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4 dicembre

Referendum: la distrazione al potere. Strafalcioni del NO

Svarioni e carenze argomentative in ‘equa distribuzione’ tra i due schieramenti

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L’etimologia latina del verbo «distrarre» contiene in sé un’idea di allontanamento, di separazione o cambio di destinazione: se calata all’interno del discorso pubblico, la distrazione può avere effetti sociali incontrollati sulla qualità dell’informazione e, in ultima battuta, sul processo di convincimento elettorale. Difficile parlare di autonomia individuale delle scelte quando la trasmissione avviene su basi scivolose e parte da soggetti che ricoprono, a vario titolo, un ruolo ufficiale. Esiste, però, una misura, uno strumento oggettivo nelle mani dell’elettorato capace di contrastare questa deriva: esso è rappresentato, né più né meno, dal corpus delle fonti giuridiche che compongono l’ossatura del nostro ordinamento. La necessità di leggere più attentamente la Costituzione potrebbe sembrare un’evidenza, se chi vota non si trovasse a dover combattere contro una serie ‘colpi bassi’ regolarmente inferti alla coscienza civile che si esprimerà, collettivamente, il 4 dicembre.

Gli articoli della Costituzione attuale sono spesso ignorati, così come aspetti della normativa vigente. Il testo del Ddl di riforma subisce, anch’esso, abituali by-pass a favore di affermazioni molto politicizzate e poco ‘giuridiche’, nel tentativo di fare chiarezza sui punti oggetto di modifica: gli istituti si trasformano, automaticamente, in ‘questioni orientate’.

Dal fronte del NO, si manifesta una tendenza a incappare, mediante affermazioni o ricorsi ‘anomali’, nel contrasto con il dettato legislativo (lo vedremo qui di seguito), nel difetto di giurisdizione (il ricorso di Valerio Onida al Tar del Lazio per eterogeneità delle materie su cui verte il quesito) o in oggetti dichiarati «inammissibili» (è il caso del ricorso del Codacons alle Sezioni Unite della Cassazione contro un’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, che non può essere impugnata non costituendo un atto giurisdizionale).

Tra i ‘ricorsi annunciati’, citiamo quello del presidente del Comitato per il NO, il costituzionalista Alessandro Pace, a proposito della vexata quaestio sulla segretezza del voto degli italiani all’estero. Secondo il giurista, la rilevata mancanza potrebbe, nel caso di una vittoria del Sì, funzionare come condizione per presentare un ricorso contro il risultato del voto referendario. Pace si è pronunciato a favore di un’opportuna quanto irrealizzabile istituzione di sedi elettorali presso consolati e ambasciate, al fine di garantire la tutela del voto (personale, libero e segreto): «Si dovevano organizzare sedi elettorali presso ambasciate e consolati per far esprimere gli elettori nel segreto dell’urna»ha detto il Presidente. Affermazioni simili sembrano ignorare l’esistenza della legge n. 459/2001 (c.d. Legge Tremaglia, operativa dal 2006, anno in cui è istituita la Circoscrizione Estero), che ha istituito il voto per corrispondenza e, ovviamente, non quello in loco, e il non averlo deliberatamente istituito, in automatico lo ha escluso. Almeno 18 giorni prima delle votazioni in Italia, «gli uffici consolari inviano agli elettori (…) il plico contenente il certificato elettorale, la scheda elettorale», la documentazione affrancata con l’indirizzo dell’ufficio consolare competente e le «indicazioni delle modalità per l’espressione del voto, il testo della presente legge e le liste dei candidati» (Art. 12, c. 3, L. 459/2001). Ignorantia legis non excusat, verrebbe da dire, estendendo la portata del brocardo dal diritto penale alle dichiarazioni autorevoli di coloro che hanno l’indubbio potere di orientare il voto … e far perdere la pazienza a chi li ascolta. Le critiche al sistema del voto per corrispondenza, confluite nel testo redatto dall’ambasciatrice Cristina Ravaglia nel 2013, contenevano già proposte di misure anti-broglio e di istituzione di seggi nelle relative sedi diplomatiche. La Legge Tremaglia potrà ben essere cambiata o sostituita, ma perché usare solo adesso come leva il voto estero al referendum quando il primo a pagare sarebbe proprio l’elettorato?

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