mercoledì, gennaio 17

Si acuisce l’offensiva Usa contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio L'amministrazione Trump mira a riscrivere le regole del commercio a vantaggio degli Stati Uniti

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A poco più di un anno di distanza da oggi, il candidato repubblicano Donald Trump era solito infervorare le folle radunate per ascoltare i suoi comizi sparando letteralmente a zero su tutte le organizzazioni sovranazionali che si occupano di disciplinare i rapporti politici ed economici tra i vari Stati del mondo. Già allora era piuttosto facile accorgersi di come uno dei bersagli preferiti del tycoon newyorkese fosse l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), ritenuta, al pari del North America Free Trade Agreement e dei due trattati di libero scambio transatlantico e transpacifico che l’amministrazione Obama si era vanamente impegnata a far approvare, la maggiore responsabile del trasferimento di milioni di posti di lavoro dagli Stati Uniti a Paesi a basso impatto salariale.

Così, una volta ultimato l’insediamento alla Casa Bianca, Trump annunciò senza mezzi termini che la sua amministrazione avrebbe agito in ambito commerciale senza tener conto dei vincoli imposti dall’appartenenza all’Omc; vincoli che, a su parere, Paesi come la Cina erano soliti calpestare con grande disinvoltura e che consentivano ad altre nazioni come Giappone e Germania di accumulare scandalosi surplus commerciali. Tutto a detrimento degli Stati Uniti, il cui mercato interno rappresenta uno sbocco strategicamente fondamentale per qualsiasi potenza esportatrice. Il 2017 Trade Policy Agenda (vale a dire  il documento annuale mediante il quale l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio Usa tratteggia la strategia commerciale del governo) rivela a questo proposito che l’obiettivo cardine della politica commerciale dell’amministrazione Trump è quello di «espandere il commercio secondo modalità più giuste ed eque per tutti i cittadini statunitensi […]. Ogni misura sarà concepita con lo scopo di incrementare la nostra crescita economica, promuovere la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti, promuovere il principio di reciprocità con i nostri partner, potenziare la nostra base manifatturiera e la nostra capacità di difenderci, nonché incrementare le esportazioni della nostra industria agroalimentare e dei servizi».

Il nuovo presidente intende quindi «sradicare le condotte sleali da parte di Paesi stranieri» attraverso l’introduzione di una serie di dazi sulle importazioni e dell’applicazione di misure di rappresaglia nei confronti degli Stati ritenuti responsabili di violare le regole del gioco. Washington si adopererà da un lato per far sì che i Paesi stranieri inseriti nella ‘lista nera’ delle pratiche commerciali abbattano le barriere commerciali che bloccano ‘slealmente’ le esportazioni Usa, mentre dall’altro adotterà una linea improntata all’intransigenza per impedire che il mercato interno venga «distorto dall’afflusso di esportazioni sussidiate o a prezzo di dumping che colpiscono le industrie e i lavoratori autoctoni». Ciò ha naturalmente suscitato forti perplessità in tutti i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti, i quali temono che il processo trumpiano di ‘adeguamento’ dei trattati preesistenti alle attuali condizioni di mercato possa preludere a una durissima guerra commerciale. Ragion per cui l’Unione Europea si è messa in contatto con un gruppo di nazioni dotate anch’esse di solide relazioni commerciali con gli Usa per esaminare la possibilità di ricorrere alle vie legali per contrastare la linea protezionista e unilaterale annunciata dal governo Usa. Una mossa da cui, come riporta il ‘Financial Times’ potrebbe «avere origine il più grande e devastante contenzioso della storia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio».

Se però, dal punto di vista statunitense, lo scopo finale è quello di proteggere «la sovranità nazionale Usa sulla politica commerciale», il modo migliore individuato dall’amministrazione Trump per raggiungere il risultato consiste nell’appellarsi a determinati appigli di natura legale. Non a caso, gli Usa stanno bloccando la nomina dei giudici dell’Omc che dovrebbero andare a coprire i ruoli lasciati scoperti dalla scadenza del mandato dei loro predecessori. Come risultato, l’Appellate Body (l’organo di appello dell’Omc che si compone in tutto di 7 membri e delibera in panel di 3 giudici) si è ritrovato sovraccarico di dispute da esaminare e fa sempre più fatica a garantire il corretto funzionamento dell’arbitrato. E la situazione rischia peraltro di aggravarsi a breve, visto che l’11 dicembre scadrà il mandato del giudice belga Peter Van den Bossche e nel settembre del 2018 un altro arbitro verrà ‘pensionato’, lasciando l’organo nelle condizioni appena sufficienti per costituire un panel di delibera, ma del tutto inadeguate a gestire l’enorme massa di lavoro in tempi accettabili.

E mentre prosegue il suo lavoro di sabotaggio dei meccanismi di risoluzione delle dispute dell’Omc, il governo Usa continua a ribadire la propria indisponibilità a sottoporsi al giudizio di tribunali esterni (gli Stati Uniti non aderiscono nemmeno alla Corte Penale Internazionale) ricordando che «il Congresso ha chiarito che gli Stati Uniti non sono direttamente soggetti alle decisioni dell’Organizzazione Mondiale del Commercio». Un simile pronunciamento indica che l’amministrazione Trump ha di fatto disconosciuto l’autorità dell’Omc, anche a costo di scompaginare i precari equilibri economici venutisi a creare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ciò, come rileva l’ex alto funzionario dell’ufficio del commercio canadese Adam Taylor, «riflette la percezione Usa di un sistema globale che non sta tutelando gli interessi statunitensi, cosa che porterà gli Stati Uniti a fare di tutto per riscrivere le regole a proprio favore […]. Un simile approccio implica giocoforza che il sistema del commercio mondiale non potrà continuare a funzionare correttamente, dal momento che le regole che governano questo sistema vengono ignorate in maniera unilaterale».

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