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Libano

Reportage da Beirut, una città tra arte, politica e speculazione

La pittrice Claude Moufarege: "ho deciso di ritrarre Beirut vuota, silenziosa, distante, vista da fuori"

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Cammino per i vicoli di Hamra, raggiungo la stazione di Cola, sorpasso gli stretti marciapiedi alla mercé delle auto. Un venditore ambulante espone biglietti della lotteria accanto al negozio di una nota marca sportiva. Ragazzi ridono in un locale di Mar Mikhael, mentre i cantieri dei palazzi in costruzione si accendono nella notte, rifugio di lavoratori sottopagati. Le vetrine di Ashrafieh trasudano di Natale. Il quartiere di Ras El Nabah espone orgoglioso le sue bandiere verdi con il simbolo di Amal. Alle rocce dei gabbiani l’alba mozza il fiato. Ho cercato e voluto capire Beirut con la stessa perseveranza con cui tenti di vendere un oggetto, eppure questa città non è disposta a farsi capire. Sfugge. Dinamica e vibrante scappa dalle parole, così fisse e delineate. Accetta definizioni per semplificare, ma la sensazione che rimane è la stessa dopo una serata di sesso poco appagante. Succede all’improvviso, percorri una delle sue vie, così diverse tra loro, e ti chiedi “ma io ti conosco veramente?”.

Beirut è una sopravvissuta. Sui muri delle abitazione rimangono le cicatrici della guerra, sui brillanti grattaceli il segno di una ricostruzione selvaggia. Così ho chiesto ai miei amici di descrivermela con uno o due aggettivi: “Euforia contraddittoria”, per Fadwa; “meravigliosa contraddizione”, secondo Daria; “ragazza tarantolata”, dice David; “babelica”, afferma criptica Sabrina. Ma Beirut è prima di tutto personale. Sulla sua giostra le emozioni corrono, accompagnate dai desideri e dalle aspirazioni. Mosso dallo stesso spirito di indagine cerco ad Hamra la galleria Art Space, espone una libanese, una pittrice e architetto. È nata in Senegal, ma i suoi genitori erano originari di Beirut. Dopo un breve periodo a Dakar è tornata con la famiglia in Libano, dove ha vissuto 16 anni a cavallo del conflitto civile, prima di trasferirsi in Francia. I quadri di Claude Moufarege sono potenti. C’è l’eternità della città, ci sono i palazzi, c’è il tratto sicuro delle forme geometriche, ma mancano le persone.

 

Perché hai dipinto Beirut?

Beirut è sempre stata parte della mia memoria, della mia vita. Dipingere Beirut con il caos e le sue ferite sarebbe potuto divenire una trasmigrazione delle mie ferite personali. Così ho deciso di ritrarla vuota, silenziosa, distante, vista da fuori.

 

Quali sono i tuoi sentimenti umani nei confronti della città?

Tutte le volte che atterro a Beirut, mi colpisce il suo movimento perpetuo, il rumore, i clacson. Rimango impressionata dalla sua luce unica, dalla luminosità del sole, e da quell’alone di polvere che ammorbidisce la sua apparente bruttezza. Questa non è che la prima sensazione. Superato l’impatto, mi stupisco dell’incredibile energia e della grande umanità degli individui. Ammiro il coraggio e la creatività dei libanesi. Sinceramente percepisco tutto quel movimento, che è la vita, molto stimolante. L’arte stessa è in movimento in Libano e in qualche modo tutti sembrano esserne coinvolti, nei suoi aspetti peggiori e migliori. Per esempio, gli architetti di Beirut sono spesso guidati dal loro ego e sembrano dimenticare il significato profondo dell’architettura: essere umana.

 

Come hai accennato i tuoi dipinti ritraggono la città distante, senza persone, macchine o problemi. Quasi come fosse eterna. Ma in realtà la città è al centro di un continuo cambiamento che spesso sfocia nella speculazione edilizia. Riuscirà Beirut a salvare la sua anima?

Beirut, il Medio Oriente, ma più in generale il mondo, stanno cambiando. I motivi dietro questo trasformazione possono essere moltissimi. La guerra e le migrazioni sono forti catalizzatori. La città continuerà a mutare e difficilmente sarà in grado di preservarsi dalla ricostruzione. Ma esattamente come l’anima della città riflette l’anima della gente che la popola, sono sicura che qualcosa di originale si salverà.

 

Dal punto di vista professionale, quali parti dovrebbero essere preservate e di cosa invece avrebbe bisogno la città?

Beirut necessita di più respiro e quindi maggiori spazi verdi. Lo sguardo è spesso bloccato dai grattacieli e dai palazzi, mentre avrebbe bisogno di correre libero verso il mare, verso questa infinità così magica. La città dovrebbe inoltre occuparsi della sua parte più povera. Cittadini e rifugiati che vivono con pochi spiccioli al giorno, necessiterebbero di posti decenti in cui vivere. Per quanto riguarda il passato che è anche la radice del nostro futuro, vorrei preservare le ultime bellissime case dai tetti rossi libanesi, vittime della ricostruzione, distrutte una ad una per essere sostituite dal cemento. Una pratica disumanizzante.

 

quadro-claude Dopo più di 15 anni di guerra civile e conflitti correlati, Beirut ha conosciuto la pace. Sono gli anni ’90, la città ha bisogno di ridisegnare la sua anatomia, sventrata dai bombardamenti israeliani, dall’artiglieria siriana e dai missili falangisti. Il vento dei proclami politici si accompagna al valzer del business della ricostruzione. È una nuova guerra, lasciati in cantina Rpg e kalashnikov, il cemento dona linfa alla città. La flebo è basata su interessi personalistici. Lo scandalo Solidere sugli appalti coinvolge anche il Primo Ministro dell’epoca Rafiq Hariri, padre dell’attuale Premier e possessore del 10% della società incaricata nella ricostruzione di Beirut Ovest. Il restyling, in piena linea con il passato, è basato sul compromesso. Oggi sul lungomare di Beirut svettano gli hotel a 5 stelle, mentre le vecchie case in stile ottomano, reduci da anni di guerra, cadono sotto i colpi del bisturi dei caterpillar. I prezzi degli appartamenti nel centro di Beirut superano quelli di Parigi e Milano. Gli affitti sono in linea con Londra. Eppure il mercato immobiliare sembra in frenata, per non azzardare ‘crisi’. Gli esecutivi libanesi hanno da sempre cercato di stimolare il settore. Le tasse per coloro che investono sono al 5%. Costruire e rivendere a terzi è un affare. I dati però mostrano tutte le lacune di questa selvaggia mania di edificare. Il numero di vendite immobiliari nel 2015 è sceso del 10,6% rispetto all’anno precedente. Il credito, su cui si regge lo Stato, appesantito da un altissimo debito interno, invece sembra resistere: +6,5% di prestiti nel 2015 rispetto al 2014. Le sorti del Libano sono collegate agli istituti bancari nazionali che a loro volta si reggono sui prestiti e sulla capacità di far circolare denaro, fiducia e rientrare dei finanziamenti elargiti. Il complesso ingranaggio è un vaso di Pandora che scricchiola a causa della stagnazione del Pil. Se il vento cambiasse direzione, i nuovi e luccicanti appartamenti vista mare rimarrebbero vuoti, con le ricadute del caso su economia nazionale e banche. In aiuto al meccanismo sono arrivati i rifugiati. I siriani, presenti in Libano prima del 2011, erano la manodopera preferita nei cantieri della capitale. Adesso, senza alcuna assicurazione e con un stipendio medio di 20 dollari al giorno, in calo del 50% rispetto a prima della guerra, costruire costa ancora meno. Beirut è tutto questo.

Cammini per le strade della città senza renderti conto che ha già deciso. Ha già deciso cosa fare con te. I suoi odori e la sua bassa vivibilità diventano un’arma contro coloro che non sono benvenuti. Eppure se aspetti e ti fermi, ti accorgi che Beirut è capace di donarti uno spazio. Il tuo spazio.

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