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A 23 anni dall’Olocausto

Rwanda, elezioni 2017: i pericoli vengono dall’esterno

Altro che opposizione dell'Occidente al terzo mandato di Kagame
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A distanza di 23 anni dall’Olocausto il progresso sociale ed economico raggiunto in Rwanda è diventato una non notizia. Un dato di fatto che la Comunità Internazionale ha registrato e di cui inutile soffermarsi in quanto un fiume di inchiostro è stato scritto sull’argomento. Gli aspetti più interessanti sono quelli della politica interna e le relazioni regionali, in prospettiva delle imminenti elezioni, fissate per l’agosto 2017. Questi sono gli aspetti che possono delineare con chiarezza il futuro del Paese vittima dell’ultimo genocidio del Diciannovesimo Secolo.

Un dato di fatto incontestabile è la partecipazione del presidente Paul Kagame, autorizzato per referendum popolare ad accedere al terzo mandato presidenziale. Referendum indetto nel dicembre 2015 con un plebiscito a favore dello ‘Smilzo’: 98% dei sì. All’epoca rare furono le accuse di frodi elettorali ma occorre non dimenticare l’abile lavoro di propaganda svolto dal governo fin dal 2014 per raggiungere gli obiettivi sperati che ruotano su due necessità: continuare ad assicurare la continuità di potere del Fronte Patriottico Ruandese e del Clan Ugandese, capeggiato da Kagame.

L’esito referendario è scaturito da un’abile mossa dei media governativi di associare l’attuale presidente alla sopravvivenza del Paese. La macchina della propaganda governativa, sfruttando il pericolo presentato dal gruppo terroristico Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda – FDLR (12.000 uomini al di là dei confini con Burundi e Congo) e i successi socio economici ottenuti durante i due mandati alla Presidenza, ha convinto l’opinione pubblica del reale rischio di una invasione del Rwanda e di un secondo genocidio. Rischio che, secondo la propaganda ideata, può essere evitato o contenuto solo dalle caratteristiche principali dell’operato politico di Kagame: l’esperienza militare e il network di appoggi internazionali.

Nel rafforzamento degli appoggi internazionali, l’Amministrazione Kagame ha giocato su tre fattori chiave: il sentimento occidentale di colpa per il genocidio, la dimostrata capacità del governo di garantire rapido sviluppo, il ruolo strategico del Rwanda nel contenere le forze genocidarie regionali e allo stesso tempo di diventare un hub regionale per il commercio di metalli preziosi (tra i quali il coltan) provenienti dal Congo. Dal 2002 in poi il Rwanda di fatto controlla il commercio del coltan congolese. Un controllo dove la linea di confine tra legalità e illegalità è assai fragile. Gli appoggi internazionali sono stati rafforzati anche dall’abile mossa di equiparare il genocidio del 1994 con l’Olocausto ebreo degli anni Quaranta, ottenendo così l’appoggio incondizionato di Israele. Un appoggio che ha favorito diverse alleanze internazionali, trasformando il Rwanda in un Paese intoccabile causa il genocidio avvenuto.

Non è un caso che da almeno 5 anni il governo di Kigali insista sulla configurazione etnica del genocidio, affermando che si trattasse di un genocidio rivolto solo contro la classe sociale tutsi. Seppur storicamente comprovato che la maggioranza delle vittime erano tutsi, centinaia di migliaia di hutu hanno duramente pagato le scelte omicide del loro governo. Nelle prime ore del genocidio tutta la classe dirigente hutu moderata fu eliminata e nei mesi successivi decine di migliaia di hutu furono uccisi dalle milizie genocidarie causa il loro rifiuto a partecipare all’orgia di sangue. L’esodo forzato di circa 2 milioni di persone in Congo e Tanzania ha completato la tragedia della classe sociale hutu ruandese vittima della ideologia di supremazia razziale HutuPower per 30 anni sostenuta come riscatto da ipotetici quanto storicamente inesatti domini tutsi.

In realtà, seppur i propositi genocidari siano stati nutriti dal governo Habyrimana per 30 anni con almeno due pulizie etniche avvenute negli anni Sessanta e Settanta, il genocidio rimase solo una minaccia utilizzata periodicamente dal governo per rimanere al potere. Il genocidio, come strumento politico, fu concepito e attuato  dalla First Lady Agathe Habyrimana e dal Clan Akazu composto da politici e militari che stavano depredando il Paese dietro la facciata della rivoluzione contadina hutu e della ‘democrazia della maggioranza’, concetto tanto caro alle forze reazionarie che all’epoca dettavano legge all’interno della Chiesa Cattolica.

La soluzione finale fu decisa per impedire un governo di unità nazionale tra Juvenal Habyrimana e Paul Kagame che avrebbe distrutto gli interessi economici del Clan Akazu. Se tra il popolo la partecipazione all’olocausto fu dettata da convinzioni razziali basate su povertà, ignoranza e 30 anni di indottrinamento, per Agathe e associati fu dettato da ragioni di sopravvivenza economica. La corretta analisi del genocidio avvenuto nel 1994 rimane tutt’ora un tabù in Rwanda. All’analisi etnica proposta dal governo si contrappone solo l’inaccettabile serie di teorie negazioniste. Manca ancora una seria, lucida e imparziale analisi del genocidio che sia più orientata alle motivazioni economiche rispetto a quelle razziali.

La vittoria elettorale di Paul Kagame sembra già scontata. Non sarà assicurata tramite frodi elettorali in quanto esistono tutti i fattori ideali per una vittoria ‘pulita’: la popolarità di Kagame e l’assenza di una forte opposizione. I partiti satellite del Fronte Popolare Ruandese, Partito Centro Democratico, Partito della Democrazia Ideale, Partito Liberale, Partito Socialdemocratico e il Partito della Concordia e del Progresso, hanno annunciato che non presenteranno un loro candidato alle elezioni. Si limiteranno ad appoggiare Kagame. Il servilismo di questi partiti satelliti verso il FPR ha raggiunto livelli inauditi che alienano l’appoggio della parte della popolazione ruandese che desidera una alternanza democratica in Rwanda. «Il presidente Kagame è il leader che il Ruanda necessita e il nostro partito lo considera il Padre della Nazione che deve continuare a sviluppare e difendere il Paese» ha affermato recentemente Musa Fazil Hererimana, leader del Partito della Democrazia Ideale.

L’unico partito credibile di spessore nazionale è il Partito Democratico Verde Ruandese (noto come Green Party) guidato da Frank Habineza che gode di un discreto prestigio nazionale e internazionale. Lo scorso febbraio è affiorato un terzo candidato presidenziale. Trattasi di Philippe Mpayimana, un giornalista di 46 anni che fuggì dal Rwanda nel 1994 durante la guerra di liberazione del FPR per rifugiarsi prima in Congo Brazzaville e Camerun fino al 2001 quando si istallerà permanentemente in Francia. Mpayimana gioca sul concetto di alternanza politica che garantisce la stabilità del Rwanda.

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