sabato, luglio 21

Raqqa: fine dello Stato Islamico, ritorno all’Islamic State of Iraq and the Levant La presa della ora ex capitale della Siria dello Stato Islamico segna la fine dello ‘Stato’, ma la sua ideologia potrebbe destabilizzare la regione per molti anni a venire

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Le forze democratiche siriane (SDF), alleanza di combattenti curdi e arabi siriani sostenuti da Washington, hanno preso ieri il pieno controllo di Raqqa, capitale nel nord della Siria dello Stato Islamico (IS), sconfiggendo i jihadisti dopo una battaglia durata più di quattro mesi e un accordo per permettere l’evacuazione dei miliziani dell’Is rimasti in città con le loro famiglie. E’ l’inizio di una nuova fase per un movimento che ha modificato la storia; una fine, ma anche un inizio.

All’interno di Raqqa, i combattenti di SDF hanno celebrato la vittoria sollevando la loro bandiera gialla nella piazza centrale al Naim tristamente nota come ‘La Piazza delle Esecuzioni’ per essere stata utilizzata dai tagliagola per eliminare quelli che consideravano nemici del loro Islam.
Bilancio -non ufficiale né definitivo, si sottolinea- secondo gli attivisti siriani dell’Osservatorio siriano per i diritti umani: 3.250 persone, tra cui 1.130 civili, sono morte, e, secondo l’Osservatorio, altre centinaia di persone mancano ancora all’appello e potrebbero essere rimasti sepolti vivi nelle loro case bombardate nei raid aerei.

Raqqa è stata la prima città a essere conquistata dall’esercito di Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno 2014, e per tre anni ne è stata la base amministrativa e strategica. Nel giugno 2017 comincia una sanguinosa battaglia di liberazione lunga ed estenuante che ha dimostrato la capacità di resistenza dei combattenti del Califfo nero.
Raqqa, abitata da popolazione principalmente sunnita, è situata nella valle dell’Eufrate ed è snodo delle principali rotte stradali. Si trova a 160 chilometri a Est di Aleppo, non dista molto dal confine con la Turchia e meno di 200 chilometri dal confine iracheno. La costruzione di una diga nei pressi della città di Tabqa, più a ovest, ha permesso a Raqqa di svolgere un ruolo importante per l’economia agricola della zona.
Nel marzo 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti opposti al regime di Bashar Al Assad, due anni dopo la rivolta scattata con la Primavera araba. Gli insorti catturano l’allora governatore e sequestrano il quartier generale dei servizi segreti militari. A inizio del 2014 l’organizzazione jihadista, che nel giugno dello stesso anno sarebbe diventata Isis, prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Nel mese di agosto la provincia di Raqqa entra a fare parte del Califfato del terrore.

L’Isis a Raqqa esegue gran parte delle sue numerose decapitazioni, esecuzioni di massa, crocifissioni, torture, stupri, rapimenti e una vera e propria pulizia etnica. La sharia, la legge islamica, viene imposta attraverso lapidazioni ai danni delle donne accusate di adulterio e morti orribili agli omosessuali. Alcune di queste atrocità vengono riprese e pubblicate online come parte della mastodontica campagna mediatica messa in piedi. Terribile la repressione nei confronti di chi si opponeva al loro dominio. Una dura repressione viene messa in atto anche nei confronti degli alawiti e dei sospetti sostenitori del Presidente Bashar al-Assad.

I primi a iniziare la devastazione di Raqqa, l’80 per cento della quale è oggi ridotto in macerie, sono stati propri i miliziani dell’Is, che hanno fatto saltare in aria le moschee sciite e le chiese cristiane. La chiesa cattolico armena dei Martiri è stata trasformata dall’Is nel quartier generale della sua polizia e in un centro islamico per reclutare nuovi combattenti. I primi a fuggire da Raqqa sono stati i cristiani, che rappresentavano il 10 per cento della popolazione totale.
Nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappargli le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa. Su Raqqa, così, si concentrano le forze anti-ISIS, diviene è bersaglio di attacchi aerei da parte del regime siriano, della Russia e della coalizione internazionale guidato dagli Stati Uniti.

Il 5 novembre 2016, le Forze democratiche siriane lanciano l’offensiva ‘la collera dell’Eufrate’ per cacciare l’Isis con il supporto aereo della coalizione internazionale e strategico sul terreno. Il 10 maggio 2017 i combattenti siriani prondono Tabqa e la sua diga, a 50 chilometri a ovest di Raqqa. Il 6 giugno entrano in quella che era la capitale dello Stato Islamico. Il primo settembre l’alleanza, che aveva già guidato i jihadisti a conquistare oltre il 60% della città, prende il controllo della vecchia città. Il 20 settembre riesce a conquistare il novanta per cento del territorio. Ieri la battaglia finale.
Alla complessa operazione ha lavorato la Coalizione internazionale a guida Usa –sul terreno l’alleanza curdo araba con 30mila combattenti curdi dell’Ypg (le Unità di protezione del popolo curdo) e 20mila arabi, e forze speciali americane, i U.S. Navy SEALs, infiltrate sul territorio– la copertura dal cielo assicurata dall’aviazione USA. Lo scorso giugno gli attivisti hanno denunciato l’uso di bombe al fosforo lanciate sulla città.

Prima di esserlo per lo Stato islamico, Raqqa fu una capitale -vera- durante il califfato Abbaside. Nel 772 il califfo Al Mansur ordinò la costruzione, sul modello di Baghdad, di una città di guarnigione, al-Rafiqa, accanto all’antica Raqqa. Le due città sono state poi unificate. Nel 796 il potente califfo Harun Al Rashid decise di trasferire la capitale degli Abbasidi, che era a Baghdad, a Raqqa, al crocevia tra Bisanzio, Damasco e la Mesopotamia. Avviò grandi opere e dotò la città di imponenti palazzi, moschee e abitazioni. Nel 1258 la città fu devastata dall’invasione dei mongoli.

Con la liberazione di Raqqa lo Stato islamico (Is) ha perso l’87% dei territori di Iraq e Siria che aveva conquistato nel 2014, 93.790 chilometri quadrati di territorio, precisano fonti della coalizione.
Nel 2014, il Califfato aveva otto milioni di iracheni e siriani che vivevano nei suoi territori, beni per circa 2 miliardi di dollari e ricavi annuali di 1,9 miliardi di dollari.

La perdita di Raqqa segna, però, soprattutto, una sconfitta ideale e morale per Daesh, prima ancora che territoriale. Secondo gran parte degli osservatori, con la caduta di Raqqa si suggella la fine dell’entità statutale, la fine delloStato’, ma non certamente la fine del movimento che ha creato lo Stato Islamico, che molto probabilmente si sarà già ‘riprogrammato’ per una guerriglia a lungo termine sia in Siria che in Iraq, e avrà esteso la sua portata d’infiltrazione terroristica globale, con gruppi locali affiliati IS.

Anche nelle Filippine, più o meno nelle stesse ore in cui Raqqa si combatteva l’ultima battaglia, si è registrata una importante vittoria contro il locale Stato Islamico con l’uccisione dei locali leader Isnilon Hapilon e Omarkhayam Maute, e il Governo ha dichiarato la liberazione di Marawi. Ma la preoccupazione, e non di queste ore ma già conclamata nei mesi scorsi, è per l’aumento dell’influenza di IS e la crescita di movimenti paramilitari in tutta l’Asia sud-orientale, e in Indonesia e Thailandia.

Ma c’è altro. Quel che sembra essere una delle eredità più pesanti dello Stato Islamico, e che in qualche modo lo sostiene nella sua capacità di ancora incidere pesantemente, sta nella sua forza ideologica, più ancora che dello Stato Islamico (forza territoriale), dell’Islamic State of Iraq and Syria (ISIS), o forse meglio, dell’Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL). Come sostiene Mohammed Nuruzzaman, professore Associato di Relazioni Internazionali all’Università del Golfo, la scomparsa dell’Is lascia sul campo conflitti interetnici e rivalità apparentemente inossidabili che coinvolgono regioni e poteri diversi. Ma soprattutto la dichiarazione di istituzione del Califfato di al-Baghdadi è un colpo mortale agli accordi politici che risalgono alla prima guerra mondiale.
I confini nazionali attuali in Medio Oriente sono il risultato di un accordo negoziato segretamente tra la Gran Bretagna e la Francia nel maggio 1916, noto come l’accordo Sykes-Picot, il quale ha stabilito le sfere di influenza nel Medio Oriente di Gran Bretagna e Francia. Iraq, Giordania, Siria, Libano, Israele (come ‘patria’ per il popolo ebraico) sono il frutto di quell’Accordo. Il Califfato ha di fatto contestato i confini allora definiti imponendo ilconcettoIraq-Siria, e dunque ridisegnando la mappa di Sykes-Picot, affermando così implicitamente lo sradicamento delle eredità coloniali nella regione ed estendendo al suo posto i confini del Califfato. «Questo tentativo di riscrivere la storia del Medio Oriente può continuare a destabilizzare la regione per gli anni a venire», sostiene Nuruzzaman.

Ideologicamente, l’Islamic State of Iraq and the Levant «ha contestato le rivendicazioni eurocentriche dell’Occidente all’universalismo, in cui i valori occidentali della democrazia, dei diritti umani e della libertà vengono promossi come valori universali applicabili a tutte le società, indipendentemente dalle differenze culturali e razziali», eurocentrismo ben vivo nella testa dell’Occidente -e l’invasione statunitense del 2003 per rimodellare la società irachena sulle linee americane ne è un esempio. L‘ISIL rifiuta il dominio occidentale sul Medio Oriente e ha cercato di promuovere la pretesa alternativa islamica all’universalismo basata sui comandamenti del sacro Corano. Gli eredi del Califfo nero esattamente su questa base ideologica si troveranno a gestire il dopo-Stato Islamico.
«L’eventuale fine dell’ISIL potrebbe ancora significare un Medio Oriente più instabile, almeno nel breve periodo», scrive Nuruzzaman. La società siriana è polarizzata -divisioni tra le potenze straniere presenti sul terreno (USA e Russia in primis) e tra i gruppi ribelli-, e nella regione e sulla regione si muovono interessi contraddittori e conflittuali – quelli dell’Iran, della Turchia, degli Stati Uniti e della Russia in Siria, la competizione Iran-Saudita per il potere e l’influenza in tutto il Medio Oriente-, tensioni che superano il Califfato e che però non ne possono non tenere conto. L’eliminazione dellostato Stato Islamico, lascerà sul terreno l’ideologia ISIL, il che significa il ritorno allo status quo politico e territoriale precedente alla guerra mondiale, ovvero a prima dell‘accordo Sykes-Picot. Tutto ciò tradotto significa che la pace in Medio Oriente è ben lontana dall’intravedersi.

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