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Sigaro Toscano: quel fumo che sa di autocoscienza

Con Terry Nesti, Responsabile Formazione Clienti di Manifatture Sigaro Toscano, parliamo del sigaro italiano per eccellenza
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Si dice che, nel 1815, nella manifattura di S. Caterina delle Rose a Firenze (allora Granducato di Toscana), un violento temporale estivo inzuppò una gran quantità di tabacco lasciato ad essiccare al sole e destinato alla produzione dei sigari che, all’epoca, erano simili a quelli prodotti nel resto del mondo e perlopiù destinati a nobili e borghesi.

La quantità di tabacco rovinato dalla pioggia era troppo grande per permettersi di buttare tutto, così, per ridurre le perdite, si decise di utilizzare il materiale per produrre dei sigari di bassa qualità dedicati al popolo. Come spesso accade nella storia, un imprevisto fece scoprire qualcosa di nuovo ed inaspettato: l’acqua che aveva inzuppato il tabacco lo aveva fatto fermentare dandogli un gusto totalmente nuovo, mai sentito.

Il successo fu tale che, dal 1818, si cominciò a produrre volontariamente sigari con tabacco kentucky fermentato: era la nascita del Sigaro Toscano.

Oltre ad essere diventato il sigaro più fumato in Italia, il Sigaro Toscano ha anche raggiunto un ruolo economico significativo. Dopo una parentesi in cui la proprietà del marchio è stata in mano straniera, nel 2006 la proprietà del marchio è tornata in mano italiana grazie all’acquisizione da parte del Gruppo Industriale Maccaferri (fondato nel 1879) che ha dato vita alla Manifatture Sigaro Toscano. Si tratta di una realtà industriale che, ogni anno, fattura 98 milioni di euro per una produzione di 196 milioni di sigari, di cui ben 3 milioni fatti a mano. Al giorno d’oggi, a causa dei costi della manodopera, i sigari fatti a mano vengono quasi tutti dai Caraibi e dall’Asia meridionale: Manifatture Sigaro Toscano è una delle pochissime realtà in Europa a produrre ancora una gran quantità di sigari fatti a mano, a fronte di una retribuzione della manodopera in linea con i livelli e le normative europee.

Non solo, il Toscano, tradizionalmente legato al mercato italiano, dove la fa da padrone, sta diventando un simbolo dell’eccellenza agroalimentare italiana e ha cominciato ad essere esportato in molti Paesi: Francia e Germania, Spagna e Serbia, ma anche Stati Uniti e Canada, Giappone e Russia, Israele, Libano, Argentina.

A quasi duecento anni dalla nascita di questo prodotto, che è divenuto uno dei simboli dell’eccellenza italiana, la Manifattura Sigaro Toscano ha prodotto una nuova serie: la ‘Granduca di Toscana Cosimo I’ è stata presentata il 14 marzo ed è dedicata a colui che per primo, nel 1560, decise di far coltivare in Toscana questa strana pianta arrivata dal Nuovo Mondo. Proprio in occasione di questa nuova uscita, abbiamo parlato con Terry Nesti, Responsabile Formazione Clienti di Manifatture Sigaro Toscano.

Terry Nesti ci spiega che la nuova fortuna riscossa dal Toscano è stata probabilmente influenzata dall’evoluzione dei grandi vini nella direzione della degustazione oltre che della tavola. Il Toscano, sviluppato per un pubblico popolare italiano, è da sempre stato fumato assieme ad un bicchiere di vino. Questo perché si tratta di un sigaro dai sentori estremamente particolari, unici (legno, cuoio, torba…) che, cosa rara per un sigaro, si prestano bene all’accostamento con un grande vino.

È interessante capire come si sia sviluppata la produzione del Toscano nelle storiche manifatture di Lucca e Cava de’ Tirreni dove oggi, ci dice Nesti, “è cambiato molto, soprattutto per quanto riguarda il comfort di chi lavora in azienda, ma, a livello strutturale, non è cambiato praticamente nulla”. Se la parte del confezionamento e della stagionatura sono rimaste invariate nei processi di produzione, si è intervenuti su dei passaggi che, tradizionalmente, erano più sgradevoli per gli addetti, come la fermentazione: un tempo i covoni per la fermentazione erano smossi con dei forconi dai lavoratori che, in questo modo, venivano a contatto con i gas spigionati dalle foglie; oggi questa azione è svolta da una macchina evitando il disagio per chi si occupa di quella fase della produzione.

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