venerdì, settembre 22

Sanzioni alla Corea del Nord: ecco come Pyongyang le aggira Con il supporto della Cina è un gioco da ragazzi per Kim Jong-Un

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Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lunedì ha votato all’unanimità una nuova risoluzione che prevede nuove sanzioni alla Corea del Nord, a seguito del sesto test nucleare.

La nuova risoluzione pone un tetto alle vendite di petrolio a Pyongyang, ovvero taglia l’esportazione annuale di petrolio e prodotti petroliferi da circa 8,5 milioni di barili a 2 milioni di barili che potranno essere importati in un anno, quota considerata il minimo vitale per le esigenze della popolazione,  e vieta le esportazioni di prodotti tessili e forza lavoro dal Paese e impedisce che vengano prorogati i contratti di lavoro per i nordcoreani all’estero, il che dovrebbe determinare, negli intenti del Palazzo di Vetro, una riduzione degli introiti di Pyongyang -tra salari dei all’estero ed esportazione di prodotti tessili – per almeno 1,3 miliardi di dollari.

Oggi la Corea del Nord ha fatto sapere che raddoppierà gli sforzi per potenziare ulteriormente  il proprio programma nucleare e missilistico, posizionandosi così allo stesso livello militare degli Stati Uniti, in risposta a quella che ha definito ‘provocazione scellerat’ delle sanzioni imposte dall’Onu.

Invece di rallentare dopo le pressioni imposte lunedì, Pyongyang ha rilanciato promettendo ulteriori sforzi militari. Sanzioni che ancora una volta vedono la Cina protagonista, in quanto è il primo esportatore di petrolio in Corea del Nord, ma è anche il partner cruciale per quanto attiene il tessile.

L’abbigliamento prodotto in Corea del Nord  rappresenta la seconda voce nelle esportazioni del ‘regno eremita’ dopo quelle di carbone e minerali.Secondo dati forniti dall’Agenzia coreana per la promozione del commercio e degli investimenti, nel 2016 le esportazioni nel settore dell’abbigliamento hanno raggiunto la cifra record di 752 milioni di dollari. Insieme alle sanzioni precedenti, che hanno imposto un embargo sulle esportazioni di carbone, ferro, pesce e molluschi, la Corea del Nord perde circa 2,7 miliardi di dollari, pari al 90% delle sue vendite all’estero, secondo dati dell’anno scorso calcolati da Washington. Molte ditte del settore abbigliamento  –cinesi in primis, ma anche francesi, tedesche e olandesihanno delocalizzato la produzione in Corea del Nord, principalmente a causa del bassissimo costo del lavoro, molto più basso che in altri Paesi come India e Bangladesh, e dell’elevata professionalità degli operai. Dagli anni Settanta, quando un’azienda tedesca cominciò a importare t-shirt dalla Corea del Nord, quel business non si è mai arrestato. Si ritiene che Pyongyang abbia una capacità produttiva di 670 milioni di metri all’anno, disponendo di oltre 15mila macchinari ed è in Corea del Nord che è stato inventato il Vynilon, una fibra sintetica di alta qualità.

Negli ultimi anni è stata soprattutto la Cina a usare le fabbriche nordcoreane, concentrate in particolare nella città di confine di Dandong ma anche fuori dalla capitale Pyongyang. Qui ogni anno vengono prodotte milioni di t-shirt con l’etichetta Made in China‘, che poi Pechino rivende ai suoi clienti in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, dal Giappone alla Corea del Sud, dal Canada alla Russia.Secondo un’azienda di consulenza olandese, la Gpi, che aiuta le compagnie straniere a operare in Corea del Nord, nel ‘regno eremita’ ci sono una quindicina di grandi fabbriche tessili, oltre a decine di medie aziende.

L’interrogativo di fondo, però, è se queste sanzioni potranno funzionare o saranno nuovamente aggirate. E se le ‘promesse’ di implementazione del programma nucleare e missilistico che oggi Pyongyang ha fatto non sono un bluff, allora significa semplicemente che  Kim Jong-un ha già in serbo un pinao per aggirare l’ostacolo delle sanzioni, con l’aiuto cinese e non solo. Secondo molti osservatori, il Governo nordcoreano è riuscito a diventare così temibile perché ha aggirato, con metodi illeciti, le sanzioni varate dalle Nazioni Unite, da sempre. Dall’ottobre del 2006, le Nazioni Unite hanno approvato nove risoluzioni contro la Corea del Nord.

Le prime risalgono al 2006. Allora, dopo il primo test nucleare della Corea del Nord, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vietò la fornitura, la vendita e il trasferimento di materiali, attrezzature, beni e tecnologie per impedire che venisse attuato il programma missilistico del Paese.

Col tempo, le sanzioni delle Nazioni Unite sono diventate sempre più rigide e si sono estese a tutti gli Stati per evitare la costruzione e lo sviluppo di armi di distruzione di massa.

Le sanzioni sono universali e ciò significa che sono obbligatorie per tutti gli Stati del mondo, ed ogni Nazione è responsabile dell’attuazione delle regole entro i propri confini.

Le tecnologie missilistiche, nucleari e militari sono regolamentate attraverso sistemi nazionali di controllo delle esportazioni e i Governi devono concedere una licenza agli Stati per esportare in altri Paesi determinate merci e tecnologie, fa notare Daniel Salisbury, ricercatore presso l’università di Harvard. Ciò consente di effettuare una valutazione dei rischi sulle transazioni e ridurre al minimo i possibili inconvenienti derivanti da un uso sconsiderato dell’arsenale.

Nel 2011, quando Kim Jong è salito al potere, il programma missilistico della Corea del Nord ha subito un’evoluzione. Molte delle componenti che caratterizzano i missili provengono da altri Paesi, ma la Corea del Nord sta cercando di produrli autonomamente evitando, così, importazioni da nazioni straniere.

Un rapporto delle Nazioni Unite del 2013 ha confermato che alcuni missili sono stati costruiti con materiali provenienti dalla Cina, dalla Svizzera, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. I filmati hanno dimostrato, inoltre, che la Corea del Nord ha acquistato macchinari all’avanguardia da utilizzare per costruire missili ed armi nucleari, e le fotografie, scattate durante la parata avvenuta nell’aprile del 2017, testimoniano che il nuovo missile balistico, lanciato dal sottomarino della Corea del Nord, è stato costruito con filamenti più leggeri e più resistenti dell’alluminio e ciò comporta un significativo passo in avanti delle loro capacità.

Ma per ottenere questi risultati, la Corea del Nord ha dovuto aggirare le sanzioni e un rapporto delle Nazioni Unite del 2017 ha rilevato che i metodi di evasione utilizzati sono alquanto sofisticati e complessi.

Quali sono, dunque, i metodi che la Corea del Nord ha utilizzato? A causa della vicinanza geografica, del rapporto storico e dei più ampi collegamenti commerciali, la Cina ha svolto un ruolo primario, sottolinea John Park, professore dell’università di Harvard. Molti intermediari e agenti di appalto provengono, infatti, dal territorio cinese. Per sfuggire alle sanzioni internazionali, i dirigenti aziendali nordcoreani si ‘incorporano’ nelle reti commerciali della Cina e lavorano con i mediatori locali, spiega Jim Walsh, ricercatore presso l’Istituto di Sicurezza Tecnologica del Massachussets. Questi intermediari addebitano ai loro clienti del Nord Corea una tassa per l’acquisto di tecnologie a duplice uso -oggetti che possono essere utilizzati sia per scopi civili o militari, come le attrezzature industriali e i componenti che servono per costruire i missili.

Questi broker finanziari hanno accesso ad una vasta gamma di società straniere, che producono apparecchiature per il mercato cinese in crescita, ed è semplice per un responsabile nordcoreano procurarsele utilizzando delle società cinesi locali e dimostrare che i prodotti acquistati non arrivano nella Corea del Nord, ma alimentano il flusso commerciale cinese.

In realtà, sappiamo che non è così perché il sistema ideato è composto da un elevato numero di reti commerciali locali, ed è quasi impossibile individuarne una precisa.

E’ probabile che lo stesso meccanismo di reti commerciali di altri Paesi  -Cina in primis-, con le varianti sul tema del caso, possa essere utilizzato per aggirare quest’ultimo pacchetto di sanzioni, a partire dall’esportazione di materiale tessile, con reti commerciali di altri Paesi che agiscono come ‘cavalli di Troia’ per aggirare anche le sanzioni  -le magliette marchiate ‘Made in China’ ma fatte in Corea del Nord, con personale e materiale nordcoreano sarà la Cina ad esportarle, piuttosto che l’azienda tedesca, olandese o francese.

Per quanto riguarda le sanzioni sul petrolio decise lunedì, un modo per rendere innocue le decisioni del Palazzo di Vetro pare sia insito nel provvedimento stesso. Infatti il petrolio greggio che passa attraverso l’oleodotto Dandong-Sinuiju sarebbe stato esentato dal regime sanzionatorio. Secondo Kristin Huang di Diplomacy & Difence‘ l’oleodotto Dandong-Sinuiju fornisce il 90 per cento del greggio alla Corea del Nord. Questa fornitura è stata esclusa dalle ultime sanzioni delle Nazioni Unite per una ragione molto pratica: una volta spento, questo oleodotto non può essere facilmente rimesso in funzione. Il petrolio trasportato attraverso l’oleodotto Dandong-Sinuiju contiene una elevata percentuale di cera. Se il flusso di petrolio rallenta o si ferma, la tubazione si blocca e ripararlo diventa alquanto costoso. La Corea del Nord, grazie a questa esclusione dipenderà dalla Cina per non far crollare la sua economia, ma grazie a questo ‘oleodotto-pertugio’ Pyongyang potrebbe non doversi preoccupare di trovare forniture sostitutive a quelle sanzionate.

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