mercoledì, settembre 19

Ricucci: il furbetto del quartierino, innocente Quasi mille i detenuti suicidi dal 2000: il macabro bollettino delle morti in carcere

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No, ora qualcuno dovrebbe provare a spiegare qualcosa. Stefano Ricucci, dice niente questo nome? E’ l’immobiliarista famoso per la sua relazione con Anna Falchi (fatti loro, certo); per quell’etichetta. Che si porta appresso: ‘furbetto del quartierino’; e per quell’intercettazione di poco o nessun valore probatorio dove a un certo punto se ne esce con il colorito sfogo: ‘Facile fare il frocio con il culo degli altri’.

Bene: di Ricucci s’erano perse le tracce. Vagamente si sapeva che aveva guai pesanti con la giustizia, era finito in galera…Doveva rispondere anche di bancarotta e di altre venticinque pesantissime imputazioni. Abbiamo perso tempo, a quanto pare. Quella caterva di imputazioni sono fatti che non sussistono. Lo dicono i giudici della quinta sezione penale del Ale di Roma, che lo hanno assolto. Lui e altre nove persone. Niente bancarotta fraudolenta, aggravata dalla distrazione e dissipazione di quasi un miliardo di euro, in relazione al crac della società Magiste International. Assolti, tra gli altri, anche la madre di Ricucci, Gina Ferracci; l’ex commercialista Luigi Gargiulo; e Fabrizio Lombardo, genero del banchiere Cesare Geronzi.

Qualcuno dovrebbe spiegare anche questo: i 919 i detenuti che dal 2000 ad oggi hanno scelto di togliersi la vita. Quest’anno si è registrato un aumento dei suicidi, passati dai 45 del 2016, ai 52 del 2017. Era dal 2012, quando i carcerati che si sono uccisi sono stati 60, che non si registravano dati così elevati. Si tratta di una media di 54 suicidi l’anno, quasi 5 al mese, più di uno alla settimana.

Un macabro  bollettino che fa dell’Italia il Paese europeo in cui è maggiore lo scarto tra i suicidi nella popolazione libera e quelli che avvengono nella popolazione detenuta, con un rapporto da 1,2 a 9,9 ogni 10mila persone. Dagli anni ’60 ad oggi l’indice di suicidi in cella è aumentato del 300 per cento.
Nelle 190 prigioni italiane, a fronte di una capienza massima di circa 45 mila persone, sono presenti 58.115 detenuti, quasi 20 mila sono stranieri.

«La responsabilità di tali tragedie è dello Stato, che fallisce perché non garantisce il supporto dovuto anche all’interno dell’esecuzione penale nonché il rispetto dei diritti fondamentali», dice Agostino Siviglia, Garante dei diritti dei detenuti di Reggio Calabria. «Anche il sovraffollamento incide sul malessere del detenuto, rendendo la sua condizione disumana, ecco perché bisognerebbe ricorrere alle misure alternative alla detenzione, la cui applicazione in Italia, Paese all’ultimo posto in Europa per l’accesso a tali strumenti, è ostacolata da alcuni automatismi restrittivi dell’ordinamento penitenziario a cui si sta cercando di porre rimedio attraverso i decreti delegati approvati in via preventiva nell’ultimo consiglio dei ministri».
Pura repressione e maggior fermezza per quanto riguarda le carcerazioni non comportano una diminuzione di delinquenti e di crimini. Lo confermano studi e statistiche. Piuttosto quando funzionano attività trattamentali rieducative si riducono i detenuti: «Scontata la pena, non rientrano in cella», dice Siviglia. «La recidiva del reato si abbassa del 20 per cento, quando funzionano percorsi alternativi; quando questi non funzionano, invece, la possibilità che un ex detenuto torni a delinquere appena uscito dal carcere si alza sopra l’80 per cento».

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, da sempre impegnata sul fronte carcerario fotografa cosi’ la situazione: «Il 2017 è stato un anno che ha visto una crescita nel ricorso al carcere dopo alcuni anni in cui si era assistito ad una contrazione dei numeri e del suo utilizzo. In 12 mesi i detenuti presenti sono circa 3.000 in più rispetto a quelli che si registravano alla fine del 2016. Il tasso di affollamento ha raggiunto il 115 per cento, mentre solo un anno fa era di poco superiore al 108 per cento. In aumento anche il numero di coloro che si trovano in carcere in custodia cautelare, che attualmente sono circa il 35 per cento. Una percentuale che si alza nel caso degli stranieri. Tra questi ad essere detenuti senza condanna definitiva sono il 41 per cento. Al 31 dicembre 2016 invece il tasso di detenuti custodia cautelare era del 34,7 per cento, ad ogni modo sempre molto al di sopra della media europea del 22 per cento».

Un anno, quello che si è appena concluso, che ha registrato confortanti luci, ma anche nuove ombre per il sistema penitenziario italiano: la riforma dell’ordinamento penitenziario che prevede una estensione dell’uso delle misure alternative al carcere; e le ombre di una crescita della popolazione detenuta che, se non controllata, potrebbe nel giro di qualche anno riportarci alla situazione che determinò la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2013 per il trattamento inumano e degradante nelle carceri.

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