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Il racconto

Romania: storie dalla comunità rom più numerosa d’Europa

Un viaggio per capire meglio le tradizioni e i problemi di un popolo

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Anche in Romania l’etnia rom è molto discriminata. Spesso viene sfruttata come bassa manovalanza per i campi, specialmente nella raccolta di angurie, prodotto tipico di questa zona del Paese. Il problema del lavoro sottopagato non permette a queste persone di vivere dignitosamente, senza un’alimentazione corretta e senza igiene la loro speranza di vita è ridotta sotto i 60 anni. “Nei villaggi rom ci sono pochissime persone anziane, questo a causa del loro stile di vita, dovuto all’estrema povertà in cui vivono” dice Valentine.

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Eppur siamo in Europa, quella parte di mondo che si vanta di rispettare i diritti umani e afferma di promuovere ed esportare la democrazia. “Qui la sopravvivenza e la felicità stanno nella nostra comunità, nelle nostre feste e nei nostri sorrisi” afferma con orgoglio Valentine. La comunità è tutto per i rom. “Anche alcune delle nostre tradizioni vengono viste con disprezzo. La scorsa settimana il nostro villaggio ha fatto la danza della pioggia, ormai mancava da quasi un mese. Alle volte veniamo derisi, ma noi siamo contenti di mantenere il folclore che ci tramandiamo da secoli”, afferma ancora la nostra ‘guida’.

 

Nella storia la comunità rom non ha mai avuto problemi di religione, adattandosi spesso al contesto locale. Nell’Europa orientale sono per la maggior parte cristiano ortodossi come il resto della popolazione, mentre in Turchia ed Egitto sono per lo più musulmani. Tuttavia alcune tradizioni come la danza della pioggia risalgono alle loro origini hindu, conservate grazie a questo forte sentimento comunitario. “Non tutte le comunità sono uguali, dipende anche da dove risiedono, però esiste una sorta di Regno Romanì” ci spiega Valentine.

Nel 1997 Iulian Rădulescu annunciò la creazione di uno stato nel sud-ovest della Romania – nel Targu Jiu -, con un forte valore simbolico, senza pretesa di sovranità. Nel 2003 Iulian Stanescu proclamò il Regno Internazionale dei Rom nella Cattedrale di Arges in Romania, senza obiettivi territoriali. “Sono simboli per la nostra etnia. Fu un riconoscimento ufficiale, con tanto di bandiera” ribadisce Valentine. Piccoli passi per una comunità che fatica ad integrarsi in un continente che si vende come padre dei diritti umani, nonostante esista un’intera etnia che vive in condizioni di estrema povertà venendo ignorata costantemente se non per slogan politici di basso livello.

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Un’etnia vittima dello Stato-Nazione, che viene rifiutato con forza in nome di una libertà più ampia che va al di là dei confini nazionali decisi nel corso dei secoli. La chiamano la minoranza più numerosa d’Europa, ma chiamarla così significa contrapporla ad una maggioranza, ciò implica una sorta di creazione di ‘noi’ e ‘loro’. In realtà questa etnia è presente in Europa da più di cinque secoli, quindi da prima di quel 1648 westfaliano dove la concezione di uno Stato che regna sovrano sui propri confini diviene la bandiera dei futuri 4 secoli. Il popolo rom europeo ha radici profonde nel Vecchio Continente e nonostante il popolo europeo non li includa nella propria società, essi ne fanno parte da tempo immemore.

Il frammento raccontato dalle voci di Valentine, Lucia, Ada e altre persone di questo angolo della Romania è una storia che resiste da secoli a tutti i Regni e dittatori che hanno governato su queste terre. Il loro è un modo di resistere alla modernità, rivendicando però il loro diritto di vivere dove vogliono e come vogliono. Proprio per questo il popolo rom merita rispetto da parte della società europea, con un velo di sacrificio nella comprensione di una comunità ai margini di un mondo autoconsideratosi ‘civile’.

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