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Ci risiamo

Russia e Occidente ai ferri corti

Si ritorna a parlare di nuova guerra fredda, come ormai succede da anni. Ma è così?

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Ci risiamo. Ormai da un paio d’anni abbondanti lo spettro di una nuova guerra fredda con annesso rischio di riscaldamento si leva sulla scena internazionale ad intervalli che tendono ad abbreviarsi e in quadro che si presenta sempre più offuscato. L’impressione di un’escalation inarrestabile quindi non manca, tanto più che la carne al fuoco nel contenzioso tra i protagonisti del potenziale e temuto conflitto prossimo venturo continua ad aumentare. Un aumento, peraltro, con qualche risvolto positivo nella misura in cui aiuta a chiarificare la situazione, a comprendere meglio la posta in gioco e ad azzardare valutazioni e previsioni più fondate.

Anche questa volta, e semmai questa volta più delle precedenti, le grida di allarme si sprecano, in bocca ad osservatori più o meno imparziali come pure ad esponenti delle parti in causa o di loro portavoce, verosimilmente interessati ad alimentare strumentalmente la tensione per finalità più o meno evidenti o intuibili. In questa seconda categoria chi più grida si comporta spesso con scarsa coerenza rispetto alle accuse più roventi che lancia alla parte opposta e alle proprie proteste di innocenza. Ma a questo proposito le due parti, ossia in primo luogo Russia e Stati Uniti (gli USA in quanto capofila di uno schieramento occidentale non proprio omogeneo e comprendente comunque anche altri protagonisti non trascurabili), tutto sommato si equivalgono nella conduzione di un gioco che in alcuni tratti, se non comportasse seri rischi, apparirebbe stucchevole o addirittura squallido.

La novità degli ultimi giorni è la prospettiva di una guerra cibernetica, inedita quanto violenta, tra le due maggiori potenze in campo. Washington accusa Mosca di averla scatenata interferendo mediante gli hacker nella campagna presidenziale americana per favorire Donald Trump contro l’invisa Hillary Clinton, considerata non solo dal Cremlino un ‘falco’ in confronto al rivale repubblicano. Vladimir Putin respinge ogni addebito, Barack Obama non gli crede e, benchè ‘anatra zoppa’ (ossia vicino a traslocare dalla Casa bianca), preannuncia una ritorsione in grande stile sullo stesso terreno.

Il ‘nuovo zar’ a sua volta si indigna e denuncia l’intollerabile gravità e pretestuosità del comportamento americano. Ad entrambi andrebbe ricordato che indebite ingerenze negli affari altrui sono state rimproverate da Mosca a Washington (e non solo) in occasione del rovesciamento a Kiev dell’allora presidente ucraino Viktor Janukovic, attribuendolo almeno in parte all’istigazione e agli incentivi occidentali. E che ancor prima gli USA e loro alleati venivano accusati di foraggiare partiti, gruppi ed attività russe non ligi o comunque sgraditi all’attuale regime, e lo sono anzi tuttora, quanto meno in via indiretta, per giustificare recenti misure cautelari o apertamente repressive contro quanti sono costretti prima o poi a qualificarsi come ‘agenti stranieri’ con tutte le conseguenze del caso. Il Cremlino, evidentemente, potrebbe avere deciso di restituire pan per focaccia, il che sarebbe dopotutto coerente, in qualche modo, con la sua dichiarata contestazione dell’egemonia planetaria degli USA e la rivendicazione della parità di diritti, in un mondo multipolare, per le altre potenze maggiori o emergenti.

Ad ogni buon conto il governo di Mosca o chi per esso era già stato chiamato in causa, dopo lo scoppio della crisi ucraina, per incursioni nella rete informatica dell’Estonia, una delle tre piccole repubbliche baltiche ex sovietiche (e oggi membri dell’Unione europea e della NATO) sottoposte ad una multiforme pressione russa, strumentale quanto si voglia ma da esse comprensibilmente percepita come una temibile minaccia.

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