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Referendum: le contraddizioni dell’America di Trump

La California liberal per la pena di morte, e molti sono gli stati pro-Trump in cui si legalizza la marijuana

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Sono gli Usa dei paradossi, del tutto e il contrario di tutto, al limite della schizofrenia, quelli usciti dal voto dell’8 novembre. Nell’election day oltre esprimersi su Casa Bianca e Congresso, i 200 milioni di americani alle urne sono stati chiamati a votare anche per 150 referendum. Gli elettori hanno dovuto decidere, a seconda degli Stati, su alcune questioni cruciali ed etiche. In California, dove ha vinto Hillary Clinton, a stragrande maggioranza, è arrivato il sì alla legalizzazione della marijuana a uso ricreativo. I californiani maggiori di 21 anni potranno così possedere fino a 28,5 grammi di cannabis, e coltivare fino a sei piante per uso privato. La California ha votato su 17 quesiti tra cui 2 sulla pena di morte che viene confermata e anzi resa più veloce e ha anche approvato il bilinguismo nelle scuole, in uno Stato in cui una parte importante della popolazione parla spagnolo. Marijuana libera, che sarebbe stata una battaglia di sinistra secondo gli schemi mentali e politici del passato, e pena di morte più veloce, che sarebbe stata una battaglia di destra.

Poi ci sono i cittadini del Nebraska, stato che ha visto l’elettorato preferire per il 60% Trump, che hanno votato a favore della reintroduzione della pena capitale dopo che la pratica era stata sospesa nel 2015. In Oklahoma (65% favorevole al candidato repubblicano) – lo Stato con il più alto tasso di esecuzioni capitali pro capite – il voto ha confermato la legittimità della pratica che verrà poi sancita da una nuova sezione nella Costituzione dello Stato. Il Colorado – democratico – ha votato a favore del suicidio assistito, la pratica per cui i malati a cui restano meno di sei mesi di vita possono scegliere di morire, diventando così il sesto Stato americano in cui la cosiddetta ‘morte con dignità’ è considerata legale. Stupisce, a chi considera il voto per Trump una posizione di destra, invece la scelta degli elettori di Florida, North Dakota e Arkansas, che hanno approvato l’uso della marijuana a scopo terapeutico, pur votando in massa per il candidato repubblicano.

Spostandoci sulla costa opposta, La California, circa 20 anni fa, fu il primo Stato a permettere la marijuana terapeutica, dando slancio al movimento per la legalizzazione a livello federale. Il ‘Golden State’ è sempre stato considerato una roccaforte liberal, e la recentissima vittoria democratica lungo tutta la West Coast sembrava confermarne l’orientamento politico. Eppure in California, (Stato che ospita circa il 25% dei detenuti nel braccio della morte di tutto il paese) gli elettori hanno respinto un provvedimento che sostituiva la pena di morte con l’ergastolo. Altro tema caldo è il controllo sulle armi, argomento in genere monopolizzato dalla destra americana, alfiere del ‘secondo emendamento’ e della Costituzione: in California è stato approvato il bando al possesso di grandi quantità di munizioni, ma anche la possibilità di sequestrare le armi da fuoco ai proprietari che pur avendole acquistate legalmente, non sono più autorizzati a possederle. Nello Stato di Washington ok a una misura che consentirà ai giudici di emettere ordini di sequestro temporaneo di armi per individui che possano costituire una minaccia.

Salario orario minimo in crescita dal 2020 in Colorado, Maine e Arizona. Prevedibile, considerando che – quest’ultimo stato a parte – si tratta di aree tradizionalmente ‘liberal’ e che hanno visto vincere i democratici. Stupisce maggiormente il fatto che gli elettori abbiano però respinto un piano per promuovere l’energia pulita attraverso l’introduzione di una tassa di 25 dollari per tonnellata sulle emissioni di carbonio da combustibili fossili. Stop a nuove tasse sul tabacco in Colorado, Missouri e Nord Dakota, (liberale il primo, ‘conservatori’ – se così può essere definita la scelta per Donald Trump – gli altri due) mentre i californiani hanno confermato gli orientamenti salutisti approvando una misura che aumenta il prezzo delle sigarette di 2 dollari a pacchetto e introduce nuove tasse su quelle elettroniche. Ancora in California, no a un provvedimento che avrebbe imposto agli attori porno di usare il preservativo durante le scene di sesso e sempre il Golden State è diventato il primo negli Stati Uniti a farla finita per sempre con i sacchetti di plastica per la spesa.

L’Election day con la vittoria di Donald Trump, quarantacinquesimo Presidente americano, «ci consegna il suicidio assistito in Colorado ed il ripristino della pena di morte in Nebraska», sottolinea Alberto Gambino, Presidente nazionale di ‘Scienza e Vita’, prorettore dell’Università Europea di Roma. Decisioni che segnano «un significativo arretramento per la centralità del rispetto della dignità umana e della sua fragilità». Due scelte, facce della stessa medaglia, prosegue Gambino, «il potere dello Stato di porre termine ad un’esistenza umana. Una democrazia davvero rispettosa di ogni essere umano e delle sue fragilità dovrebbe piuttosto puntare su cura e accudimento dei malati e sul recupero di chi ha sbagliato, non invece eliminare pesi e problemi umani con un’iniezione letale», osserva ancora il Presidente dell’associazione ‘Scienza e Vita’. Questo dove buona parte dell’elettorato evangelista e cattolico ha votato per Trump come candidato pro-life e probabilmente ‘male minore’, per via del ‘mailgate’ che ha rivelato dichiarazioni nel team democratico interpretate da molti come anti-cattoliche.

«Oltre a Trump, l’altra vincitrice indiscussa delle elezioni di ieri negli Usa è la cannabis. Infatti, oltre all’elezione del presidente, oltre 82 milioni di cittadini degli Stati Uniti hanno avuto la possibilità di votare a favore della legalizzazione della marijuana. Venerdì consegneremo alla Camera dei Deputati le firme a sostegno della nostra proposta di legge sulla cannabis per rilanciare la legalizzazione anche in Italia». Lo dichiarano Marco Perduca, coordinatore della campagna ‘Legalizziamo!’.

In quello che sembra un netto contrasto con l’esito politico delle elezioni americane, dallo Stato di Washington alla California tutta la west coast ha legalizzato la cannabis mentre si consolida la possibilità della prescrizione medica della pianta in oltre 30 stati. In particolare la legge californiana rappresenta «l’inizio di una nuova era dell’antiproibizionismo relativo alla marijuana per almeno cinque motivi», spiegano i Radicali: «Perché la popolazione dello stato (e presumibilmente il mercato della cannabis) è superiore a quella del Colorado, Washington, Oregon Alaska, Nevada, Arizona, Maine e Massachusetts messi insieme e quindi quel modello sarebbe applicabile a uno stato sovrano». Secondo «perché la California è da sempre riconosciuta come leader nazionale per l’innovazione delle politiche pubbliche. Perché l’impatto della legalizzazione in California, in particolare sul Messico e altri paesi dell’America Latina che alle Nazioni unite si sono espresse contro la guerra alla droga, e per certi versi dei Caraibi, sarà cruciale per provocare dibattiti pubblici sulla marijuana e in generale sulle politiche e leggi in materia di droghe». In ultimo, proseguono i radicali, «perché l’iniziativa in California, con la sua riforma strutturale contiene elementi positivi di giustizia sociale, meccanismo di concessione delle licenze, salute pubblica, oltre che di allocazione delle entrate fiscali proprio come la nostra proposta di legge».

I radicali auspicano che il governo federale «continui a non ingerire nelle scelte dei cittadini. Trump in passato si è espresso a favore della marijuana medica ma non ha una posizione sul resto, a differenza del suo vice. Adesso occorre rilanciare il dibattito al di qua dell’Atlantico è per questo che invitiamo a tutti a unirsi a noi venerdì mattina in piazza Montecitorio».

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