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Referendum costituzionale

Referendum, riforma costituzionale: una storia di fallimenti

L'incapacità delle bicamerali e l'impossibilità del compromesso

bicamerale
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La riforma Boschi non è il primo tentativo di riformare la Costituzione. C’è una storia di decenni di tentativi falliti alle spalle dell’appuntamento del 4 dicembre, una sorta di ultimo treno.

In passato il parlamento ha tentato tre volte di avviare processi di riforma attraverso organi composti da deputati e senatori, le cosiddette Commissioni bicamerali. Sempre senza successo.

La costituzione è finita più volte al centro del dibattito politico e in più occasioni la possibilità di una riforma strutturale è stata vagliata da destra e da sinistra, da primi ministri e da membri del parlamento. Un primo tentativo risale agi anni ’80 e ’90. In questo ventennio camera e senato hanno unito le forze in ben tre diverse occasioni, creando una commissione bicamerale per le riforme costituzionali.

La prima bicamerale nacque nel 1983 ed era presieduta dal deputato Aldo Bozzi, da cui poi prese il nome. I lavori coinvolsero 40 parlamentari (divisi equamente fra i due rami del parlamento), e durarono 50 sedute. La relazione finale deliberata dalla commissione, nel gennaio 1985, prevedeva la revisione di 44 articoli della Costituzione. Nonostante i buoni propositi, la bicamerale era sprovvista di poteri referenti nei confronti dell’Assemblea e di strumenti di collegamento con i lavori delle Commissioni permanenti pertinenti. L’esame parlamentare e la trasposizione delle proposte in disegni di legge erano lasciati all’iniziativa dei singoli gruppi politici, che però non raggiunsero un accordo. La prima delle 50 sedute plenarie della Commissione, presieduta dal liberale Aldo Bozzi, ebbe luogo il 30 novembre 1983. Inizialmente si prevedeva che la commissione bicamerale consegnasse le sue conclusioni ai Presidenti delle Camere entro un anno dalla sua prima seduta, tuttavia la data venne in seguito prorogata di due mesi.

La Commissione prevedeva il ritocco di 44 articoli della Costituzione. La riduzione del numero dei parlamentari andava a modificare l’articolo 56, e il successivo 57, se aggiornato, avrebbe reso possibile agli ex-Presidenti delle Camere e della Corte Costituzionale di diventare senatori di diritto e a vita per almeno una legislatura e un mandato presidenziale. I senatori a vita, modificando l’articolo 59, sarebbero scesi a 8. La riforma avrebbe toccato l’istituto referendario, aumentandone il quorum per l’indizione a ottocentomila elettori, rendendolo disponibile anche per singole proposizioni normative aventi carattere di autonomia e di omogeneità di contenuto dispositivo, ma limitandolo, introducendo il divieto per leggi costituzionali e tributarie. Era poi previsto il referendum consultivo per questioni di alta rilevanza politica, su richiesta del Governo o di un terzo dei parlamentari.

La proposta avrebbe modificato anche alcune competenze del Presidente della Repubblica, concedendo lo scioglimento delle Camere durante il ‘semestre bianco’, imponendogli però di richiedere l’approvazione dei Presidenti delle Camere stesse. Per quanto riguarda l’Esecutivo, la fiducia preventiva delle Camere in seduta comune in fase di formazione del Governo sarebbe andata solo al Presidente del Consiglio. Vengono inoltre specificati i casi di ’emergenza’ (citati nell’articolo 77) in cui il Governo ottiene il potere legislativo emanando provvedimenti «con forza di legge»: calamità naturali, sicurezza nazionale o emanazione di norme finanziare che devono entrare in vigore immediatamente. La legge di bilancio preventivo può variare aliquote, abrogare o limitare leggi di spesa ma non introdurne di nuove, né imporre nuovi tributi.

In tema di libertà fondamentali, la proposta della Commissione Bozzi introduceva il diritto del cittadino alla salubrità degli ambienti di vita e di lavoro, con la tutela ambientale e del patrimonio storico; la libertà di espressione anche attraverso l’immagine (ma con attenzione alla possibile lesione ai minori), e l’inserimento in Costituzione del diritto all’informazione con la garanzia del pluralismo della stessa. Si parlava anche dei diritti dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali e partitiche, che dovevano essere strutturate secondo il ‘principio democratico’ e garantire la rappresentanza degli iscritti.

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