martedì, agosto 21

Salvini, i 49 milioni e ‘questa robina qua’ Barnum Italia. Leoni, funamboli, ippopotami e pagliacci / 18

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Non tutto ciò che è marrone è cioccolata e neppure, all’inverso, maleolente materia. Principio spesso dimenticato, con i conseguenti inconvenienti e rischi di chi si trovi a concimare i campi con il cacao e a degustare quanto alla coltivazione dovrebbe essere invece destinato. Così facendo di ogni erba un fascio (e il fascio rischia di divenire littorio) e confidando su confusione e mancanza di memoria si procede, specie in politica soprattutto in politica, con analogie storiche, spesso della cronaca e storia recente, ben poco fondate. La ‘vittima’ principe di questo procedimento è Enzo Tortora, già capro espiatorio in uno dei più clamorosi casi di malagiustizia del nostro Paese. Anche se poi la giustizia stessa, divenuta in questo caso ‘Giustizia’, mostrò che in un Paese civile esistono i contravveleni, nella fattispecie i diversi gradi di giudizio e i diversi giudici, così che il presentatore-intellettuale (quale già era, e quale ancor più divenne nell’attraversare i propri gironi danteschi) venne assolto con formula pienissima in secondo grado. Sentenza poi ratificata definitivamente dalla Cassazione, con il riconoscimento in termini giuridici della lapidaria autodefinizione di Tortora: «Io non sono innocente, sono estraneo».

Sinché era tra noi l’esponente liberalradicale sapeva ben difendersi dai tentativi di trattare la sua odissea come coperta a coprire qualunque mariuolo di un certo livello, specie politico e imprenditoriale, venisse beccato con le mani nella marmellata. Da quando è volato verso altri lidi, e da allora e ora, a difenderne storia memoria lascito ci pensa efficacemente la donna che gli fu accanto in quei giorni e sino all’ultimo e oltre, Francesca Scopelliti. Anche con un libro straordinario, cioè proprio al di fuori dell’ordinario: ‘Lettere a Francesca’, Pacini Editore, raccolta delle missive che Tortora le indirizzò nel periodo in cui si trovava in carcereLa giornalista, e più volte parlamentare, lo porta tra l’altro in giro per l’Italia in una sorta di proprio ‘Never Ending Tour’ iniziato nel giugno 2016, proponendo ed imponendo assieme a questo frammento di storia la più grande vicenda del suo, e nostro, Enzo, e più in generale la ‘questione giustizia’.

Insomma Tortora ha chi ne difende testardamente memoria e immagine, e non solo in maniera strumentale, ma ciononostante il tentativo di utilizzo del suo nome e ‘caso’ prosegue ad ogni piè sospinto, appena ce ne sia l’occasione, e qualcuno ne scorga la vera o presunta utilità. Simile procedimento, più in piccolo come dimensione tragica, più in grande come dimensione economica e mediatica, sta avvenendo per quanto concerne il sequestro ordinato dalla magistratura di fondi della Lega, oggi nelle mani di Matteo Salvini, per 49 milioni di euro. Non esattamente noccioline.  «Ovunque venga rinvenuta» qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega (conti bancari, libretti, depositi…) deve essere sequestrata fino a raggiungere appunto i 49 milioni. Lo sancisce e lo motiva la sentenza della Cassazione che accoglie il ricorso del Pubblico Ministero di Genova nei confronti della stessa. Precedentemente erano già stati bloccati 1 milione e mezzo di euro. I 49 milioni sono quelli che la Lega avrebbe sottratto, impiegandoli a fini impropri, durante la gestione del leader Umberto Bossi e del pittoresco Tesoriere Francesco Belsito stando alla sentenza che li ha condannati rispettivamente a 2 anni e mezzo e 4 anni e 10 mesi per truffa ai danni dello Stato sui rimborsi elettorali.

Per difendersi, dalle parti di via Bellerio (sede della Lega, Milano) e di piazza del Viminale (sede del Ministero dell’Interno, Roma) hanno tirato fuori l’analogia con le vicende della Margherita, e della truffa operata da quel Tesoriere, Luigi Lusi (peraltro condannato in via definitiva a 7 anni di reclusione). Ma le storie sono radicalmente diverse per quanto concerne i comportamenti degli altri, praticamente di tutti gli altri, dirigenti di quell’ormai estinto Partito. E comunque quanto dovuto allo Stato viene in questo caso integralmente restituito. Se poi si scende nel dettaglio si può vedere come le difformità siano di assoluta ed evidente sostanza. E che a maneggiare questa robina qua di cui dicevamo (copyright: Enrico Riccardi e Mina Mazzini) si rischia di insozzarsi, ci si insozza, e poi è difficile arrampicarsi sugli specchi e farla passare per cacao.

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Sull'autore

Giornalista. Editore con ‘La Voce multimedia’