sabato, luglio 22
Cultura & SocietàEsteriNews

Shariasource, la piattaforma della legge islamica

Pregiudizi e difficoltà di applicazione della legge islamica nei diversi ordinamenti giuridici. Ne parliamo con Massimo Campanini, alla luce della Harvard Law School
Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr +
1 2


Download PDF

L’applicazione della legge islamica costituisce, ad oggi, un tema di dibattito molto acceso all’interno di molti Paesi appartenenti, non solo alla cultura musulmana, ma anche a quella occidentale.

La Harvard Law School ha lanciato, per questi motivi, un progetto per organizzare le informazioni del mondo sulla legge islamica: Shariasource, una piattaforma online, in continuo aggiornamento, sul concetto controverso di Sharia e sui suoi diversi gradi, e direzioni di applicazione, nel mondo.

La Sharia, innanzitutto, è la legge di Dio, da un punto di vista metafisico e, pertanto, è sconosciuta agli uomini, e la scienza giurisprudenziale, in chiave pragmatica, cioè il risultato dello sforzo interpretativo dei giuristi che si occupano propriamente di giurisprudenza islamica.

Non esiste, tuttavia, una nozione universalmente accettata di Sharia, anche perché il suo concetto è controverso nella stragrande maggioranza dei Paesi. “La Sharia non è il diritto islamico. La Sharia è la base rivelata, cioè il Corano e la Sunna, di quello che è il diritto islamico vero e proprio, che è il Fiqh. La Sharia quindi è essenzialmente un orientamento etico che ha i suoi fondamenti, evidentemente nella rivelazione, e su questo fondamento etico, poi nel corso dei secoli, i giuristi hanno elaborato le regole normative che, come succede dappertutto, compongono il diritto”, ci spiega Massimo Campanini, orientalista italiano e membro del Consiglio per l’Islam italiano istituito presso il Ministero dell’Interno. “Chiaramente queste regole normative sono state elaborate sulla base di necessità e contingenze storiche, poiché bisognava adattare il governo e la società dello Stato a condizioni particolari, man mano che l’Impero Islamico si ampliava, si complicava, e veniva a contatto con altre civiltà da cui imparava e a cui trasmetteva i sui valori”, continua.

Purtroppo non tutti hanno un concetto chiaro di Sharia; esistono tanti e diversi luoghi comuni, e pregiudizi, che molto spesso ostacolano un approccio più razionale, e ragionevole, alla problematica dell’applicazione della Sharia nei vari ordinamenti giuridici.

La Sharia, per i suoi seguaci, non è un Codice, ma è una ‘via’, un percorso da seguire, un orientamento al ben fare; la Sharia non è un diritto musulmano, ma è la base etica rivelata del diritto musulmano. Ma “il pregiudizio fondamentale”, secondo Campanini “è che la legge islamica sia una legge repressiva, cioè una legge che circoscrive, impedisce i diritti delle persone, che vincola a comportamenti e a obblighi che sono difficilmente accettabili dal punto di vista etico”.

Ad esempio, la circoncisione femminile è una pratica che non esiste nel Corano, e non esiste nemmeno nella Sunna; essa, piuttosto, è entrata nel diritto musulmano a causa delle interferenze che ci sono state nel corso di secoli con le civiltà e le culture precedenti dei Paesi, che sono stati poi inglobati nell’impero musulmano. Quindi la Sharia non è né un Codice, né un sistema normativo, ma è un indirizzo etico di orientamento nell’azione umana e il diritto musulmano è un’elaborazione del tutto umana, fatta dai giuristi sulla base di una rivelazione che, ovviamente, nel corso della storia si è adattata e si è contaminata  con quelli che erano gli usi, i costumi, le tradizioni, dei luoghi e dei paesi dei popoli precedenti, “è chiaro che già questa storicizzazione dovrebbe servire a cancellare i pregiudizi della giurisprudenza musulmana come di una giurisprudenza oppressiva che nega i diritti”.

Il progetto di Shariasource è stato concepito quasi un decennio fa, da Intisar Rabb, docente di diritto alla Harvard Law School e direttrice del programma di studi giuridici islamici. Esso contiene discussioni scientifiche su casi giudiziari che hanno affrontato direttamente la legge dello stato e della Sharia da tutto il mondo. “È un progetto molto utile, pregevole e che deve essere incoraggiato”, ritiene, a tal proposito Campanini, “perché può contribuire a smontare i pregiudizi e le immagini sbagliate che si attribuiscono alla Sharia”.

Le comunità che professano la Sharia, provenienti dai Paesi dove essa è praticata, si trovano, oramai, in tutto il mondo e, di conseguenza, si pone sempre più spesso il problema di come affrontare le cause legali, di discriminazione e libertà religiosa. Le questione centrali riguardano l’ordinamento giuridico e istituzionale dello Stato, la sua conformità, o meno, alla tradizione islamica.

I casi giudiziari di Shariasource riguardano, soprattutto, gli Stati Uniti poiché, su 173 casi statunitensi, la stragrande maggioranza di essi hanno visto giudici ignorare totalmente la Sharia, sia nel senso giuridico, che in quello più metafisico. Un caso, tra i tanti, riguarda una causa di divorzio, e di separazione dei beni, tra due coniugi pakistani, residenti però nel Maryland. Un tribunale di New York, in merito alla richiesta di divorzio dell’uomo musulmano, avrebbe sancito la precedenza, e la priorità, delle leggi americane su quelle islamiche.

Ma cosa rende così difficilmente compatibile la Sharia con l’ordinamento classico occidentale? Campanini risponde che, con la buona volontà sarebbe possibile trovare una soluzione, una via di mediazione, da entrambe le parti, per far sì che i diversi ordinamenti, da un punto di vista legale e religioso, convivano, senza che i musulmani cancellino quelle che sono le propri origini e le proprie tradizioni. “Questo è un tipico esempio di misunderstanding”, ci dice Campanini, “non è possibile che quando una persona arriva in un altro Paese deve abbandonare, e cancellare, tutta quella che è la sua cultura. Questo misunderstanding, tipicamente occidentale, deriva dal fatto che noi occidentali ci sentiamo sempre sopra un piedistallo, dal fatto che i nostri valori sono democratici, che i nostri valori sono universali, eterni, perfetti, mentre quelli degli altri sono niente in confronto e devono, necessariamente, adattarsi”, e continua “questo problema viene sempre posto sul livello della questione ideologica, sulla questione di principi; ma non è vero, è una questione puramente pratica. Per esempio, nel corso dei secoli, all’interno del mondo musulmano, dove convivevano e sono convissute minoranze cristiane, ebraiche, buddiste, non ci sono mai stati problemi di questo tipo, per cui essi hanno vissuto, per secoli, nei Paesi musulmani, continuando a praticare la loro religione e i loro usi e costumi. E noi, invece, questo non lo accettiamo, perché c’è questo irrigidimento, ciascuno sulle proprie posizioni, che non consente di arrivare a una convergenza comune”.

Commenti

Condividi.