sabato, dicembre 16

Russia, come emanciparsi dal petrolio Si cercano alternative ad una risorsa finora vitale ma creatrice di una dipendenza troppo aleatoria

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Il petrolio, inutile dirlo, è meglio averlo che non averlo, almeno per qualche tempo ancora e pur tenendo conto del suo potere inquinante. Gli Stati Uniti, che ne hanno sempre posseduto una più che discreta quantità ma anche importato molto per tenere di scorta la disponibilità domestica, hanno fatto carte false negli ultimi anni per svilupparne nuove fonti con nuove e costose tecniche, senza preoccuparsi troppo delle possibili ricadute ecologiche. Il tutto, da prima che alla Casa Bianca arrivasse Donald Trump, pecora nera degli ambientalisti americani e stranieri.

Il risultato è che gli USA, già superpotenza planetaria sotto ogni aspetto (sia pure in relativo declino quanto si voglia), sono avviati a diventare anche il massimo produttore mondiale di ‘oro nero’, se le previsioni correnti meritano credito. Con ovvio disappunto di tutti i concorrenti, economici e politici, grandi e piccoli, con in testa l’Arabia Saudita, che ha cercato invano di scongiurare l’ascesa del petrolio da scisto del Texas e dintorni. E la Russia, per la quale la fonte energetica sinora dominante nel mondo costituisce tuttora un mezzo di sostentamento non molto meno vitale che per gli sceicchi del Golfo.

Soprattutto grazie ad essa (e in sottordine al gas naturale, che le resta agganciato in più modi) la principale erede dell’Unione sovietica ha potuto risollevarsi dalle macerie economiche di quest’ultima, nelle quali era caduta anche un’industria energetica già poderosa. Si deve in gran parte alla sua ricostruzione, affiancata da una prevalente privatizzazione, la decuplicazione del Pil russo nei primi 13 anni del nostro secolo. Previo rallentamento, la crescita finì col tramutarsi in una profonda recessione dopo che, nel giugno 2014, la quotazione del petrolio sul mercato mondiale cominciò a precipitare da circa 120 a meno di 40 dollari al barile di greggio, per riprendersi un po’ soltanto quest’anno, con immediata ripercussione benefica sul Pil.

Più o meno lo stesso era d’altronde già accaduto nel 2008-2009, cosicchè il ripetersi di un fenomeno abbastanza scontato nei Paesi fortemente o esclusivamente dipendenti dallo smercio delle proprie materie prime aveva già aperto in Russia un ampio dibattito sull’esigenza di ridurre e possibilmente eliminare la perniciosa esposizione dell’economia nazionale alle oscillazioni, talvolta anche rovinosamente violente, dei loro prezzi.  Si trattava, e si tratta tuttora, di diversificare l’apparato produttivo, a cominciare da una sostanziale reindustrializzazione a tutto campo, che non si fa naturalmente su due piedi, e comunque di sfruttare ogni risorsa disponibile e alternativa agli idrocarburi.

Non è stato un dibattito sterile, benchè i nodi di fondo della complessa problematica in questione tardino a venire sciolti. Alcuni processi opportunamente mirati sono stati avviati, grazie anche alla pressione indirettamente esercitata dalle sanzioni inflitte alla Russia dall’Occidente a causa della crisi ucraina, cui Mosca ha replicato imponendo a sua volta un embargo sulle proprie copiose importazioni agroalimentari. Una mossa, questa, largamente impopolare, che ha tuttavia favorito la promozione di numerose produzioni domestiche sinora trascurate o comunque languenti.

I primi successi ottenuti sono stati in qualche caso persino clamorosi, per quanto agevolati da condizioni climatiche non facilmente ripetibili. In particolare, la Russia ha inaspettatamente rinverdito un vecchio fasto dell’era zarista tornando al rango di prima esportatrice mondiale di frumento, per cui non si è mancato di inneggiare al grano come ottimo rimpiazzo del petrolio plaudendo inoltre alla rivalutazione delle campagne anche sotto il profilo socio-culturale. Un altro settore nel quale si segnalano progressi di rilievo è quello della tecnologia avanzata (high tech), pressocchè inesistente (al di fuori della sfera militare) prima che, sette anni fa, nascesse Skolkovo, denominazione di una fondazione pubblica e di una nuova città destinate rispettivamente a finanziare ed ospitare in un apposito parco imprese start-up dedite a ricerca e sviluppo nelle produzioni più diverse e innovative, dalla robotica alla cosmetica.

Nei primi anni l’iniziativa veniva generalmente considerata oltremodo deludente anche a causa di qualche scandalo o sperpero, di una certa diffidenza popolare e di ordinarie pastoie burocratiche, mentre la conclamata ambizione di rivaleggiare con Silicon Valley appariva alquanto velleitaria in partenza. Poi però i risultati hanno cominciato ad arrivare, sia pure lentamente, tanto che, a quanto riferiscono i dirigenti di Skolkovo, alcune diecine di start-up locali sarebbero già divenute leader globali nelle rispettive nicchie.

La strada da percorrere per sottrarsi alla dipendenza dal petrolio è comunque ancora lunga, e si prospetta anzi tutt’altro che incontrastata a livello politico. Anche per percorrerla senza indugi, del resto, bisognerà ovviamente continuare a contare chissà quanto a lungo su di esso e sugli idrocarburi in generale, fonte finora predominante delle risorse finanziarie indispensabili per attuare qualsiasi programma di sviluppo, da un lato. E, dall’altro, per sostenere innanzitutto con elevate spese militari, che i proventi delle pur copiose esportazioni di armi non bastano a coprire, una politica estera all’altezza delle ambizioni o comunque del rango di grande potenza che sta a cuore al regime di Vladimir Putin come alla nazione nel suo insieme o nella sua grande maggioranza.

Nazione alla quale, tuttavia, sta a cuore, forse non altrettanto ovvero meno che in altri Paesi, ma certo non poco, anche un adeguato benessere materiale, per cui non manca naturalmente un problema delicato e normalmente spinoso di distribuzione possibilmente equa delle risorse disponibili tra le diverse destinazioni. Oggi come oggi la Russia esporta il 70% della propria produzione di greggio e di prodotti petroliferi, il cui utilizzo complessivo, insieme con quello del gas naturale, contribuisce per il 36% alle entrate del bilancio federale, e quindi in sensibile diminuzione, a causa della crisi, rispetto ad oltre il 50% di pochi anni fa.

Ciò nonostante i cittadini russi non cessano di domandare e domandarsi spesso, per lo meno perplessi, come mai in patria la benzina continui a rincarare quando i prezzi esterni dell’oro nero, sempre dimezzati in confronto a prima della crisi, sono però tornati a crescere in qualche misura negli ultimi mesi con automatico sollievo per le imprese del settore e per le casse statali. Si tratta di interrogazioni e interrogativi che la dirigenza politica non può fingere di non sentire specie con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del prossimo marzo.

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