domenica, novembre 19

Migranti: rotte alternative – e lungimiranza – cercasi Intervista a Giuseppe Loprete:"L'OIM tenta di riportarli almeno in Niger"

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Solo una settimana fa ‘Middle East Eye’ ha riportato in un articolo la morte di 16 persone nel deserto libico. Si trattava di migranti abbandonati dai trafficanti nel deserto – lo confermano altre fonti tra cui UK Blasting news, Middle East Monitor. Sono stati trovati inermi vicino al confine libico con l’Egitto. Secondo quanto dichiarato dalle forze locali, i corpi sarebbero stati trovati a circa 310 km a sud-ovest della città costiera di Tobruk. Purtroppo non è la prima volta che il deserto libico porta via con se delle vittime. Lo scorso luglio, secondo quanto riporta il The Libyan Expresso, furono ritrovati ben 49 corpi di migranti egiziani nel deserto. Secondo l’OIMInternational Organization for Migration – sono state registrate molte più vittime tra i migranti via terra, anziché via mare. E le vittime via mare solo nel 2017, secondo i loro dati, ammonterebbero a circa 1562. Dal summit europeo tenutosi a Malta o scorso 3 febbraio è emerso che la Libia è il principale punto di partenza da dove i migranti cercano di raggiungere le coste italiane (90% dei flussi proviene dalle coste libiche), seguono poi l’Egitto ( 7%), la Turchia (2%), l’Algeria (0.5%) e la Tunisia (0.5%).

La questione migratoria è una problematica che l’Europa affronta ormai da anni. Alcune fonti hanno recentemente sostenuto che l’Italia starebbe pagando le milizie locali libiche per bloccare i flussi diretti sulle sue coste meridionali. A tal proposito è interessante notare come in Italia gli sbarchi stiano rallentando, mentre in Spagna – secondo i dati del 2017 diffusi dall’OIM- si sia registrato un aumento degli arrivi di migranti pari a circa 300%. Si tratta senza dubbio di una cifra non indifferente e che, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano lo scorso 17 agosto, è una tendenza i cui numeri tenderanno ad aumentare ulteriormente.

Il persistere di vittime ritrovate nel deserto e l’aumento esorbitante dei flussi migratori in Spagna, potrebbero dimostrare che bloccare i flussi ponendo un ‘tappo economico’ non è forse una soluzione esaustiva ed appropriata, in quanto non arginerebbe il problema. L’aumento del flusso di migranti potrebbe indicare che i trafficanti, per proteggere il loro fruttifero business, siano disposti a trovare delle rotte alternative?

Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Loprete, chief della missione in Niger per l’OIM.

Un aumento del numero di migranti in Spagna pari al 300%. Ci può commentare questo dato?

Per quanto riguarda il Niger ci sono due rotte principali, quella diretta in Libia –  quella tradizionale che arriva da Sebagatrun, Tripoli e Lampedusa –  che ha registrato delle diminuzioni dei flussi già dallo scorso anno, e quella diretta in Algeria, Marocco e poi in Spagna. La seconda rotta è minoritaria ed è  frequentata molto da donne e bambini – in molti casi vittime di tratta di esseri umani – che  provengono tutte dalla Nigeria e dal Niger. Da quando sono diminuiti i flussi verso la Libia, anche l’OIM ha registrato un aumento dei flussi verso l’Algeria, però dal Niger all’Algeria fino il Marocco bisognerebbe attraversare almeno due o tre Paesi prima di arrivare in Spagna, ed è per questo che risulta difficile fare un collegamento diretto tra gli aumenti delle rotte qui e l’arrivo in Spagna. Stiamo comunque parlando di una rotta che era molto più utilizzata in passato, insieme a quella delle Isole Canarie (Senegal, Mauritania e Spagna). Negli ultimi anni, vista la situazione della Libia e la facilità con cui si può raggiungere il Paese – senza troppi controlli -, almeno fino a un anno un anno e mezzo fa l’altra rotta era stata abbandonata. Purtroppo le rotte sono molto fluide e i trafficanti – come si suol dire – sono sempre un passo avanti rispetto alle Autorità o a chi cerca di evitare gli abusi sugli esseri umani. Sono loro che gestiscono e che hanno il vantaggio di poter decidere, a volte, quale rotta utilizzare, o come comportarsi di fronte alle misure che i vari Governi devono prendere in queste situazioni.

Sono stati recentemente ritrovati dei cadaveri di migranti intenti a raggiungere l’Europa nel deserti libico, o anche in Nigeria. Questo può indicare che i trafficanti illegali stanno individuando delle rotte alternative e che queste siano molto più pericolose?

Esistono delle rotte alternative, anche se il Niger, e soprattutto la regione di Agadez (da dove passano i flussi migratori), è grande come la Francia ed è completamente coperta dal deserto del Sahara. Pertanto, tale aspetto limita molto anche la ricerca di rotte alternative, in quanto i punti d’acqua sono sempre i soliti, e alcuni villaggi non possono essere evitati. Stiamo parlando di più di mille chilometri nel deserto, quindi a un certo punto bisogna fermarsi. Le nuove rotte possono essere, ad esempio, delle varianti della rotta principale, anche perché chi guida o conduce i migranti lo fa in macchina, e non vuole rischiare di  certo la vita in zone considerate pericolose anche dai locali. Ci sono infatti delle aree decisamente inaccessibili per via della criminalità,  della presenza di gruppi estremisti o altro ancora. Non è, quindi, come nel Mediterraneo, dove purtroppo i migranti vengono lasciati da soli nei barconi e vengono mandati verso le acque internazionali.

Ci può spiegare meglio quali sono queste rotte alternative?

Si, in particolare, se si tratta di varianti a quelle principali, comportano un passaggio, per esempio, 10 km a destra o sinistra rispetto ai punti di passaggio precedenti. L’OIM ha, inoltre, verificato alcune rotte che si avvicinano di più al confine con il Ciad. Si tratta di una strada  più lunga, e quindi probabilmente più costosa, che passa dietro alcune montagne presenti nel deserto. Nonostante ciò, vi è comunque motivo di credere che qualcuno ha intrapreso questa rotta e che continua a prenderla. Non si parla però di un numero importante, in quanto non conviene e diventerebbe ancor più rischiosa. Un altro esempio sono le rotte verso l’Algeria, dove ufficialmente la frontiera è chiusa, ma la si può oltrepassare  a destra o sinistra. Stiamo parlando di dune nel deserto, quindi non c’è una strada asfaltata da cui passano tutti per entrare nel Paese, e risulta quindi facile deviare. Non è, comunque, possibile deviare molto da questi passaggi, perché ovviamente ci si metterebbe ancor di più a rischio. Esistono, poi, ulteriori rotte che passano direttamente da Agadez.  Esisterebbero, inoltre, alcune rotte secondo le quali si passerebbe per alcune città locali, come Ingall oppure Cittabaraden. Passando da li i migranti cercherebbero di arrivare direttamente in Algeria, senza passare per Agadez. Ciò nonostante,  l’OIM ha motivo di credere che tutte le rotte tradizionali siano ancora molto utilizzate.

Secondo l’UE la Tunisia dovrebbe essere il Paese pilota per il contrasto al traffico illegale di persone. Secondo lei, è una soluzione possibile?

In Tunisia è un po’ come in Niger, ovvero è una realtà dove è ancora possibile operare. In Libia, ovviamente, ci sono delle difficoltà d’accesso evidenti. Non parliamo neanche di Tripoli, o comunque del nord del Paese, dove l’Alto Commissariato per i  rifugiati, lo stesso OIM, l’Ambasciata italiana o la Croce rossa sono presenti, ma del sud della Libia, dove accedere è quasi impossibile. Si tratta di una zona cui accesso è molto più difficile, il territorio è costellato di milizie, gruppi armati che non rispondono a nessun Governo. Il Niger, da un lato, e la Tunisia dall’altro, permettono all’UE di sperimentare delle iniziative, in quanto sono Paesi accessibili e dove sono presenti Autorità che accettano un dialogo. L’UE può, infatti, aumentare ad esempio la cooperazione bilaterale – o in alcuni casi multilaterale – con suddette Autorità,  per cercare delle risoluzioni congiunte. La Tunisia – uno Paesi di partenza verso la destinazione finale, quale Italia o Europa in generale – può essere un buon inizio. Ovviamente, fin quando non si risolverà la questione libica ci sarà poco da fare, la porta rimarrà sempre aperta. Per l’OIM non è un problema che la porta sia aperta o chiusa, l’obiettivo non è quello di limitare l’immigrazione o fermare i migranti, cosa che risulta pressoché impossibile, soprattutto nel Nord Africa o nell’Africa dell’Ovest. L’immigrazione fa parte della vita normale delle tradizioni, il passaggio da un Paese all’altro delle risorse economiche, i pastori, sono aspetti che rimarranno sempre. Quello che, invece, deve essere cambiato e raggiunto è che l’immigrazione avvenga a certe condizioni, e sicuramente non rischiando la vita nel deserto o nel Mediterraneo, come invece sta avvenendo in questo momento.

Alcuni sostengono che cambiano le rotte, ma cambiano anche le nazionalità dei migranti che arrivano in Europa. C’è un nesso tra questi due aspetti?

Potrebbe esserci. Per quanto riguarda la rotta mediterranea centrale, le nazionalità dei migranti si conoscono più o meno tutte. La percentuale dei migranti subsahariani, dal Senegal al Gambia, fino alla Costa d’Avorio sono sempre le nazionalità più presenti in Nigeria. Io credo che vi sia comunque un nesso tra la rotta in questione e le nazionalità dei migranti, ma non è importante conoscere questo nesso per avere delle buone statistiche. In base alle nazionalità bisogna mettere in atto dei piani diversi. E’ chiaro che per un senegalese o un maliano o migranti che provengono da Paesi dove non ci sono conflitti o problemi di protezione internazionale, bisogna pensare a delle soluzioni di natura diversa dall’asilo richiesto da chi arriva, ad esempio, da Paesi come l’Eritrea, la Somalia o altre aree dove è in corso un conflitto.

Di recente è emerso che l’Italia pagherebbe 5 milioni di dollari alle milizie libiche per bloccare i flussi migratori. Lei crede che questa misura, qualora fosse accertata, fermerebbe il flusso migratorio, o spingerebbe i trafficanti di migranti a individuare delle rotte alternative?

Diciamo che gli attori locali libici – milizie, sindaci, le tribù – devono essere coinvolti. Bisogna parlare e negoziare anche con questi attori, altrimenti si rischierebbe di perdere una parte importante del discorso e di imbattersi in molte più difficoltà. Infatti, sono loro a controllare il territorio e sono, oltreciò,  armati e non rispondono ad alcun Governo o Autorità. Bisogna compiere uno sforzo di mediazione importante se si vogliono ottenere dei risultati. Poi, in molti casi, le milizie o le ex-milizie non sono altro che gruppi rimasti più o meno attivi rispetto all’ultimo conflitto, come per esempio la Primavera Araba e la caduta di Gheddafi. Sono gruppi che potrebbero essere riconvertiti in altre attività lecite tramite dei processi che devono, però, necessariamente passare tramite il Governo libico e le Autorità formali. Si tratta quindi di un percorso lungo, una strada da tentare ma che non può essere l’unica e che deve far parte di una strategia più ampia.

Secondo l’OIM le vittime sono molte di più via terra che via mare. Perché allora l’Italia, e l’Europa, concentrano i loro sforzi solo sui flussi migratori presenti oggi nel Mediterraneo?

Secondo me, è anche un problema di informazione a livello sia governativo che pubblico. Ad esempio, in pochi sanno cosa succede prima dei barconi, prima del Mediterraneo e prima ancora della Libia. La maggior parte del tragitto viene fatta da quest’altra parte del Mediterraneo. In molti casi gran parte delle difficoltà e degli abusi avvengono prima del Mediterraneo. La difficoltà nel comprendere tutto questo e di concentrarsi sul tragitto nelle aree desertiche risiede, naturalmente, nella distanza e nella necessità di dover operare con i Governi dei Paesi africani, e non è un compito facile. Italia ed Europa concentrano i loro sforzi  nel Mediterraneo, a partire dalle acque internazionali e poi ovviamente nelle acque italiane, perché è lì che si trova l’Autorità e dove si può operare direttamente, senza passare tramite altri attori. Credo comunque che sia necessaria una maggior informazione su quello che avviene da questa parte delle rotte, comprendere la situazione e soprattutto iniziare a ricercare delle soluzioni a lungo termine che devono essere trovate da quest’altra parte del mediterraneo. Quindi, le attività nel Mare Nostrum, ma anche le attività di salvataggio dell’OIM nel deserto, sono operazioni momentanee e di breve durata. Bisogna, invece,  andare a ricercare le cause ed essere un po’ più lungimiranti.

Ci può spiegare cosa succede prima del Mediterraneo?cos’è che non si conosce?

Ad esempio in pochi sanno che un viaggio dalla Nigeria all’Italia può durare in media 4 mesi. Alcuni migranti lasciano i loro villaggi d’origine e arrivano anche dopo due anni, se ce la fanno, in Europa.

Cosa succede in questi mesi, a volte anni?  

Detenzione, prigione – per esempio in Libia -, il viaggio non viene pagato subito, ma a tratte, ci sono degli stop in alcuni Paesi che durano anche mesi, e servono al migrante per racimolare soldi per poter continuare il viaggio. Ci sono casi di abusi psicologici, fisici e/o sessuali all’ordine del giorno – per più del 90% dei migranti. Si tende soprattutto a sottovalutare quali siano le motivazioni che spingono i migranti a partire. Non si tratta solo della situazione economica, ma svolgono un ruolo centrale anche delle pressioni sociali molto forti. Ci sono villaggi, o comunità, che raccolgono soldi per far partire i ragazzi, e gli stessi ragazzi non vogliono tornare indietro perché sanno di essere in debito, o anche perché è considerato come una vergogna il ritorno. E’, quindi, una decisione molto più sociale, da un certo punto di vista, anziché individuale e ha un’influenza importantissima, considerando tutte le difficoltà del viaggio. Coloro che arrivano sui barconi, inoltre, sono la minoranza rispetto a quelli che sono in viaggio e che si muovono tra i vari Paesi africani. Dall’Italia sembra quasi un’invasione, ma sono la minoranza rispetto a quelli che sono da questa parte. Bisogna capire cos’è che spinge un migrante a partire, altrimenti rimarrà sempre un’emergenza e risponderemo sempre come un’emergenza. Ma è da 15 anni che è un’emergenza.

E’ vero che i migranti a volte sono costretti a dover pagare delle mazzette agli ufficiali di sicurezza che fanno capo alle Autorità?

Si. Il problema della corruzione delle Autorità locali è uno delle questioni principali. Bisogna anche considerare l‘abuso e lo sfruttamento da parte di chi non possiede alcuna autorità – come ad esempio le milizie -,  ma è  in possesso di un’arma. Se c’è un checkpoint formale o informale che sia, se vuoi passare devi pagare, altrimenti ti lasciano nel deserto o ti uccidono, come è successo e abbiamo sentito raccontare da molti migranti.

E’ possibile che l’attivismo europeo, o italiano che sia, concentrandosi solo sui flussi provenienti dalla Libia rischi di  ridimensionare le percentuali di provenienza dei flussi riportate dal Consiglio Europeo, anziché ridurre gli stessi flussi?

Se la Libia è il principale Paese di provenienza, trovare almeno delle attività o delle soluzioni – se ci sono delle soluzioni – per la Libia, aiuterebbe quanto meno a controllare i flussi.

Non spingerebbe i migranti a trovare delle rotte alternative?

Si, anche se non è un processo così facile. Prendendo in esempio il Niger, passare dalla Libia ad oggi è molto più facile, in quanto adesso è come una porta aperta, in quanto la frontiera a sud non esiste. Se questa ‘porta aperta’ dovesse chiudersi, per i migranti passare dall’Algeria, o dal Ciad – gli altri due Paesi a fianco- è molto più difficile rispetto alla Libia. Le Autorità algerine hanno un importante controllo delle frontiere, basta pensare che hanno espulso quasi 20 mila migranti negli ultimi due anni, e lo stesso vale per il Ciad. Anche per i trafficanti è difficile ricostruire il loro network per far funzionare tutta la catena. Parliamo di network che vanno da 15- 20 Paesi in Africa, devono essere collegati dal Senegal fino alla Libia. Quindi, non è così facile e immediato cambiare le rotte. Il grande punto di domanda rimane sempre la Libia. Se non si risolve la questione nel Paese, non ci sarà male per le immigrazioni, e i migranti che rimangono in Libia saranno costretti a continuare a vivere in quelle condizioni. Lo stesso OIM sta cercando in tutti i modi di riportare i migranti rimasti in Libia verso il Niger, cercando di fornire loro un’alternativa, aiutandoli a tornare sulla strada che hanno già percorso, per poi tornare sani e salvi almeno in Niger. Secondo me è molto più preoccupante il fatto che ci siano migliaia di migranti bloccati in quelle condizioni in Libia, dove non abbiamo né accesso, né controllo, piuttosto che i flussi e le rispettive rotte alternative, che bene o male ormai si conoscono.

Trovare dei network alternativi è un processo articolato che richiederebbe molto tempo ai trafficanti. Alcuni esperi sostengono che questi trafficanti si trovino in una fase di stasi, perché in cerca di rotte alternative. Qualora fosse vero, in che modo sarebbe possibile prevenire l‘individuazione di queste rotte alternative?

Questo è appunto il problema. I trafficanti instaurano i loro network e le loro rotte e, per esempio, la polizia o le Autorità, o altre forze sono poi  costrette ad inseguire i loro passi. Non si può facilmente prevedere. Una delle opzioni possibili potrebbe essere riutilizzare le rotte precedenti, anche se incontrerebbero molte difficoltà, dal momento che se delle rotte non vengono più utilizzate ci sarà un motivo. Ad esempio, passare adesso attraverso il Mali è molto più pericoloso e molto più ‘proibitivo’ – a causa dell’instabilità del nord del Paese – di quanto non fosse 10 anni fa, quando quella maliana era una rotta alquanto utilizzata. Io direi che, più che focalizzarsi troppo sulle rotte, o tappare il buco qui o lì, bisogna trovare delle soluzioni a lungo periodo, bisogna ingaggiare i Governi e migliorare le condizioni di vita non solo nei Paesi, ma nei villaggi da dove i migranti partono. E’ qui che bisogna agire, altrimenti saremo condannati a rincorrere i trafficanti, e quest’ultimi avranno sempre un vantaggio.

C’è bisogno di alternative lungimiranti insomma?

Assolutamente, c’è bisogno di alternative nei loro villaggi e negli altri Paesi africani presenti sulle rotte, dove ci sono già molti scambi economici e di risorse umane. E’ poi necessario fornire un’alternativa legale che permetta loro di raggiungere, qualora lo vogliano, l’Europa. Non dobbiamo dimenticare che anche l’Europa ha bisogno dei migranti, non in queste condizioni e non dei migranti che arrivano dai barconi in fin di vita. La migrazione è sempre stata, e sarà sempre, una fonte di sviluppo per moltissimi Paesi, e l’Italia ne è un esempio, con il contributo che i migranti – legali chiaramente – danno all’economia nazionale. Bisogna, quindi, accelerare tutte queste analisi ed essere un po’ più lungimiranti.

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