martedì, agosto 21

Russia, sette contro Putin Non basteranno a scalzare il ‘nuovo zar’ ma l’’elezione non competitiva’ del 18 marzo fornirà ugualmente utili indicazioni politiche

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Manca ormai poco più di un mese e tutto è pronto per un evento che non sembrerebbe in realtà meritare questa qualifica per i modi in cui viene spesso descritto: elezione non competitiva, inutile formalità o messinscena, rinnovo di una nomina, match tra un campione e i suoi sparring partners, e così via. E anche senza voler essere così drastici non c’è dubbio che riesce difficile parlare di competizione quando alla solenne prova delle urne si presenta un candidato al quale i sondaggi promettono consensi fino al 70% e persino all’80% mentre per i suoi contendenti più votati si prevede al massimo il 6%.

Si tratta naturalmente dell’elezione del presidente della Russia, in programma per il prossimo 18 marzo. La quale, come tutti sanno, dovrebbe puntualmente sancire la riconferma di Vladimir Putin, stavolta con un mandato di sei anni (l’ultimo, salvo sorprese, in base alla Costituzione) anziché quattro come i tre precedenti, a partire dal 2000 e con una sola parentesi intermedia (2008-2012), coperta da un sostituto per procura. Le sorprese, appunto, non si possono mai escludere, ma tutte le precauzioni, diciamo così, sono state prese per scongiurarle e potranno verosimilmente riguardare, al massimo, questa o quella percentuale.

Esiti secondari, insomma, che tuttavia possono rivestire anch’essi qualche importanza innanzitutto dal punto di vista del vincitore preconclamato e dei suoi collaboratori, che non per nulla si sono affannati a premunirsi a tutti gli effetti. Compresa, ad esempio, una corsa in massa alle candidature alternative, in parte probabilmente spontanee, per gusto del gioco, esibizionismo o altro, ma per lo più attribuita dagli osservatori a spinte dall’alto per conferire all’evento almeno una parvenza di democraticità, dopo tutte le misure adottate a suo detrimento.

Le candidature sono infatti aumentate via via fino a raggiungere la bella cifra di settanta, quasi tutte di illustri sconosciuti e destinate in partenza a venire scartate dall’autorità competente per carenza di requisiti con in testa il minimo di firme a sostegno prescritto per tutti salvo i candidati dei partiti rappresentati in Parlamento. L’inevitabile selezione ha ridotto gli aspiranti a otto complessivi, ovvero a sette contro uno, Putin ovviamente, meno quindi degli undici in lizza nel 2000, quando il ‘nuovo zar’ ottenne la sua prima investitura, ma intorno al doppio rispetto alle successive elezioni.

Responsabile ex officio della selezione era Ella Pamfilova, personaggio che dà un certo affidamento di relativa equanimità. Prima di presiedere la Commissione elettorale centrale era addetta alla tutela dei diritti umani, una funzione alquanto ardua in Russia che aveva esercitato con impegno fors’anche eccessivo. In precedenza, aveva tra l’altro figurato proprio tra gli sfidanti di un Putin ancora un po’ da scoprire nell’elezione di esordio.

Non risulta, adesso, che tra i tanti esclusi dalla competizione la selezione abbia fatto vittime di rilievo ovvero chiaramente di comodo. A mantenere fuori gioco l’avversario evidentemente più temuto dal Cremlino, Aleksej Navalnyj, aveva provveduto la magistratura con una nuova condanna per reati quanto meno poco convincenti. Neppure il battagliero blogger, tuttavia, avrebbe avuto la benchè minima chance di successo anche solo di prestigio. I sondaggi gli accreditavano per l’occasione consensi esigui, molto inferiori al relativamente brillante 27% ottenuto nella gara del 2012 per la carica di sindaco di Mosca.

Proprio un simile exploit, comunque, aveva probabilmente indotto i detentori del potere a tenere lontano con ogni mezzo da qualsiasi prova delle urne colui che giustamente viene considerato da tutti l’oppositore numero uno del regime. Anche se un anno fa, ad esempio, oltre la metà dei russi dichiarava di non conoscerlo e quasi la metà di questa metà lo giudicava negativamente.

L’altro e tuttora operante motivo della temibilità di Navalnyj è naturalmente la sua capacità di mobilitazione della piazza, e in particolare dei giovani, dimostrata in più circostanze e da ultimo, a fine gennaio, a favore del boicottaggio della prossima elezione. Alla dimostrazione sono seguiti l’arresto di alcune centinaia di persone in varie parti del Paese nonché l’ennesimo e sia pur breve fermo dell’indomabile promotore, che non basteranno probabilmente a stroncare in modo duraturo il movimento di protesta almeno finchè non verranno eliminate le sue cause profonde: economia claudicante e impoverimento, corruzione e incerte prospettive di una politica estera energica e apparentemente efficace ma costosa.

Ancora non si intravvedono, certo, i possibili sbocchi politici del movimento, che però continua a preoccupare il regime come traspare, ad esempio, dal recente preannuncio, da parte della presidente del Consiglio della Federazione (camera alta del parlamento centrale), Valentina Matvienko, di una legge che vieti la partecipazione dei minorenni a manifestazioni di piazza. Si vedrà con quali effetti, ma prima ancora si avrà forse modo di verificare altresì l’ascolto o meno degli appelli di Navalnyj all’astensione dal voto.

Intanto, qualche attenzione merita, nonostante tutto, anche il confronto tra Putin e i sette candidati ammessi a sfidarlo o, se si preferisce, ad abbellire un po’ la reincoronazione del ‘nuovo zar’. Va premesso, innanzitutto, che sarebbe semplicistico e fuorviante, nel suo caso come in altri, prendere alla lettera la figura dell’’uomo solo al comando’, dell’autocrate che in ultima analisi pensa e provvede a tutto e decide senza ascoltare nessun altro.

Nella Russia post-sovietica come in altri regimi più autoritari che democratici non esistono né una genuina divisione dei poteri né una riconoscibile opposizione istituzionalizzata, almeno da quando, dopo avvento di Putin al posto del defunto Boris Eltsin, sono rimasti esclusi dal Parlamento i partiti o gruppi più apertamente critici nei confronti del potere esecutivo da posizioni liberal-democratiche di ispirazione occidentale.

Neppure all’interno dei sistemi pudicamente definiti spesso di ‘democrazia guidata’ o ‘controllata’, e forse persino di quelli prettamente autoritari e o addirittura totalitari, manca tuttavia, di regola, una dialettica politica anche aperta e vivace che può sfociare, al limite, anche in sostanziali modifiche dei relativi regimi e che in ogni caso esprime le multiformi e magari conflittuali esigenze di società più o meno pluralistiche. Ogni dialettica, certo, deve trovare uno sbocco decisionale che nei suddetti sistemi compete ad un capo supremo, il quale però finisce con lo svolgere un ruolo di arbitro tra proposte e pressioni diverse e spesso opposte più che di despota autoreferente.

Capo indiscusso e inamovibile fin che si voglia, Putin ha appena mostrato di voler atteggiarsi e comportarsi piuttosto da supremo arbitro restituendo la tessera di membro del partito Russia unita e ripresentandosi stavolta al vaglio delle urne in veste di candidato indipendente. Il gesto può anche suonare puramente formale come quelli dei capi di Stato italiani e di altri Paesi che all’atto di insediarsi assicurano ormai ritualmente di considerarsi rappresentanti dell’intera nazione anziché di una sola parte politica.

In Russia, tuttavia, esiste al riguardo un’antica e solida tradizione alla quale Putin, nostalgico del regime zarista e non solo, sembra riallacciarsi col vantaggio di poter scaricare su singole forze politiche (non a caso, attualmente, assai meno apprezzate di lui dal popolo) le responsabilità per ciò che nella gestione del Paese non funziona o non piace. Dopotutto persino Stalin, ‘padre dei popoli’, al termine di ogni cruenta epurazione di massa liquidava anche fisicamente gli incaricati di dirigerle additandoli così alla generale esecrazione e salvando, almeno in parte, la propria reputazione.

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