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4 dicembre

Referendum: riforma costituzionale e dubbi, tra SI e NO

Rifiuto, ponderazione, ‘male minore’ e voci invisibili: le ragioni degli elettori, fuori dal coro

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A pochi giorni dal voto, le logiche dipolari fanno ormai parte di un copione ordinario che tende a sopraffare il dibattito, a danno degli elettori e della loro ri-costituzione come soggetti politici. Tale processo fa quasi pensare a certe reazioni chimiche, o all’attrazione di un magnete capace di caricare il consenso su uno dei due fronti. Esistono dichiarazioni pronunciate da elettori di riferimento: individui dotati, per le proprie qualità e per l’immagine mediatica che li supporta, di autorevolezza o carisma, ovvero di entrambe le cose. La cattura del consenso, quando la società e le sue istituzioni vivono una crisi, riposa spesso su aspetti emozionali, talvolta mascherati da ragionamenti contenenti, al loro interno, salti logici difficilmente colmabili. Uno dei più frequenti è l’intrusione di argomenti a carattere personalistico, con un premier-architetto di una riforma ‘accentratrice’ a proprio uso e consumo (un progetto suicidario, a ben vedere, se perseguito all’interno di un ordinamento democratico).

Un altro aspetto richiamato con insistenza, piuttosto ‘pesante’ in termini di consenso, è l’incostituzionalità dichiarata di una legge elettorale e, quindi, delle stesse forze politiche operanti a livello istituzionale. Tale critica, però, riposa su un’inversione temporale: l’organo legislativo è eletto a suffragio diretto secondo la legge vigente nel momento della sua elezione; nel caso di incostituzionalità, successivamente dichiarata, la nuova legge sarà votata dal Parlamento, lo stesso eletto con la vecchia legge allora vigente. Questo sistema non è antidemocratico, almeno finché continuerà a far parte della nostra Costituzione: «Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione» (Art. 136, primo comma).

Sul fronte del NO, le ragioni corrono su un asse che va dal vizio politico predefinito, al merito delle scelte strutturali effettuate, fino allo stile della formulazione degli articoli.

Nel primo caso, secondo Lorenza Carlassare, costituzionalista dell’Università di Padova (e prima donna in Italia a insegnare diritto costituzionale all’Università), le premesse per un dialogo nascerebbero già inficiate da un meccanismo di supporto tra legge elettorale e riforma costituzionale azionato dall’esecutivo. L’ ‘inganno’ maggiore consisterebbe, più ancora che nel premio di maggioranza, nell’assenza di una soglia minima in fase di ballottaggio, che garantirebbe a una minoranza numerica la possibilità di governare. La logica del complotto di governo, peraltro, non sembra dare troppo peso al fatto che una legge elettorale può essere modificata, che l’attuale establishment non è immutabile ed eterno, e che il nostro sistema, malgrado una percezione corroborata dal ventennio berlusconiano, non è così centrato sulla figura del premier o sulle sue connessioni funzionali con il sistema elettorale, come avviene in altri Paesi (rispettivamente, in Francia e Inghilterra, per citare due democrazie ‘vicine di casa’).  In termini appena più moderati, ma concordi, Donatella Loprieno, docente di diritto costituzionale all’Università della Calabria, ha parlato di una retorica dellagovernabilità’ che circonda la riforma. Le preoccupazioni espresse sono riferibili a una “maggioranza ondeggiante e, non certo, frutto di consenso” e a una “logica plebiscitaria, che ha poco a che fare con le istanze di revisione costituzionale”.

Come è emerso dalle dichiarazioni dello stesso Renzi (‘Se vince il NO, mi dimetto’), lo sbilanciamento del discorso sull’esecutivo e le strategie di chi lo rappresenta ha alimentato lo scontro su un piano parallelo piuttosto scivoloso, mentre il contenuto delle disposizioni costituzionali modificate è citato, nella migliore delle ipotesi, per frammenti e parafrasi.

E’ difficile, a pochi giorni dal voto, trovare voci ufficiali ancora ‘in bilico’: chi si è espresso con sforzo di obiettività sulla riforma ha anche assunto una posizione di rifiuto o di favore nei suoi confronti. Per quell’elettorato silenzioso che, eventualmente, provasse un senso di interdizione a pronunciarsi, o disinteresse, o ancora fosse motivato da umori opposti per le ‘facce’ della politica anziché da un’espressione della propria cittadinanza, tenteremo di intessere una sorta di dialogo aperto tra le ragioni di diversi autorevoli elettori. Semplicemente, si tratterebbe di un ulteriore – e lecito – sforzo di comprensione: contro le retoriche persuasive di facile impatto, ricorrenti durante tutta la campagna, che cosa alla fine fa presa nel ragionamento? L’esito del voto è, appunto, il frutto di un bilanciamento tra contenuti ritenuti, in vario grado, ‘migliorabili’.

La scelta più ardua è, forse, la necessità di contrapporre le critiche sulla forma, che in diritto può pregiudicare i contenuti (pensiamo all’iter legislativo, spesso ritenuto procedurale e poco lineare), con aspetti di fondo condivisi, ad esempio l’abbandono del bicameralismo perfetto… Un equilibrio difficile da definire, determinato infine da ragionamenti ponderati, a misura del nostro impegno civile.

Tra le voci di moderazione provenienti dal Comitato per il NO, il costituzionalista Enzo Cheli caldeggia una riforma legislativa più chiara ed equilibrata, immediatamente successiva alla bocciatura referendaria del Ddl 1429/D. Nel suo discorso, la questione interessa meno le ‘bontà’ di contenuto che le modalità assunte, nel testo, dalle modifiche, le quali produrrebbero effetti opposti rispetto agli scopi prefissati: maggiore complicazione nell’iter legislativo, difetto di intesa sia tra le camere (il Senato risulterebbe ‘degradato’, con conseguente squilibrio dell’organo parlamentare) che tra il centro e le autonomie (conflitti di competenza), perplessità in merito alla traduzione pratica del doppio ruolo di senatore-consigliere (o sindaco). Pur concordando con diversi punti della riforma, come le materie di rilievo statale, i limiti significativi posti ai decreti-legge, la soppressione delle Province e del CNEL, Cheli propone il mantenimento del suffragio diretto per il Senato, mentre non fa menzione dell’annullamento del limite generazionale a favore dell’elettorato, sia pure per rappresentanze di secondo grado (a 18 anni, non più a 25, si potrà votare per i potenziali futuri senatori).  I membri di quest’organo dovrebbero, a suo parere, rimanere ‘solosenatori, con una riduzione sia del loro numero che di quello dei deputati. Sarebbe altresì garantito – altra convergenza funzionale con la riforma – un ruolo di raccordo politico tra il centro e le autonomie. Criticità aggiuntive, ma “da sottoporre al vaglio dei fatti” interessano la modalità di elezione del Capo dello Stato e la formazione della Corte Costituzionale (con due magistrati assegnati al nuovo Senato). Il problema ‘genetico’ è imputabile, per il giurista, alla scarsa unità del consenso formatosi intorno al processo riformatore nel suo complesso. Nondimeno, Cheli è uno dei pochi a tenere distinta la questione della riforma da quella della legge elettorale.

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Un commento su “Referendum: riforma costituzionale e dubbi, tra SI e NO”

  1. laura scrive:

    chiaro ed esaustivo; come sempre.

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