venerdì, settembre 22

Rohingya, i motivi economici alla base del genocidio Gli interessi politici e commerciali di Cina, India e Myanmar che stanno alla base dell’esproprio di terre della minoranza musulmana

0
Download PDF

Oggi il Consiglio di Sicurezza Onu si riunirà per parlare della crisi in Myanmar e stabilire quali provvedimenti e sanzioni applicare per cercare di porre un freno all’eccidio ai danni della comunità Rohingya. Un percorso già avviato nelle scorse settimane dalle Nazioni Unite, e oggi apertamente richiesto da numerosi membri della comunità internazionale, dall’Egitto all’Iran, preoccupati dalla violenza crescente perpetrata sulla minoranza musulmana.

In tutto questo, le accuse di razzismo mosse al Governo di Myanmar in relazione al dramma stanno via via cedendo il passo ad analisi diverse su quelle che sono le vere cause dell’esodo. Al momento, le notizie riportano almeno tra i 400 e i 1000 appartenenti alla minoranza musulmana rimasti uccisi dall’inizio delle persecuzioni, e 370 mila costretti ad abbandonare le proprie case per una destinazione incerta.

Quello che più colpisce dell’intera vicenda è la sostanziale inazione dei principali attori coinvolti, nonostante i soprusi ai danni dei Rohingya occupino le prime pagine di tutte le testate internazionali e i crimini commessi ai loro danni siano alla luce del sole. Un esempio eclatante di questo disinteresse è quanto è accaduto a marzo 2017, quando Russia e Cina hanno bloccato un Consiglio di Sicurezza Onu che voleva indagare sugli abusi dei diritti umani perpetrati a Myanmar. Stessa cosa già avvenuta tempo prima, nel 2007, quando gli stessi due Paesi avevano posto il loro veto alla risoluzione delle Nazioni Unite per porre fine alle violazioni di diritti umani nella Repubblica asiatica.

Il Myanmar è un luogo che ospita, da sempre, diverse minoranze culturali. Sono 135 i diversi gruppi etnici che risiedono nel Paese asiatico, ma solo i Rohingya, in particolare negli ultimi tempi, sono stati i destinatari di una persecuzione mirata, che li ha obbligati a fuggire, oggi, verso il Bangladesh. Le motivazioni razziste e legate a motivi di sicurezza anti terrorismo sembrano sempre più uno specchietto per le allodole, utili a nascondere i reali motivi economico-politici alla base di quello che sta accadendo.

Negli ultimi anni, la repubblica di Myanmar sta conoscendo un costante sviluppo della sua economia. Per gettare legna sul fuoco, il Governo del Paese ha sostenuto sempre più progetti volti ad attirare investimenti stranieri, in particolar modo usando come calamita le risorse minerarie e agricole (come il legname) di cui il Paese è ricco. Dal 1990, i militari del Myanmar hanno portato avanti un processo di land grabbing, cioè acquisizione forzata delle terre, ai danni dei cittadini, senza offrire alcuna compensazione, e minacciando con la forza le comunità espropriate.

Un processo che è continuato fin da allora, e che ha avuto un forte incremento negli ultimi anni. Nel 2012, il Governo di Myanmar ha approvato una legge che ha facilitato l’acquisizione di terreni nel Paese da parte delle grosse corporazioni. La Foreign Investment Law ha aperto i cancelli della Repubblica agli investimenti stranieri, concedendo la totale disposizione di giacimenti e risorse, con contratti della durata fino ai 70 anni. Dal 2010 al 2013, l’aumento di terre destinate a progetti di vasta portata è salito del 170 per cento. Recentemente, il Governo ha destinato un totale di 1.268.077 ettari, situati nello stato del Rakhine, territorio dei Rohingya, per progetti aziendali di sviluppo rurale. La minoranza musulmana si è trovata ad occupare un territorio particolarmente interessante per il profitto della Nazione, e oggi ne sta pagando le conseguenze.

Se da una parte c’è un’Amministrazione che chiude un occhio sui soprusi dei militari, e intraprende misure di esproprio lesive dei diritti umani dei propri cittadini, dall’altra ci sono potenti economie che beneficiano dei nuovi territori liberati del Myanmar. In primo luogo Cina e India, che, del resto, non hanno preso posizione di fronte ad una tragedia comprovata. Anzi. Lo stesso Primo Ministro indiano Narendra Modi si era detto disposto a deportare fuori dal proprio Paese i circa 40 mila Rohingya che vi risiedono tutt’oggi. Un gesto che in molti hanno visto come un tentativo di compiacere il Governo di Myanmar e tutelare i reciproci rapporti diplomatici e commerciali. Del resto, questo Paese ricco di materie prime si trova in mezzo a due delle potenze mondiali più popolose al mondo, sempre in cerca di nuove risorse.

Gli interessi della Cina vanno anche oltre il semplice sfruttamento delle risorse. All’interno del suo progetto One Belt One Road, come riporta ‘Reuters’, la Cina ha stipulato un accordo con Myanmar sul porto di Kyauk Phyu, sulla Baia del Bengala, nel territorio dei Rohingya. Un progetto che prevede un investimento intorno ai 7.3 miliardi di dollari, che permetterà alla Cina di avere una nuova infrastruttura da cui far passare condotti per gas e petrolio proveniente dal Medio Oriente e dal giacimento di Shwe, scavalcando il difficoltoso stretto di Malacca, e facendo arrivare i condotti nella città cinese di Kunming.

Il porto è una delle due parti di un più vasto progetto cinese, portato avanti dal CITIC, uno dei più antichi e grandi conglomerati finanziari della Cina. Gli interessi di Pechino nello Stato del Rakhine prevedono un parco industriale, per il quale emissari del CITIC e Governo di Myanmar si sono già accordati. Il progetto finale, comprensivo del porto e del parco industriale, per un valore di circa 10 miliardi di dollari, rappresenta il piano di Myanmar per risollevare una delle zone più povere del Paese.

Tuttavia, il dubbio principale è che questo ed altri nuovi progetti saranno ad interesse esclusivamente cinese, con minime ripercussioni sulle comunità locali. Fonti anonime hanno rivelato come il gigante cinese abbia fatto la voce grossa sui due progetti, quasi obbligando Myanmar ad ottenere revenues fra il 15 e il 30 per cento del totale, e accaparrandosi il resto. Myanmar e i suoi partner stanno molto investendo in progetti di tipo estrattivo ed energetico, facendo poca leva invece sul settore manifatturiero, quello che più degli altri è in grado di estendere i propri benefici alla popolazione locale. Come è successo per il gasdotto Yadana, un progetto nei mari a sud del Paese, che a fronte di un investimento di oltre un miliardo di dollari dà lavoro, oggi, ad appena 800 persone.

Dall’altra parte c’è l’India, che non è rimasta certo a guardare. La costa dello Stato del Rakhine sul Golfo del Bengala fa gola anche ai progetti di Modi, che ha finanziato la costruzione del porto di Sittwe, poco più a nord di Kyauk Phyu, come terminale del progetto Kaladan Multi-modal Transit Transport (KMTTP). Una nuova infrastruttura che collegherà lo Stato indiano del Mizoram, stretto fra il Bangladesh e Myanmar, al golfo del Bengala.

Myanmar è come una bella dama corteggiata da due potenti principi, entrambi desiderosi di intessere rapporti preferenziali e sottrarla all’influenza degli altri pretendenti. La Cina, in questo quadro, è stata la prima a stringere legami forti con Myanmar, fungendo da principale partner commerciale, specialmente dopo la chiusura di Naypyidaw con le forze occidentali nel 1962. Forte di una decisiva influenza economica, la Cina sta oggi avanzando pretese verso Myanmar, con il sostanziale obiettivo di avere accesso alle sue risorse e aprirsi canali commerciali verso l’Oceano Indiano.

Di contro, l’India, con l’intento di ridurre l’influenza cinese nell’area del sud est asiatico, ha iniziato a spostare il suo interesse verso Myanmar, cercando di ingraziarsi il consenso del Governo del Paese, vero fulcro del proprio progetto di espansione verso est. In questo gioco di contesa, Myanmar ha solo da guadagnarci, a discapito di tutte le minoranze che si ritrovano schiacciate nel mezzo dei giganteschi interessi delle tre Nazioni.

L’India si trova oggi in una situazione imbarazzante, in cui il suo stato di difensore dei principi democratici si sta scontrando con i suoi interessi economici. Il motivo per cui, ancora oggi, Modi fatica a contestare le persecuzioni militari nei confronti delle minoranze Rohingya, sta nel suo interesse verso il mantenimento di buoni rapporti con il Governo e alla buona riuscita dei propri progetti nel territorio. La ragion di Stato, in questo caso, non può tenere in considerazione i diritti dei piccoli proprietari terrieri.

All’interno di questo quadro, sono in molti a veder con sospetto la sempre crescente influenza politico-commerciale di Pechino. Fra i contendenti alla mano di Myanmar, sono arrivati anche gli Stati Uniti d’America. Già col Presidente Barack Obama, i rapporti dell’America con la Repubblica asiatica si erano intensificati, dopo il congelamento avvenuto nel 1988, quando la dura repressione dei militari di Myanmar contro i protestanti aveva raffreddato i rapporti. Da allora, gli sforzi degli Stati Uniti nei confronti di Myanmar si sono rivolti maggiormente verso una transizione democratica del Paese, portando avanti una politica di aiuti e sanzioni al fine di promuovere o bloccare, a seconda dei casi, il processo di cambiamento politico. Il ruolo di Washington si è concentrato, al contempo, nel tutelare i diritti umani delle minoranze minacciate e tutelarle dalla ferocia dei militari, con l’obiettivo centrale di portare stabilità politica nel Paese e ridurre gli scontri interni fra le comunità minoritarie. Gli interessi statunitensi nei confronti di Myanmar sono, nel tempo, gradualmente cambiati, spostando l’attenzione verso il ruolo sempre più centrale occupato dalla Cina nei suoi rapporti con Myanmar.

Intervenendo attivamente a sostegno di Aung San Suu Kyi, l’America si è voluta ritagliare il suo spazio nel sud est asiatico, da una parte per accompagnare la crescita democratica del Paese, dall’altra per controllare la crescente influenza cinese. A determinare l’interesse americano nel Paese asiatico influiscono, infine, anche interessi economici. Come riporta il ‘Wall Street Journal’, nel 2012 il commercio bilaterale fra i due Paesi ammontava a 190 milioni di dollari, di cui 174 relativi all’export di prodotti americani verso Myanmar. Gli Usa hanno anche investito, al 2013, un totale di 253 milioni di dollari in 15 progetti, da quando Myanmar ha riaperto la possibilità di accogliere capitale straniero nel 1988.

Tuttavia, il vero interesse degli Usa è oggi prevalentemente diplomatico. La Repubblica di Myanmar si trova in un contesto geopolitico importante, proprio in mezzo a due delle Nazioni che stanno conoscendo uno sviluppo economico e politico determinante per gli equilibri mondiali, e le cui ambizioni non sembrano fermarsi alla condizione già raggiunta. Avere, per gli Usa, un alleato importante in questa zona di mondo e riuscire a controllare il contesto sociale complesso del Paese, rappresenta oggi la sfida del Governo di Washington.

Con il nuovo corso dell’Amministrazione Usa, ci si chiede come si comporterà Donald Trump nel contesto del sud est asiatico. Il progetto che viene ventilato negli ambienti vicini al Presidente è quello di un ripristino della cooperazione militare fra i corpi di Myanmar e statunitensi, che, prima del blocco del 1988, portavano avanti progetti condivisi di difesa e sicurezza, legati al blocco del traffico di narcotici e all’antiterrorismo.

Un espediente che garantirebbe una maggiore influenza americana nel Paese, in modo da aprire un dialogo con Myanmar e ridurre la pressante influenza cinese. Anche se alcuni analisti si chiedono se possa essere proprio questo il momento giusto per stringere accordi e alleanza con gli spietati militari di Myanmar, esecutori principali delle violenze ai danni delle minoranze, che oggi si trovano a vagare senza un luogo sicuro in cui vivere.

Commenti

Condividi.

Sull'autore