respirare. Questi ricercatori sono Mons. G. Ricci e i medici P. Barbet,  F. T. Zugibe, M. Bevilacqua (et al.), G. Lavoie, N. Svensson.

Gli autori di questo articolo tralasciano però di fornire al lettore un’informazione non secondaria: questi studiosi, nella maggior parte medici, pur nelle diverse interpretazioni date ai rivoli di sangue, sono tutti concordi nel sostenere che la Sindone è il vero lenzuolo funebre di Gesù di Nazareth. Al contrario, Borrini e Garlaschelli sono convinti che sia falsa, dunque devono cercare di demolire in tutti i modi il lavoro degli altri per raggiungere il loro scopo: tentare di dimostrarlo.

Garlaschelli non è nuovo a studi che partono dalla considerazione che la Sindone sia un manufatto. «Le colature di sangue dalle mani e dal costato non sono coerenti con la posizione del corpo classica della crocifissione, né con una posizione distesa, in caso di sanguinamento post-mortale (chi scrive ha verificato sperimentalmente l’andamento dei rivoletti su un volontario, sia in piedi con le braccia a varie angolazioni, sia sdraiato)», scriveva tra il resto in un articolo che noi abbiamo pubblicato nel 2015. Cosa c’è di diverso in questo studio rispetto a quanto Garlaschelli ha sempre sostenuto? E cosa ci dice di davvero nuovo questo studio che deponga per la non autenticità delle ‘macchie’ sulla Sindone?

Garlaschelli ha sempre sostenuto che l’immagine presente sulla Sindone sia opera di un falsario. Per dimostrarlo ha realizzato una copia della Sindone a grandezza naturale. Un lenzuolo è stato disteso sopra un volontario per ottenere l’impronta del corpo, mentre il volto è stato ricavato adagiando il telo su un bassorilievo di gesso. Per riprodurre l’immagine, la stoffa è stata strofinata con un tampone imbevuto in acido solforico diluito in acqua contenente un pigmento inerte in polvere, l’alluminato di cobalto. Quello che si è ottenuto, però, è dal lato esterno della stoffa, mentre nel caso della Sindone l’immagine si trova all’interno, dal lato che era verso il corpo. Il pigmento è stato poi rimosso lavando il telo. Successivamente sono stati aggiunti i segni dei colpi di flagello e delle ferite utilizzando ocra rossa, cinabro e alizarina.

Il risultato dell’esperimento è stato criticato dal Prof. Ing. Giulio Fanti, docente all’Università di Padova, e dal medico Thibault Heinburger. Essi hanno sottolineato come l’immagine di Garlaschelli sia diversa dall’immagine sindonica: non ha i contorni sfumati, non ha continuità, non è presente nelle zone in cui non c’era contatto, ha una scarsa tridimensionalità. A livello microscopico ci sono molte differenze, perché l’immagine ottenuta da Garlaschelli presenta notevoli discontinuità. Il colore arriva più in profondità nella fibrilla, mentre sulla Sindone solo la pellicola più esterna della fibrilla è ingiallita. Inoltre la fibrilla della Sindone è ingiallita in tutta la sua circonferenza esterna, mentre la fibrilla dell’esperimento di Garlaschelli è colorata solo dal lato esposto all’acido. Non va poi dimenticato che sulla Sindone sotto le macchie di sangue non c’è immagine e ci sono aloni di siero attorno alle macchie stesse, tutte caratteristiche impossibili da riprodurre con il metodo di Garlaschelli.

La differenza del nuovo studio è che non viene descritto come il falsario poteva realizzare la Sindone, ma piuttosto viene affermato che i rivoli di sangue presenti sulla stoffa non sono compatibili con quanto si avrebbe nel caso di una vera crocifissione, quindi ancora una volta Garlaschelli conclude che la Sindone è falsa.

Di davvero nuovo c’è solo l’ennesimo tentativo di screditare la Sindone con esperimenti goffi e ridicoli che niente hanno a che vedere con la crocifissione di un vero corpo umano. Ecco un esempio: sulla ferita del costato, ammettono che sia stata inferta con il corpo in posizione verticale, ma nel loro esperimento riescono a ottenere che dalla ferita escano solo rivoletti che colano indipendentemente, mentre sulla Sindone si osserva una grande macchia piena di sangue. Vale la pena di descrivere questo esperimento: Garlaschelli prende un busto di manichino di quelli bianchi senza testa che si usano nei negozi per esporre capi di abbigliamento e con un manico di legno gli preme sul lato destro una spugna imbevuta di sangue sintetico, che cola giù rapidamente come fosse acqua. Tutto qui. E da questa rozza trovata pretende di trarre conclusioni scientifiche rispetto al corpo di un uomo morto per rottura di cuore con conseguente emopericardio, cospicua raccolta di sangue sotto pressione che quando si incide il torace sprizza fuori a getto divisa nelle sue componenti (sangue e siero). Stessa scena con il manichino e la spugna per giudicare la colata di sangue nella zona lombare, senza considerare la quantità di sangue realmente uscita e la verosimile presenza di una corda che legava un panno attorno ai fianchi. Mi è sembrato di vedere uno dei ‘bizzarri esperimenti’ di Garlaschelli nei panni del prof. Alchemist, come ad esempio questo: ‘Il postulato del cetriolo’.

 

Lo studio, però, se lo si va a vedere, parla anche di elementi, invece, probanti se non altro la compatibilità, per esempio sul dorso della mano sinistra e sul lato frontale del torace. Altresì molti gli elementi sui quali il lavoro in laboratorio ha prodotto ‘risultati non chiari’, come si legge su ‘Journal of Forensic Sciences’. Corretto? E, facendo la tara, sono più gli elementi che depongono contro la compatibilità o quelli che depongono a favore della compatibilità?

 

I risultati non chiari, nell’articolo, sono quelli relativi alla posizione della ferita del polso, che gli autori non riescono a individuare con il loro esperimento della tavoletta applicata per 10 secondi. Per il resto, devo dire che di non chiaro c’è molto in questo lavoro, perché più di una volta ci sono affermazioni anche contraddittorie. Gli autori affermano che i vari substrati, così come anche il calore, l’umidità e la circolazione dell’aria, possono entrare in gioco quando si tenta di ricreare lo scenario in cui i rivoli di sangue si formarono. Non sapendo che temperatura ci fosse in quel momento, optano arbitrariamente per 22 °C e operano in assenza di movimenti d’aria, ritenendo comunque che queste variabili non influenzino le posizioni e le direzioni dei rivoli di sangue. Ma non avevano detto poco prima che il calore, l’umidità e la circolazione dell’aria possono entrare in gioco?

Sottolineano anche che i test sono stati eseguiti per capire lo scorrere del sangue sul corpo di un uomo crocifisso e la sua possibile compatibilità con l’immagine impressa sulla Sindone piuttosto che valutare la forma della macchia sulla stoffa. Ma non è dalla forma della macchia sulla stoffa che si può ricostruire com’era il rivolo che ha generato la macchia stessa?

Un’altra affermazione di difficile comprensione è la seguente: «È importante sottolineare che su entrambe le braccia ci sono le macchie di sangue sul lato anteriore degli avambracci». Che vogliono dire? Si poteva pensare che il crocifisso venisse appeso per un solo braccio? Oppure che un solo polso poteva essere inchiodato e l’altro legato? Oppure ancora che sull’altro lato degli avambracci non vi fossero i rivoli di sangue? E perché poi decidono, nell’esperimento, di concentrarsi solo sul braccio sinistro?

Per gli esperimenti è stato usato sangue umano intero contenente sostanze anticoagulanti e conservative oppure sangue sintetico e gli autori affermano che si comportano nello stesso modo. Ma chi può garantire che si comporti nello stesso modo anche il sangue di un uomo torturato, percosso, disidratato, dunque sangue più denso del normale, che scorre sulla pelle sudata e sporca del terriccio attaccatosi durante le cadute?

Per lo scorrimento del sangue lungo l’avambraccio, notano che non c’è differenza fra un braccio piegato a 90° e uno diritto: tutto dipende dalla posizione dell’avambraccio rispetto al terreno. Che scoperta! Però non si accorgono che i rivoli di sangue hanno un diverso andamento sulle due braccia dell’Uomo della Sindone: il braccio destro era in effetti piegato a 90° sulla croce, come ha ricostruito Mons. Ricci, mentre il sinistro era più disteso.

Escludono che la crocifissione sia avvenuta ad un solo palo verticale, e su questo si può essere d’accordo; però concludono: «Considerando questi risultati, l’impronta sulla Sindone non corrisponde alla tradizionale immagine artistica di un crocifisso con le braccia distese sulla traversa». Intanto c’è da dire che non tutti gli artisti hanno raffigurato la crocifissione con le braccia distese sulla traversa; e poi, se questa era la «tradizionale immagine artistica», perché il falsario medievale avrebbe realizzato una Sindone diversa da quello che si credeva alla sua epoca?

La discesa di sangue lungo gli avambracci mentre il corpo era in posizione supina viene esclusa e anche su questo si può essere d’accordo, perché ovviamente il sangue fluiva durante la crocifissione, non dopo la morte.

Sul diverso andamento dei rivoli di sangue al polso e lungo l’avambraccio, concludono che «non potevano essersi verificati nello stesso momento e con il corpo nella stessa posizione, ma rappresenterebbero i risultati di due diversi eventi sconosciuti». Eventi sconosciuti? Non hanno mai sentito parlare dell’inchiodatura a terra dei polsi al ‘patibulum’, la trave orizzontale della croce, e del successivo innalzamento sul palo verticale del ‘patibulum’ con il condannato appeso? E dei possibili movimenti della vittima sulla croce per respirare?

Gli autori concludono dicendo che i risultati degli esperimenti dimostrano come la forma dei rivoli di sangue delle diverse zone del corpo non sono coerenti tra loro. E aggiungono: «Anche supponendo possibili diversi episodi di sanguinamento (ad es. movimenti del corpo, emorragia postmortem), questi non sono solo non documentati, ma anche, come per le macchie lombari, appaiono essere irrealistici». Beh, sono irrealistici rispetto ai loro esperimenti del manichino che non hanno alcun valore scientifico. E che documentazione vorrebbero per i movimenti connessi a una crocifissione? E’ proprio l’andamento dei rivoli sulla Sindone che permette la ricostruzione di quel supplizio. Le presunte prove di incompatibilità con una vera crocifissione, sostenute dai due autori con esperimenti grossolani e inadatti, non possono assolutamente essere prese in considerazione.

Cosa cambia dopo questo studio?

Non cambia nulla. Nessuna vera dimostrazione che la Sindone sia falsa si trova in un articolo simile, dove si succedono affermazioni inaccettabili in un contesto davvero scientifico.

Se concludiamo che come sempre al termine di uno studio sulla Sindone anche in questo caso alla fine ciò che di davvero reale si deve concludere è che anche questa volta ci ritroviamo con in mano un pugno di mosche e che la Sindone resta un mistero sarebbe corretto?

 

Non direi ‘come sempre’. Quando si sono condotti studi seri non ci si è ritrovati con in mano un pugno di mosche. Ci sono punti fermi sulla Sindone, che ancora qualcuno nega per partito preso: fra questi, l’importante certezza che la Sindone ha avvolto il cadavere di un crocifisso che ha subito esattamente le torture descritte nei Vangeli. E questo lo affermano medici legali del calibro del Prof. Pierluigi Baima Bollone. Non mi pare poco.

 

Immagino avrai visto i titoli dei giornali italiani. Sensazionalismo a parte, una considerazione. La  ricerca era volta a definire la compatibilità delle macchie o l’autenticità o la falsità di tali macchie? E: la non ‘compatibilità’ è sinonimo in questo caso di ‘falsità?

 

Questi titoli mi hanno fatto ridere, davvero. Ma quale falsario avrebbe fatto solo metà delle macchie di sangue falsa? O crocifiggeva una persona, e allora tutto il sangue era vero, o raffigurava un crocifisso, e allora era tutto falso. Come si fa a realizzare una falsa Sindone diversamente?

La ricerca era chiaramente orientata a dimostrare che la Sindone fosse falsa. Nella conclusione affermano: «Le incongruenze identificate dagli autori sembrano non solo puntare contro la loro realtà, ma contro l’autenticità della Sindone stessa, suggerendo che il lino di Torino sia una rappresentazione artistica o ‘didattica’ del XIV secolo». Ecco, arrivano con metodi sbrigativi, con spugne, bastoni e manichini, con esperimenti da 10 secondi, a pretendere di poter dire qualcosa sulla Sindone. Senza averla mai studiata da vicino e probabilmente nemmeno vista da lontano.

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