lunedì, novembre 20

Raqqa e il futuro dell’area mediorientale Cosa accadrà in Medio Oriente dopo la caduta di Raqqa? Ne parliamo con il professor Massimo Campanini

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 Lo scorso 17 ottobre, Raqqa, la capitale del cosiddetto stato islamico in Siria, è caduta. Dopo che, ad aprile, era già caduta la sua capitale irachena, Mosul, Daesh sembra sempre più prossimo a soccombere. Inoltre, se la presa di Mosul si era rilevata molto difficile a causa del numero di miliziani disposti a morire piuttosto che arrendersi, a Raqqa le cose sono andate in maniera leggermente differente: passata la fase più dura dei combattimenti, molti miliziani hanno preferito arrendersi in massa, segno che la fiducia nel successo del progetto del califfato sta venendo meno.

Se la caduta di Raqqa rappresenta l’inizio della fine di Daesh, non bisogna farsi illusioni su una rapida conclusione della crisi nell’area mediorientale. A combattere gli uomini del califfato in Siria ed Iraq, infatti, è stata una coalizione internazionale che, oltre a vedere coinvolte le truppe delle principali potenze mondiali (primi fra tutti Stati Uniti e Russia), è riuscita ad unire gruppi locali tradizionalmente nemici: curdi, sciiti e sunniti. Il venire meno del nemico comune, ora, rischia di mettere in crisi questa fragile unità, tanto più che ognuno dei vari gruppi che hanno collaborato nella lotta a Daesh ha propri interessi, spesso in contrasto con quegli altri cobelligeranti. La frattura del fronte si è già vista in Iraq dove, dopo la caduta di Mosul, i curdi hanno indetto un referendum per l’indipendenza del Kurdistan. Il referendum è stato considerato illegale dal Governo centrale e, nei giorni scorsi, truppe di Baghdad hanno attaccato la roccaforte curda di Kirkuk.
Ciò che accade nel Kurdistan iracheno sembra premettere ad una serie di conflitti locali che potrebbero scatenarsi ora che la minaccia del califfato sembra sconfitta.

Per approfondire la questione, abbiamo parlato con il professor Massimo Campanini, esperto di Storia dell’Islam e di area mediorientale.

Che cosa ha rappresentato, per Daesh, Raqqa? Quale era il rapporto tra la sua Capitale in Siria e quella in Iraq, Mosul?

Secondo me, bisogna innanzi tutto ricordare quello che è stato fin dall’inizio il progetto di Daesh, che è e ciò che lo differenziava da al-Qaeda, ovvero il radicamento territoriale: al-Qaeda era un’organizzazione che voleva esplicitamente essere trans-nazionale e, quindi, non aveva bisogno di un luogo fisico dove collocarsi; fin da quando è comparso nel 2014, invece, Daesh ha immediatamente cercato una collocazione e un radicamento territoriale. Lo ha trovato, ovviamente, in quella zona ambigua al confine tra la Siria e l’Iraq, appunto la zona di Raqqa e Mosul, che si trovava in una situazione di crisi: in Siria è in corso una guerra civile contro Bashar al-Assad e l’Iraq si trova in una situazione di disgregazione; la zona a cavallo tra i due Stati, Raqqa e Mosul, era particolarmente adatta per installare una forma stanziale di organizzazione politica.
Io ho avuto sempre molte perplessità riguardo all’uso e al tipo di simbologia di Daesh ma, comunque, l’alta Siria, nella tradizione dell’apocalittica e del millenarismo islamico, il luogo dove apparirà l’Anticristo, quindi il luogo dove si giocherà la lotta finale dell’Armageddon: anche a livello simbolico, quindi, questa posizione geografica risultava particolarmente appetibile. C’è questa duplice visione, strategico-politica e potenzialmente simbolica, che ha fatto di questa zona, resa fragile dal fallimento della Primavera Araba in Siria e dalla disgregazione dell’Iraq in quanto Stato unitario, il luogo perfetto per il progetto di Daesh.

Pensa che, dopo la caduta di Mosul, la riconquista di Raqqa segni l’inizio della fine per Daesh?

La domanda mi fa ritornare col pensiero al 2014. Proprio nel momento in cui Daesh emergeva e cominciava la sua, a mio avviso resistibile, ascesa in quei territori, gli studenti dell’Università di Trento organizzarono un’assemblea a cui io venni invitato in quanto insegnante di Storia dell’Islam: erano tutti spaventatissimi, come il resto dell’opinione pubblica d’Europa, del resto. Il succo del discorso che ho fatto agli studenti è stato questo: l’ISIS è una bufala. Con questo intendevo dire che io non sono mai stato convinto che Daesh fosse ciò che ci hanno detto; per questo ho sempre avuto l’impressione che dietro all’ISIS si muovessero interessi e convergenze che non possono essere ricondotte semplicemente all’insorgenza di un movimento terrorista islamico che voleva realizzare uno pseudo-califfato: secondo me, dietro a Daesh, si sono mossi attori mascherati che possono essere stati gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, Israele o il Qatar; si sono mossi degli interessi in cui io ho sempre visto la presenza di venditori di armi, di gruppi petroliferi, insomma, ho sempre visto Daesh come un’entità molto ambigua e completamente diversa da al-Qaeda, nonostante quanto sia stato accreditato dall’opinione comune.

Fatta questa premessa, alla domanda se con la caduta di Raqqa e di Mosul Daesh sia finito, rispondo che Daesh non è mai cominciato, nel senso che Daesh è stato un qualcosa che è stato costruito in maniera artefatta, facendo convogliare ed interagire elementi diversi tra cui ex-ufficiali sbandati dell’Esercito iracheno, elementi qaedisti deviati rispetto alla casa madre, interessi esterni di Arabia Saudita, Qatar o di Israele e degli Stati Uniti, piuttosto che dei venditori di armi o delle ‘Sette Sorelle‘: tutto questo brodo di coltura, opportunamente catalizzato, ha prodotto Daesh.

Il fatto che adesso abbia perduto questa centralità territoriale, che aveva cercato fin dall’inizio, fa sì che Daesh sia finito: ai ragazzi di Trento avevo detto che tra due tre anni da allora Daesh non sarebbe più esistito, ed è esattamente ciò che è accaduto.

Se il discorso significa, invece, che la caduta di Raqqa segnerà la fine del terrorismo, la risposta è naturalmente negativa: il terrorismo continuerà ancora e potrà colpire ancora più indiscriminatamente perché è evidente che quel convergere di fattori che hanno provocato il fenomeno terrorista di Daesh è ancora totalmente operante. Anche se non saranno in grado di riorganizzarsi territorialmente, ci saranno comunque ‘cani sciolti’ o micro-organizzazioni che cercheranno di ramificarsi in giro per il Medio Oriente o di colpire nuovamente in Europa. La caduta del cosiddetto Stato islamico non vuol dire affatto che il terrorismo sia finito, anche perché, se vogliamo ammettere che Daesh fosse veramente ciò che ci hanno detto che fosse, le cause che hanno provocato Daesh, così come le cause che prima avevano provocato al-Qaeda, sono ancora tutte sul terreno: la crisi economica che ha impoverito le classi medie, la disgregazione politica dello Stato in Medio Oriente, la presenza a lungo termine di dittature militari, l’interferenza neo-colonialista dell’Europa e soprattutto degli Stati Uniti (e, se vuole, anche della Russia), la xenofobia e lo scontro di civiltà che pone l’Islam e i non europei al centro di attenzione morbosa; tutti questi fattori sono ancora pienamente operanti. Quindi, Daesh, secondo me, è stato un fenomeno totalmente diverso da al-Qaeda ma, anche ammettendo che fosse un fenomeno consecutivo rispetto ad al-Qaeda, le cause che hanno provocato, ancora prima dell’emergere di al-Qaeda, l’emergere delle formazioni di lotta armata degli anni ’70, ’80 e ’90 del secolo scorso, sono ancora tutte sul terreno. Non c’è alcun dubbio che, dopo la fine di al-Qaeda e Daesh, verrà fuori un terzo soggetto che raccoglierà il testimone del terrorismo.

Secondo alcuni analisti, l’azione del califfato ha segnato la fine degli equilibri creati dopo la Grande Guerra a partire dagli Accordi Sykes-Picot (che sancivano il dominio, politico ma anche ideologico, sull’area da parte delle potenze europee): se la fine del dominio politico era già arrivata con la Decolonizzazione, è possibile che la presenza dello stato islamico, che all’universalismo di stampo liberale europeo sostituisce l’universalismo della religione musulmana, segni la fine del dominio dell’ideologia europea?

Innanzi tutto, agli Accordi Sykes-Picot bisogna aggiungere la Dichiarazione Balfour, perché gli Accordi Sykes-Picot, senza la Dichiarazione Balfour, non volevano dire assolutamente niente: certamente c’è stata una spartizione mandataria del Medio Oriente, ma c’è stata anche la Dichiarazione Balfour che praticamente apre la strada all’immigrazione ebraica in Madio Oriente e quindi alla nascita dello Stato di Israele. La nascita dello Stato di Israele è stata, assieme all’esperienza mandataria, uno dei fattori fondamentali di disgregazione degli equilibri in Medio Oriente.

Partendo da questo presupposto, la mia opinione è che la fine di un certo tipo di equilibri in Medio Oriente è ben precedente a Daesh e ad al-Qaeda: la fine di questi equilibri avviene con la fine del periodo della Decolonizzazione, quindi bisogna risalire agli anni ’70. In ogni caso, la vera data spartiacque è il 2003, ovvero la sciagurata ed insensata guerra contro Saddam Hussein del Presidente George W. Bush: quella è stata la vera idiozia mondiale che ha, di fatto, disgregato quel territorio e quella zona geo-politica e ha provocato l’emergere di correnti che poi non sono state più controllate.

Un elemento ulteriore di disgregazione è stato il fallimento delle Primavere Arabe. La disgregazione della Siria, della Libia (dove si dice che adesso Daesh stia cercando di riconsolidarsi e di riradicarsi), la dissoluzione dello Yemen, la difficoltà che l’Arabia Saudita ha nel tenere sotto controllo tutti i contrasti, hanno avuto quattro date di snodo fondamentali: il 1967, ovvero la fine del periodo della Decolonizzazione con la caduta di Nasser; l’11 settembre 2001, che ha segnato un salto di qualità in questo tipo di lotta internazionalista ammantata di islamismo; il 2003, con la guerra di Bush in Medio Oriente (una delle più grosse idiozie che siano mai state fatte nella Storia Contemporanea); il 2010, con le Primavere Arabe e i loro effetti disastrosi. Certamente Gheddafi, Assad, Mubarak, Ben Ali erano dei dittatori, però erano dei dittatori che stabilizzavano: nel momento in cui queste dittature sono cadute, nel vuoto di potere venuto a crearsi hanno potuto infilarsi, anche sostenute dall’Arabia Saudita (che ha sempre sostenuto al-Nousra), delle correnti e delle organizzazioni che hanno evidentemente peggiorato la situazione e hanno trasformato il Medio Oriente in quello che oggi è veramente un buco nero. La caduta di Raqqa e di Daesh, quindi, non vuol dire assolutamente la soluzione dei problemi del Medio Oriente.

Le cinque Primavere Arabe sono state molto diverse una dall’altra, sia per motivazioni, sia per contestualizzazione, sia per svolgimento, sia per soluzione: quello che è accaduto in Tunisia è completamente diverso da quello che è avvenuto in Egitto, in Siria e così via; a mio avviso, alcune di queste Primavere Arabe, principalmente quella libica, sono state, se non proprio ‘etero-dirette’, comunque diverse da come ci sono state presentate (se non ci fosse stato l’intervento diretto della NATO, dell’Europa e soprattutto della Francia, Gheddafi non sarebbe caduto perché aveva un appoggio tribale e perché la situazione libica). Considerate queste variabili, si può dire che le Primavere Arabe sono fallite perché si è tentato di applicare un tipo di modello che non è congruo (se non attraverso una serie di correzioni e di adattamenti alle situazioni locali): una democrazia mediorientale non può essere identica ad una democrazia europea e non può esserlo perché la Storia è stata diversa, le condizioni sono diverse, le situazioni sociali, politiche ed economiche sono state e sono attualmente diverse.

Questo per quanto riguarda il condizionamento esterno delle Primavere Arabe, il neo-colonialismo dell’Occidente. Se le guardiamo dall’interno, invece, il problema fondamentale è che, anche là dove queste sollevazioni sono state veramente popolari, come in Tunisia e in Egitto (in Siria forse, in Libia no), si è trattato di rivolte spontanee, prive di un retroterra di direzione politica che avrebbe potuto realizzare un’autentica trasformazione istituzionale. Il risultato, infatti, è che la Siria è caduta nella guerra civile, l’Egitto è tornato ad un regime militare peggiore di quello di Mubarak, la Libia e lo Yemen si sono disgregati; la Tunisia è l’unica che sta cercando di uscire dal guado, ma con delle forti tensioni e delle dialettiche politiche interne non facili da risolvere: in tutte queste situazioni, per motivazioni tanto interne quanto esterne, è chiaro che questo tipo di esperienza si è rivelata, non solo fallimentare, ma addirittura peggiorativa e ha aumentato la situazione di disordine e di caos in cui il Medio Oriente già versava per la presenza di queste forze oscure, qaediste o jihadiste che dir si voglia, che già operavano nella zona.

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