sabato, dicembre 16

Rwanda, immigrati da Israele: più business che solidarietà Patto segreto stipulato sulla pelle di rifugiati: 30.000 immigrati dovrebbero essere nel Paese africano, che incasserà 5.000 dollari per ogni rifugiato accolto

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«Siamo inorriditi a vedere uomini, donne, bambini africani che, intraprendendo la strada dell’esilio, si ritrovano nella schiavitù in Libia. Coerentemente con la nostra storia e la nostra filosofia non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sorte di questi esseri umani che sono trattati peggio delle bestie. Noi non lasceremo soli i nostri fratelli africani. Siamo pronti ad accoglierli. Non potremo accoglierli tutti ma le porte del Rwanda sono aperte». Questa la dichiarazione fatta pochi giorni fa dal Ministro ruandese degli Affari Esteri, Louise Mushikiwabo.

La dichiarazione si inserisce nel dramma degli immigrati in Libia, già ampiamente da noi denunciato  lo scorso aprile, collegando il mercato di schiavi in Libia con il tragitto della morte in Sudan, un dramma di medesime dimensioni ma poco noto al pubblico. Il dramma degli immigrati che tentano di raggiungere le coste italiane ma rimangono bloccati in Libia è stato recentemente ripreso dalla ‘CNN’ che ha offerto le prove inconfutabili di un vero e proprio mercato di schiavi e crimini contro l’umanità commessi da milizie, governi provvisori, trafficanti.

Alcuni di questi responsabili figurano come interlocutori dell’Italia nella regolamentazione dei flussi migratori. Interlocutori fonte di forte imbarazzo del Governo italiano, dopo il finanziamento di 5 milioni di dollari offerti da Roma ad alcune milizie libiche per ottenere una drastico ma temporaneo blocco dei flussi migratori dall’Africa -scandalo scoperto lo scorso agosto dalla giornalista freelance italiana Francesca Monnocchi di ‘Middle East Eye’).

La denuncia sulle drammatiche condizioni degli immigrati in Libia della ‘CNN’ ha scosso le coscienze mondiali. Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato di essere rimasto inorridito dalle immagini trasmesse dal network informativo americano. La reazione del Rwanda giunge al momento giusto. Un piccolo Paese senza sbocchi sul mare, con alle spalle un genocidio, una densità di popolazione tra le più alte in Africa e centinaia di migliaia di rifugiati congolesi e burundesi ospiti fin dal 2010, si offre di accogliere 30.000 rifugiati attualmente presenti in Libia per salvarli dai trattamenti disumani e dal rischio di schiavitù.

La proposta è stata salutata con entusiasmo dal ciadiano Moussa Faki Mahamat, il nuovo rappresentante della Commissione della Unione Africana, mentre le Nazioni Unite e Unione Europea hanno usato toni più cauti. Vi è una ragione a questa prudenza. Una ragione al momento nascosta all’opinione pubblica per pudore. Esiste un patto segreto stipulato tra Kigali e Tel Aviv sulla pelle di rifugiati.

Lo scorso settembre in Israele si è assistito ad una offensiva politica e mediatica del movimento di estrema destra Blacks Out! (fuori i negri), fondato nel 2012 da Miri Regev, ex Brigadiere Generale dell’Esercito israeliano, quadro del partito di destra Likud, e attuale Ministro della Cultura. Balcks Out! é un movimento razzista e xenofono che si scaglia contro gli immigrati africani provenienti da Eritrea e Sudan, nonostante l’immigrazione africana in Israele rappresenti solo il 0,43% dei flussi mondiali.

L’offensiva politica e mediatica della Regev mira a far credere all’opinione pubblica israeliana che gli immigrati africani stiano minando l’identitá ebraica e quindi rappresentino un serio problema sociale. Lo scorso 8 settembre il Primo Ministro israeliano ha promosso il rigurgito xenofobo del Blacks Out visitando i quartieri sud di Tel Aviv dove, sotto i riflettori dei media, ha raccolto il malcontento popolare, accusando gli immigrati eritrei e sudanesi di essere l’unica causa di degrado sociale e di essere il problema numero uno per la sicurezza pubblica. La visita di Bejamin Netanyahu ha rafforzato il movimento estremista della Regev, già supportato da migliaia di fanatici ortodossi giudei.

Il 22 novembre la rete televisivaIsrael Channel 10’ informa l’opinione pubblica nazionale di un progetto governativo per espellere circa 30.000 immigrati eritrei e sudanesi. Un provvedimento da considerare diretta conseguenza del rigurgito xenofobo creato dal movimento Blacks Out! e una vittoria della estrema destra israeliana. Questi 30.000 immigrati dovrebbero essere dirottati in Rwanda, ricevendo 3.500 dollari per reinsediarsi. Al fine di garantirsi la necessaria collaborazione del Governo di Kigali, il Primo Ministro Netanyahu avrebbe assicurato al Rwanda 5.000 dollari per ogni rifugiato accolto. La notizia è stata confermata dal quotidiano ebraico ‘Haaretz’ e dal network informativo ‘Al Jazeera’.

«L’accordo con il Rwanda non è stato reso pubblico. Comunque le autorità dell’immigrazione hanno informato ‘Haaretz’ che le espulsioni di immigrati eritrei e sudanesi inizieranno nelle prossime settimane. Molti di essi riceveranno la notifica di lasciare Israele. Se rifiuteranno saranno incarcerati per un indeterminato periodo di tempo», afferma il giornalista Ilan Lior su  ‘Haaretz’ del 20 novembre 2017. Affiancato al piano di espulsioni di massa vi è la decisione del Ministro degli Interni, Arye Dery, e del Ministro della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan ,di chiudere il centro di detenzione di Holot nel deserto del Negev, dove gli immigrati eritrei e sudanesi ricevano una prima accoglienza, anche se molto discutibile e considerata un totale fallimento.

La società civile israeliana ha condannato il progetto di espulsione di massa e gli accordi presi con il Governo ruandese, in quanto la maggioranza di questi immigrati sono fuggiti da due regimi tra i più disumani in Africa. Anche l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazione Unite (UNHCR) ha espresso dure critiche. «Avendo firmato la Convenzione dei Rifugiati del 1951, Israele ha l’obbligo legale di proteggere i rifugiati e tutte le persone che necessitano di protezione internazionale», recita un comunicato UNHCR. «La decisione presa dal governo israeliano di deportare i rifiugiati eritrei e sudanesi in Rwanda è illegale. Questa misura tende a creare un clima di insicurezza e rigetto verso i rifugiati», ha dichiarato ad ‘Al JazeeraSinga Rozen, dirigente presso il Dipartimento dei Rifugiati e Immigrati.

Nonostante le forti critiche, il Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che l’imminente programma di deportazione di massa verrà attuato in quanto considerato molto importante per la sicurezza nazionale. «Grazie ad un accordo internazionale già firmato deporteremo 30.000 infiltrati anche senza il loro consenso», ha dichiarato Netanyahu, riferendosi ai rifugiati che, secondo lui, sarebbero semplici immigrati clandestini.

Dell’accordo con Israele per accogliere 30.000 deportati africani non vi è alcuna traccia sui media ruandesi. Nulla di strano, visto che il Rwanda ha serie carenze nel garantire la libertà di espressione a quotidiani, siti web, radio e TV che operano nel suo territorio. Sui rifugiati compaiono solo le dichiarazioni del Ministro ruandese degli Affari Esteri, Louise Mushikiwabo, riguardanti la disponibilità di Kigali di accogliere gli immigrati a rischio in Libia.

Un gesto generoso ma contraddittorio rispetto le scelte in politica estera fatte dal Rwanda nel 2011. Kigali fu uno dei pochi Governi africani che supportarono l’attacco NATO contro il regime di Gheddafi. Una scelta assai infausta, visto che la caduta di Gheddafi aprì le porte all’eterna guerra civile che ricorda molto la situazione della Somalia, al proliferare di armi e terrorismo nel Nord Africa e Africa Occidentale e all’attuale dramma degli immigrati divenuti un ottimo affare per il Daesh, milizie, trafficanti libici, e mafie europee.

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