mercoledì, agosto 22

Riforma dell’ ordinamento penitenziario appesa ad un filo Melina della politica sui diritti dei detenuti. Sciupata una grande occasione?

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  Il “J’accuse” viene da Ilaria Cucchi, la combattiva sorella di Stefano, il ragazzo massacrato il 22 ottobre del 2009 durante la custodia cautelare. Un inquietante caso di cronaca giudiziaria che coinvolge agenti di polizia penitenziaria, carabinieri, medici del carcere, e che dopo quasi dieci anni è una ferita che continua a sanguinare. «Appoggiamo l’iniziativa nonviolenta di Rita Bernardini, giunta al 23esimo giorno di sciopero della fame, e del Partito Radicale per chiedere con forza l’immediata approvazione della riforma dei decreti dell’ordinamento penitenziario» dicono Ilaria Cucchi e Irene Testa, dell’associazione Stefano Cucchi Onlus.«Chiediamo che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni convochi con urgenza e in settimana un Consiglio dei ministri per licenziare i decreti», spiegano Cucchi e Testa. «Decreti che rischiano inesorabilmente di diventare carta straccia assieme al lavoro di due anni di tutti gli operatori del settore penitenziario che hanno partecipato attivamente ai tavoli tematici degli Stati generali voluti dal ministro della Giustizia Andrea Orlando».

  Probabilmente, aggiunge la Cucchi, «se questa riforma fosse stata in vigore, mio fratello Stefano sarebbe ancora con noi».

   Per capire quello che accade, bisogna tener presente che è in corso una campagna elettorale all’ insegna di fake news: dove ognuno si sente in dovere di spacciare le più incredibili corbellerie, e fa leva sulla paura di un’opinione pubblica quotidianamente bombardata da “notizie” che fanno sembrare l’Italia un paese più pericoloso dell’Afghanistan o della Libia. Tra gli effetti di questa campagna, neppure tanto collaterali, il sostanziale affossamento di tutte le riforme sulla giustizia che renderebbero il nostro paese un po’ più civile.

   I fatti: ci sono voluti più di due anni di lavoro, per mettere a punto la riforma dell’ordinamento penitenziario, a 42 anni dall’entrata in vigore delle attuali norme sulla detenzione, ormai obsolete; un lavoro egregio, e che rischia di finire alle ortiche. Vanificato, di fatto l’impegno di centinaia di esperti divisi in una ventina di tavoli di quegli “Stati generali dell’esecuzione penale” fortissimamente voluti dal ministro di Giustizia Orlando.

    Il 4 marzo è alle porte, siamo in piena campagna elettorale, giorno dopo giorno dipanata all’insegna dell’allarmismo; l’iter “tecnico” (ma è un tecnicismo tutto politico) è tutt’altro che concluso; e se come tutto fa pensare la questione non sarà conclusa entro il 4 marzo, la riforma sarà praticamente archiviata per sempre: il nuovo Parlamento sarà ancor meno disposto dell’attuale a far tornare l’Italia nel solco della legalità internazionale, in materia di diritti umani.

  Per questo, per richiamare l’attenzione sul “fazzoletto strettissimo di giorni prima delle elezioni” che ormai è rimasto per portare a casa la riforma, Rita Bernardini, della presidenza del Partito Radicale dal 20 gennaio è in sciopero della fame; con lei quasi novemila detenuti e duecento cittadini “liberi”..

     Il ministro della Giustizia Orlando continua a dire che la riforma è uno dei punti qualificanti dei governi Renzi e Gentiloni. Più propriamente si dovrebbe dire: avrebbe dovuto essere, ma non sarà.

  E’ molto probabile che la riforma dell’ordinamento penitenziario che riscrive le regole della detenzione a oltre 40 anni dalla precedente, si areni miserabilmente. Una bolla di sapone che evapora.

  I decreti delegati che allargano un po’ le maglie della concessione di benefici restringendo l’area delle preclusioni automatiche sono stati approvati dal Governo. Niente di rivoluzionario: “semplicementeun modo per avvicinare la detenzione a quanto prevede la Costituzione, con il recupero dei detenuti. Niente svuota carceri e premio-delinquenti come si affannano a dire, strumentalmente demagoghi di destra e pentastellati. Un punto fermo della legge delega è il mantenimento del “doppio binario“: divieto per i reati di mafia, terrorismo e altre categorie ritenute particolarmente gravi; la riforma prevede una più ampia possibilità di ottenere forme di detenzione alternative, permessi-premio e ulteriori collegamenti con la realtà esterna per detenuti colpevoli di reati che in gergo vengono definiti “bagatellari”. E anche in questo caso, automatismi: a decidere è il magistrato di sorveglianza.

  Qui sono cominciati i problemi e le difficoltà. Il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, esprime «soddisfazione per il maggiore accesso alle misure alternative, la semplificazione di molte procedure e l’introduzione di percorsi di giustizia riparativa»; con lui, il Partito Radicale e l’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Tutti gli altri, pollice verso: dall’Associazione “vittime del dovere”, al procuratore nazionale antimafia, il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e molti magistrati. Con le elezioni alle porte, e con i toni assunti dalla campagna elettorale, deputati e senatori in cerca di consenso di “pancia” hanno fatto loro questi rilievi, e suggerito modifiche che snaturano di fatto la riforma.

  Le commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno dato i loro pareri favorevoli, condizionati alla riscrittura dei decreti. Ora tocca di nuovo al governo. Se non accetta le condizioni poste dal Parlamento deve rispedire il testo alle Camere, che hanno altri dieci giorni per nuove valutazioni. Che tutto questo possa accadere prima delle elezioni del 4 marzo è una bella, azzardata, scommessa.

   Tecnicamente il governo può dare attuazione alla riforma anche dopo le elezioni, ha tempo fino all’insediamento del nuovo Parlamento. Ma voi ci credete che accada, soprattutto se il PD prenderà la sberla che tutti vaticinano, e si dovrà procedere a una Grande Coalizione? Orlando dice di sperare ancora. La verità è che ha sciupato una grande occasione; ecco perché una riforma di civiltà che aspetta da quarant’anni di essere varata è rimandata alle proverbiali calende greche.

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