martedì, agosto 21

Russia e Romania: gemelli diversi del business italiano La Russia e la Romania due modelli agli antipodi e con differenti vantaggi competitivi che attraggono gli operatori economici tricolore

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La Russia è un grande Paese, finanche ricco, del quale il sistema Italia legato all’export non potrebbe fare a meno se non con inevitabile declino ed impoverimento irreversibile. La Romania, un Paese per lo più povero ed assolutamente ininfluente per la bilancia commerciale italiana. I rumeni, una popolazione ‘zingara’ costretta ad emigrare a causa della disoccupazione dilagante ed i russi un popolo di benestanti che si diletta a visitare l’Europa con salari pari a quelli di pensionati scandinavi. Le cose, in realtà, non stanno affatto così.

Il salario medio netto in Russia, nel 2016, secondo i dati ufficiali forniti da Rosstat (Istituto nazionale russo di statistica), è stato di circa 450 Euro. Secondo l’Insee (Institutul National de Statistica), lo stipendio medio in Romania è stato di poco superiore ai 480 Euro. Stipendi, quindi, abbastanza simili, ma per la Russia con marcate diseguaglianze tra settore privato e pubblico e tra i vari comparti (un medico, un insegnante o un infermiere hanno stipendi molto bassi se comparati con quelli del settore privato) e sostanziali differenze geografiche (lo stipendio medio di Mosca è nettamente più alto di quello del resto del Paese). Le differenze esistono anche in Romania, tra Bucarest e la regione di Vaslui o Botosani per esempio, ma la forbice è nettamente meno ampia e la diseguaglianza a livello nazionale meno marcata.

Nel 2016 il PIL è cresciuto del 4,8%, l’inflazione ferma a 1,4%, il tasso di disoccupazione al di sotto del 6%. Non parliamo della Russia, ma della Romania che nell’ultimo trimestre del 2017 è cresciuta addirittura fino a sfiorare il 9%, e con un livello di disoccupazione poco più che strutturale. Anche la Russia ha ottenuto risultati rilevanti, soprattutto nel contenere inflazione e disoccupazione: 2,5% il tasso di inflazione e disoccupazione al di sotto del 6%. Non è andata ugualmente bene per la crescita economica: poco più del’1% e ben al di sotto del livello minimo fisiologico che trasforma, in un Paese in via di sviluppo come la Russia, la crescita economica in sviluppo diffuso.

Non stiamo parlando comunque di due Paesi simili, le differenze sono sostanziali: 140 milioni la popolazione russa, poco meno di 20 milioni quella rumena, Paese ricco di risorse naturali la Russia, quasi completamente priva la Romania, struttura industriale poco variegata nella Federazione russa, diversificata e solida quella rumena, anche grazie al flusso rilevante di investimenti stranieri. Differenze che sostanziano anche un differente approccio delle aziende italiane e modalità differenti di fare business: delocalizzazione produttiva in Romania ed attività di vendita spinta in Russia.  

Con il termine delocalizzazione si intende il trasferimento di processi produttivi o di fasi di lavorazione da aziende localizzate sul territorio nazionale ad altre già presenti o costituite ex novo in altri Paesi. In Italia, tale processo, avviato negli anni ’90, fu soprattutto di delocalizzazione produttiva e caratterizzato dal trasferimento di migliaia di aziende in Paesi con una pressione fiscale ed un costo del lavoro più bassi. La Romania è stata una delle mete preferite dalle aziende italiane: secondo i dati aggiornati al 2015 elaborati dall’ICE, il numero di aziende rumene partecipate da soggetti giuridici italiani sfiora le 2500 unità, ma sono molte di più, probabilmente più di quindicimila, le aziende costituite da persone fisiche e giuridiche italiane che operano in Romania, prevalentemente nel settore manifatturiero, meccanico, dei servizi alle imprese, dell’arredamento e nel settore alimentare. Per valutare appieno le dimensioni del fenomeno, sempre secondo i dati forniti da ICE, in Russia, le aziende partecipate da soggetti italiani sono circa 700 e le aziende italiane con stabilimenti produttivi nella Federazione, secondo alcune valutazioni, sono poco più di un centinaio. Si tratta comunque, in questo caso di delocalizzazione di natura prevalentemente commerciale, effettuate da aziende italiane, solitamente di dimensioni rilevanti, per raggiungere un nuovo mercato ed incrementare vendite e fatturato.

La Romania e la Russia sono indubbiamente importanti partner commerciali dell’Italia e secondo i dati elaborati da OEC (Observatory of Economic Complexity), le aziende italiane esportano, in ciascuno dei due Paesi, un volume di merci e servizi che rappresenta l’1,6% del totale delle esportazioni world wide. Sembra strano, se consideriamo la differente opinione che in Italia si ha dei due Paesi, ma la quota di export assorbita dai due Paesi è assolutamente identica; certo molto lontana dalle quote di Germania e Francia che superano il 10% o di Stati Uniti e Spagna che superano il 5% ed inferiore anche a quelle di Turchia e Polonia con poco meno del 3%, ma tuttavia rilevanti e pari a circa 8 miliardi di euro.

La tipologia di merce che i due Paesi importano dall’Italia è in parte diversa: in Romania sono spesso le stesse aziende italiane a lavorare i prodotti importati, per poi riesportare il prodotto finito o il semilavorato; in Russia, quasi il 30% dell’import dall’Italia è rappresentato da macchinari, necessari all’industria della Federazione per sopperire al gap tecnologico che ancora caratterizza la struttura industriale dell’ex Paese sovietico. Poco meno del 13%, invece, l’import rumeno dello stesso comparto. Si tratta quindi di import ad alto valore aggiunto, quello russo, che sommato alle spese per acquistare tipici prodotti del ‘Made in Italy’: calzature, alimentari, arredamento, abbigliamento, rendono la relazione estremamente variegata dal punto di vista commerciale ed interessante in termini di profitto. Le aziende italiane approcciano la Federazione vedendo nella Russia prevalentemente un mercato di sbocco per le proprie produzioni ed il tenore delle relazioni è di natura prettamente commerciale: i manager presenziano le fiere di settore, incontrano saltuariamente i clienti e nella maggior parte dei casi le aziende italiane non hanno alcun presidio o ufficio stabile nella Federazione. Le ragioni di tale attrazione commerciale sono diverse: domanda sufficientemente consolidata, vantaggi di natura finanziaria grazie ai quali le aziende italiane riescono spesso ad ottenere pagamenti anticipati con poche dilazioni, flussi remunerativi,  forte appeal del ‘Made in Italy’.

Connessioni temporanee di natura prevalentemente commerciale con la Russia, legami durevoli accompagnati da investimenti a lungo termine in Romania. Sono ugualmente variegate le ragioni che hanno fatto della Romania una terra che ha permesso questo tipo di legame ed una delocalizzazione che dura oramai da più di un quarto di secolo: vantaggi di natura fiscale, basso costo della manodopera, minore incidenza della fiscalità sul costo del lavoro, ma soprattutto affinità culturali e linguistiche che affondano alle radici latine. Non si spiegherebbe altrimenti l’attrazione esercitata dalla Romania, considerando che anche altri Paesi dell’Europa orientale, dalla Slovacchia alla Bulgaria, ai Paesi Baltici hanno offerto simili incentivi di natura fiscale ed uguale basso costo della manodopera. Il rumeno è una lingua neolatina, eredità della conquista della Dacia dell’imperatore Traiano avvenuta nel primo secolo dopo Cristo e della successiva creazione di una provincia romana. Eredità che è rimasta incredibilmente viva anche dopo contaminazioni culturali diversissime come quella turca e nonostante il comunismo ed il dominio culturale e politico del sistema sovietico.

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