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4 dicembre

Referendum: la distrazione al potere. Strafalcioni del SÌ

Svarioni e carenze argomentative in ‘equa distribuzione’ tra i due schieramenti

referendum
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Più ci inoltriamo sul terreno del convincimento basato su effetti distrattivi capaci di orientare l’opinione e produrre consenso (o dissenso), più ritroviamo argomenti aggregati in insiemi o ‘famiglie’, talvolta permeabili tra loro.  Con una ricorsività crescente, abbiamo incontrato argomenti politici mascherati da argomenti giuridici (pensiamo all’effetto domino del vizio di legittimità costituzionale addotto per l’organo legislativo o alle varie contestazioni ‘promesse’ dopo il voto), argomenti fondati sull’ignoranza della legge, primi fra tutti gli stessi articoli della Costituzione (vecchi e nuovi) che interessano la natura degli organi, i quorum, i meccanismi e gli equilibri del nostro intero sistema.

Nel complesso, le distorsioni maggiori sono imputabili a due mancanze: il rifiuto di adottare una prospettivastorica’ anche minima (pensiamo alle ragioni del bicameralismo perfetto nel 1948 a confronto con quelle attuali di un’Italia europea) e l’assenza di criteri formali atti a distinguere il diritto dall’opinione, sia pure autorevole.

Quando diventa ragione costitutiva, il formalismo assiste l’ordinamento poiché è in grado di tutelare le formazioni sociali che partecipano al processo democratico (pensiamo alle ‘minoranze’ e a tutti i soggetti socialmente discriminati):  chiamiamo ‘diritto’ non regole immaginate o ‘condite’ per essere pronte all’uso, ma le regole – e solo quelle – che, alla fonte, portano il suo nome e sono contenute nei testi normativi ufficiali vigenti al momento della loro applicazione.

Tra gli argomenti portati nell’arena politica hanno successo quelli a carattere ‘condizionale’, ossia veri e propri espedienti retorici, indipendentemente dal mantenimento di quanto affermato. Nel momento in cui siamo chiamati a decidere se votare a favore o contro il testo che riforma la Costituzione, che interesse possono avere per la nostra coscienza di cittadini dichiarazioni come quella di Matteo Renzi, rimbalzata sui network: «Se vince il NO, mi dimetto!»? Che senso ha porre agli elettori condizioni basate su aspetti estranei all’oggetto sul quale sono tenuti liberamente ad esprimersi?  Non solo: le dimissioni sarebbero incentivate dallo spauracchio di un ‘ennesimo’ governo tecnico, una sorta di ‘Monti-bis’.  Questa affermazione, che appartiene all’ambito delle possibilità reali, è trasformata in iperbole da un articolo non firmato apparso sul sito Bastaunsí, in cui si teme come minaccia una «condanna a governi tecnici in eterno», quasi che la nostra storia politica sia costellata da formazioni di tale natura. La solidità dei futuri governi è, inoltre, presentata come effetto di una governabilità ancora frustrata dal mantenimento di un sistema proporzionale: opinioni mascherate da verità, e rinforzate da un ‘tono gestionale’ che è un po’ la cifra stilistica della campagna per il SÌ (lo ritroveremo tra poco). In un altro inserto privo di autore, si prospetta, con tinte messianiche, l’avvento di un governo duraturo che ci faccia uscire da uno «stallo continuo che dura da 70 anni»… Dopo vent’anni di berlusconismo, anche se il ricambio di governo non è mancato, una maggiore stabilità e garanzia per la cittadinanza può derivare da altri meccanismi – a iniziare da un migliore coordinamento interno tra le rappresentanze, a tutti i livelli – senza precludere la natura ‘politica’ del governo in carica, nell’alternanza di un processo democratico comunque garantito.

La pluralità degli elaboratori della riforma (pensiamo soprattutto al lavoro della Commissione di esperti nominati dal Governo Letta, nel 2013) e quella delle individualità che sostengono il fronte del SÌ (una sorta di ‘fortino’, che appare più integrato rispetto alla distribuzione degli oppositori) è in parte adombrata da forme nostrane di distrazione personalistica verso i proponenti ufficiali, con un premier che ricorre, con tenacia di scout, a ogni mezzo di comunicazione per diffondere la novella riformista.

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