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Burundi

Quella maledetta domenica

La dinamica dell’omicidio ricostruita dal giornalista grazie alla testimonianza dello stesso agente segreto

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Domenica 7 settembre 2014 alle tre del pomeriggio presso la parrocchia del quartiere popolare di Kamenge, nella capitale del Burundi, due suore italiane, Lucia Pulici e Olga Raschietti vengono barbaramente trucidate da “sconosciuti” a colpi di machete. Una terza connazionale, suor Bernadetta Boggian troverà  la morte nella stessa parrocchia quasi dieci ore più tardi: tra la notte del 7 e del 8 settembre. Il Governo africano offre le sue condoglianze e promette di fare il possibile per trovare il colpevole. Due  giorni dopo viene arrestato un uomo. Trattasi di un malato mentale senza dimora. Interrogato, confessa subito l’omicidio e il movente: rubare un telefonino.  Viene imprigionato in attesa di processo. Il Console Onorario italiano, Guido Ghirini e l’Ambasciatore Italiano a Kampala, Uganda: Stefano Antonio Dejak, accettano la versione ufficiale fornita e il Ggoverno italiano chiude il caso. Nessuna inchiesta indipendente verrà effettuata. L’ennesimo atto di barbarie in terra africana, questa volta ad opera di un pazzo. Una tragedia imprevedibile quanto casuale. Fine del discorso.

Nel gennaio 2014 il giornalista Bob Rugurika, direttore della più famosa e seguita radio privata del Paese, Radio Publique Africaine trasmette in diretta l’intervista di un ex agente segreto che afferma di aver partecipato al commandos che, su ordine del capo dei servizi segreti Adolphe Nsimirimana, avrebbe giustiziato le tre suore perché erano venute a conoscenza di traffici illeciti e preparativi di genocidio contro i tutsi nel paese orchestrati dal governo del Presidente Pierre Nkurunziza e dal partito CNDD-FDD attualmente al potere. Il 20 gennaio Rugurika viene arrestato a causa dell’intervista trasmessa per radio e attualmente è in attesa di un processo. Rischia 20 anni di galera.  La reazione violentissima del Governo burundese sembra indicare che il giornalista ha toccato un delicatissimo caso destinato a rimanere sepolto.

L’arresto del giornalista burundese ha attirato nuovamente l’attenzione dei media italiani che all’epoca avevano accettato senza porsi dubbi la tesi ufficiale fornita dal Governo burundese. La prima ad effettuare un’ accurata indagine giornalistica è la collega Giusi Baioni con un articolo pubblicato su ‘Il Fatto Quotidiano’. Le minuziose e dettagliate notizie da lei riportate fanno supporre che le fonti siano burundesi ed affidabili, forse le stesse  del giornalista Rugurika. Dinnanzi alle prove emerse ora è dovere del governo italiano di richiedere l’avvio di una indagine internazionale indipendente, anche se tardiva, per appurare la verità sulla morte delle nostre connazionali.

Tanti sono i punti d’ombra su questo plurimo omicidio ma il più evidente è la scelta delle rappresentanze diplomatiche italiane della regione dei Grandi Laghi di accettare la versione ufficiale. Scelta che ha permesso  l’archiviazione del caso da parte delle autorità italiane. Questo nonostante che ben quattro autorevoli giornalisti burundesi tra il settembre e l’ottobre 2014 avessero pubblicato accurate indagini sull’omicidio, con nomi e cognomi.  Tutte le indagini arrivavano alla stessa conclusione: omicidio di Stato. Il più autorevole giornalista che all’epoca si era occupato del caso è Gratien Rukindikiza. In un suo articolo “Le pouvoir burundais a assassinè les trois religiuses” il giornalista descrive nei particolari le dinamiche dell’omicidio assai diverse dalla versione ufficiale accettata dal nostro governo. L’articolo viene pubblicato sul periodico Burndi24 il 06 ottobre 2014.

Di seguito riportiamo la dinamica dell’omicidio ricostruita dal giornalista grazie alla testimonianza dello stesso agente segreto intervistato lo scorso gennaio da ‘Radio Publique Africaine’

«L’operazione è stata preparata nei minimi particolari dai servizi segreti burundesi a Rohero tra la giornata di sabato 6 e la mattinata di domenica 7 settembre 2014. Sono stati  scelti quattro sicari  per compiere l’omicidio con l’ordine di uccidere le tre suore a colpi di machete. Alle tre del pomeriggio di domenica 7 settembre i quattro sicari si sono recati alla parrocchia di Kamenge dove risiedevano le suore italiane. Erano già in possesso di copie delle chiavi dell’appartamento delle suore. Sul luogo hanno trovato due delle tre suore: Olga e Lucia e le hanno uccise a colpi di machete. Dopo il massacro i sicari hanno telefonato al quartiere generale dei servizi segreti informando dell’assenza della terza suora: Bernadetta. L’ordine ricevuto fu di restare sul luogo del delitto e di attenderla. In effetti Bernadetta al momento dell’assassinio delle sue consorelle era all’aeroporto internazionale di Bujumbura. Al suo ritorno trova la parrocchia invasa dagli agenti dei servizi segreti giunti per rendere sicuro il luogo. Qualche ora dopo arriverà anche la polizia. Immediatamente sono iniziate le perquisizioni dell’intero perimetro della parrocchia per assicurarsi che gli aggressori non fossero ancora nascosti all’interno. Le perquisizioni, volute dalla polizia  sono state però compiute dagli agenti dei servizi segreti, che non trovarono traccia degli aggressori. A perquisizione terminata gli agenti assicurarono Bernadette che gli assassini erano fuggiti. Quindi poteva dormire nella parrocchia senza correre rischi. Purtroppo la suora italiana era ignara che gli agenti dei servizi segreti che avevano perquisito il luogo erano al corrente della presenza degli assassini e avevano omesso di catturarli, permettendo loro di rimanere nascosti in attesa di terminare il lavoro affidato. Bernadetta sarà uccisa dopo la mezzanotte. È stato Padre Mario Pulcini a scoprire il cadavere. La notizia dell’uccisione della terza suora ha provocato l’immediata ira della popolazione del quartiere che è giunta in massa alla parrocchia determinata a scovare e a linciare gli aggressori. Secondo la testimonianza ricevuta i quattro sicari non erano ancora riusciti a fuggire dopo l’assassinio di suor Bernadetta causa l’improvviso arrivo della folla inferocita. Gli agenti dei servizi segreti sono immediatamente ritornati e, assieme alla polizia, non hanno iniziato a perquisire il luogo nel tentativo di scovare gli aggressori ed arrestarli ma hanno eretto un cordone di difesa militare per impedire che la folla inferocita entrasse per cercare i sicari. L’ordine di contenere la folla e di non perquisire la parrocchia è stato dato dal Capo dei servizi segreti: il generale Adolphe Nshimirimana. I quattro sicari hanno potuto lasciare la parrocchia circondata dalla folla in quanto indossavano delle divise della polizia fornite dai servizi segreti. La folla determinata a ucciderli se li è visti passare sotto il naso senza rendersene conto».

Questa è la ricostruzione del delitto secondo la testimonianza di uno dei quattro sicari data al giornalista burundese qualche giorno dopo il plurimo omicidio. Le ragioni del “pentimento” di questo sicario rimangono tutt’ora ignote. Probabilmente  il pentimento è stato pianificato dall’alto visto la lotta di potere in atto all’interno del CNDD-FDD. Non tutti i suoi membri approvano i piani di genocidio preparati dal Presidente Nkurunziza e rivelati nel 2014 dalla missione di pace ONU in Burundi. Cosi come non approvano il progetto di creare uno stato etnicamente puro di solo hutu.

Il dissenso non proviene da divergenze ideologiche (tutti i quadri del CNDD-FDD sono fedeli alla politica razziale del Potere Hutu) ma da uno spirito di sopravvivenza politica. Un tentativo di genocidio della minoranza tutsi farebbe scatenare una immediata invasione del paese da parte dei due più potenti eserciti regionali: quelli ugandese e ruandese. Due paesi guidati da presidenti appartenenti all’etnia tutsi: Yoweri Museveni e Paul Kagame. Questo significherebbe la fine dell’attuale regime in Burundi. Vi è da notare che il misterioso agente segreto, probabilmente al sicuro all’estero, a distanza di quattro mesi contatta nuovamente i media burundesi per rilanciare la testimonianza offerta in settembre. Molto probabilmente il suo obiettivo è di catturare nuovamente l’attenzione nazionale ed internazionale su un omicidio di Stato che il Governo burundese era riuscito a far dimenticare anche grazie alla mancata richiesta del Governo Renzi di aprire una indagine indipendente. La scelta del pentito cade sulla più popolare ed ascoltata radio privata burundese.

Il giornalista Gratien Rukindikiza, nel suo articolo del 2014, spiega anche i motivi di questo omicidio di Stato. Gli stessi motivi che sono stati recentemente spiegati dalla giornalista italiana Baioni.

«Il quartiere di Kamenge è il feudo incontrastato del Generale Adolphe Nshimirimana, capo dei servizi segreti burundesi. Egli ha sempre intrattenuto ottimi affari ed amicizia personale con il precedente parroco soprannominato Buyengero ed appartenente alla congregazione belga dei Padri Bianchi. Padre Buyengero ha per lunghi anni amministrato la parrocchia, la comunità Saveriana a cui appartenevano le tre suore uccise, l’ospedale di Kamenge e l’ospedale da loro supportato di Luvungi, in Congo, nella regione di Kibila Ondes. Nel maggio 2014 padre Buyengero si è gravemente ammalato. La malattia lo ha costretto a rimpatriare in Europa. È stato sostituito dal parroco italiano Mario Pulcini. Padre Mario ha iniziato a mettere dell’ordine nella parrocchia interrompendo gli affari intrattenuti dal suo predecessore con il Generale Nshimirimana. Come primo atto ha impedito che il generale importasse importanti quantità di medicinali facendole passare come approvvigionamenti sanitari dell’ospedale di Kamenge in quanto la parrocchia gode di esonero doganale per le importazioni umanitarie. Un atto mal digerito dal ex criminale di guerra che avrebbe giurato vendetta. Il secondo affronto al Generale e al Governo è stato il rifiuto di Padre Mario e delle tre suore italiane di curare i miliziani Imbonerakure che si recavano presso le strutture sanitarie gestite dai Saveriani in caso di malattia per ricevere gratuitamente cure di ottima qualità. Un privilegio assicurato dal precedente parroco. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una denuncia fatta da suora Bernadetta al ritorno di un suo viaggio da Bukavu, il capoluogo della provincia del Sud Kivu, Congo. Suor Bernadetta aveva visitato l’ospedale di Luvungi dove vengono curate le milizie Imbonerakure e quelle delle FDLR. Si era opposta alla pratica della direzione ospedaliera ordinando di non curare più questi miliziani che stavano preparando cose orribili per il Burundi e il Rwanda. La notizia della presa di posizione di suor Bernadetta è giunta immediatamente al Generale  Nshimirimana. Il terzo affronto è stato intollerabile e il criminale di guerra ha decretato la morte delle suore. Quando Bernadetta è ritornata a Kamenge la sua sorte e quella delle sue consorelle era stata già segnata».

Le Imbonerakure e le FDLR sono milizie genocidarie, le prime burundesi e le seconde ruandesi. Gli Imbonerakure sono state create dal presidente burundese Nkurunziza per attuare il genocidio dei tutsi che attualmente è in fase di pianificazione. In attesa della soluzione finale le Imbonerakure vengono usate dal governo per eseguire esecuzioni extra-giudiziarie di oppositori politici e massacri in villaggi “ostili” al CNDD-FDD. Le FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda) è un gruppo armato formato nel 1996  dalle milizie che compirono il genocidio in Rwanda nel 1994 Da vent’anni queste milizie sono rifugiate nel vicino Congo, protette dal governo del presidente Joseph Kabila. Dal 2013 si stanno riarmando per invadere il Rwanda e terminare la soluzione finale contro i tutsi.

Le spiegazioni delle cause dell’omicidio delle tre sorelle offertaci da Gratien Rukindikiza sembrano rivelare una profonda divisione all’interno della Chiesa Cattolica in Burundi. Da anni è noto che vari preti cattolici occidentali simpatizzano con la supremazia hutu, pur sapendo dei preparativi di genocidio e nutrono un odio atavico contro la minoranza tutsi. La maggioranza di questi preti è belga o italiana. Ha un’età compresa tra i sessanta e i settant’anni ed è sparsa tra il Burundi e l’est del Congo. Appartengono alla generazione di preti militanti di destra del post colonialismo che sposarono la causa della rivoluzione hutu del 1957 ideata dal Vaticano e dai Padri Bianchi. Per fortuna questa frangia estremistica rappresenta ai giorni nostri una minoranza all’interno della Chiesa Cattolica concentrata ora sulla convivenza delle due razze e sulla pace regionale. Questa lotta tra estremisti e rinnovatori all’interno della Chiesa della regione dei Grandi Laghi potrebbe essere forse stato uno dei motivi indiretti della morte delle tre suore italiane. Padre Mario ha interrotto accordi e connivenze precedentemente create da uno di questi preti filo hutu generando l’ira del Capo dei servizi segreti secondo i giornalisti burundesi. Bernadetta ha scoperto cosa il governo sta preparando in collaborazione con i terroristi ruandesi che ora sono accampati in campi militari nel nord del Burundi, ai confini con il Rwanda. Due ragioni più che sufficienti per ordinare l’orrendo massacro.

Questo potrebbe spiegare l’imbarazzante silenzio del Vaticano, compreso quello di Papa Francesco, nonostante che il nuovo corso da lui imposto proibisca ogni supporto a ideologie razziali nella regione. Un silenzio osservato fin dall’inizio anche dai Saveriani. In  alcune dichiarazioni rilasciate dai religiosi presenti in Burundi ai media italiani subito dopo il fatto di sangue si intravvede la volontà di non evidenziare le problematiche esistenti all’interno della Chiesa Cattolica in Burundi. Fu solo Padre Claudio Marano, fondatore e responsabile del Centro della Gioventù di Kamenge ad insinuare dubbi in una intervista rilasciata a Rainews.it. «Avere bianchi nei quartieri poveri non è un piacere per chi vuole controllare il territorio» afferma Padre Claudio senza fornire spiegazioni alla sibillina frase. Dopo queste dichiarazioni è caduto il silenzio stampa da parte dei Saveriani. Un silenzio giustificato secondo informazioni pervenuteci da abitanti del quartiere di Kamenge. La comunità dei Saveriani sarebbe tutt’ora vittima di minacce da parte del governo burundese e il rischio di altri omicidi di religiosi italiani sarebbe altissimo qualora si rilasciassero commenti sull’avvenuto fatto di sangue. Questo presuppone che i Saveriani in Burundi conoscono la verità ma sono costretti a tacere?

Rimane un mistero come il Governo italiano non abbia preso in seria considerazione le indagini pubblicate da giornalisti professionisti tra il settembre e l’ottobre del 2004, accettando invece la traballante versione ufficiale di un regime recentemente condannato dalle Nazioni Unite per mancanza di democrazia e non rispetto dei diritti umani. Eppure il Console Onorario, Guido Ghirini, è un imprenditore italiano che vive da vent’anni nella regione (prima in Congo e poi in Burundi) e famoso per la sua approfondita conoscenza delle complicate dinamiche regionali.

Scopriamo che non è la prima volta che si ignora le indagini giornalistiche pubblicate dai media burundesi. Nel novembre 2011 le nostre rappresentanze diplomatiche della regione ignorarono un’altra accurata indagine (compiuta sempre da Gratien Rukindikiza) sulla morte del volontario italiano Francesco Bazzani e della suora croata Kujrecija Manic. Il giornalista burundese dimostrò che il connazionale e la suora furono assassinati dalla polizia burundese per ordine di un deputato del CNDD-FDD: Jean Baptiste Nzigamasabo detto “Gihahecompagno d’armi del Generale Adolphe Nsimirimana durante la guerra civile burundese. Anche in quel caso il Consolato italiano in Burundi e l’Ambasciata Italiana a Kampala accettarono la versione ufficiale fornita dal governo burundese: una rapina fatta da balordi finita male. Il caso fu archiviato senza richiesta di una indagine indipendente da parte del governo italiano.

Gratien Rukindikiza non è mai stato arrestato dal governo burundese nonostante le sue indagini sui due omicidi di connazionali italiani (2011 e 2014) in quanto vive all’estero. Stesso dicasi per gli altri suoi quattro colleghi tutti appartenenti alla diaspora burundese sparsa in Europa, Stati Uniti e Canada. Purtroppo il collega Bob Rugurika porta avanti la sua coraggiosa denuncia del regime razziale al potere vivendo in Burundi. È amaro constatare che ora Rugurika sta pagando con la prigionia il suo amore per la verità che lo ha portato a svelare l’omicidio di Stato di tre nostre connazionali che sembrano state dimenticate da tempo dal nostro governo.

L’omicidio delle tre connazionali non è un semplice fatto di cronaca nera avvenuto in un lontano paese africano. È ormai lampante che si tratta di una faccenda più complessa. Gli indizi sono troppi per essere ignorati. La feroce reazione del governo burundese contro il direttore di Radio Publique Africaine, che rischia 20 anni di carcere. La reticenza  di vari giornalisti occidentali (italiani compresi) che vivono nella regione di scrivere sugli avvenimenti per paura di gravi ritorsioni. Il silenzio inspiegabile delle nostre rappresentanze diplomatiche che si ostinano ad ignorare indagini giornalistiche riguardanti orribili fatti di sangue avvenuti a distanza di tre anni dove quattro nostri connazionali sono stati barbaramente uccisi. Il clima di terrore che si respira tra la comunità dei Saveriani in Burundi e la prudenza adottata dal Vaticano. E sullo sfondo il rischio di un genocidio in Burundi e di una invasione del Rwanda. Cioè nuove guerre maledette nella martoriata regione dei Grandi Laghi come se la tragedia del Congo non bastasse: 6 milioni di morti per coltan, oro e diamanti. Una guerra che dura da vent’anni e che noi alimentiamo inconsapevolmente ogni volta che compriamo un telefonino, una fede nuziale o un anello prezioso.

Nel novembre 2014 il Generle Adolphe Nshimirimana è stato destituito dalla sua carica sotto pressione dei governi di Uganda, Rwanda e Stati Uniti a causa della sua politica criminale. Il Generale è sospettato di aver ordinato nel 2014 l’omicidio di almeno ottanta oppositori politici e massacri compiuti dalle milizie Imbonerakure in vari villaggi all’interno del paese. Secondo fonti interne al CNDD-FDD la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbe proprio l’ordine di trucidare le tre suore italiane. Sul sito dell’Ambasciata d’Italia a Kampala, Uganda (che copre anche il Burundi e il Rwanda) il nome di Guido Ghirini come Console Onorario è stato sostituito con il nome del Dr. Antonio Zivieri, preceduto dalla dicitura: “Corrispondente Consolare Bujumbura (Burundi)”. Che fine ha fatto il Console Onorario?

Per dissipare dubbi e illazioni la redazione de ‘L’Indro’ ha inviato all’Ambasciatore Dejak e al Consolato Italiano in Burundi un’intervista. La speranza è che le nostre autorità diplomatiche della regione rompano il silenzio e facciano luce sul fatto di sangue.

La redazione de ‘L’Indro’ invita a partecipare alla petizione promossa dalla rivista burundese Iwaku per la liberazione di Bob Rugurika cosi come alla petizione promossa a suo favore da Amnesty International sezione USA.

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10 commenti su “Quella maledetta domenica”

  1. Fulvio Beltrami scrive:

    Si precisa che la dinamica del triplice omicidio e’ stata ricostruita non dal sottoscritto ma dal giornalista burundese Gratien Rukindikiza il 08 settembre 2014 a seguito di una confessione ricevuta dallo stesso agente segreto che lo scorso gennaio si fece intervistare da Bob Rugurika, direttore della più famosa e seguita radio privata del Paese, Radio Publique Africaine. Il sottoscritto si e’ limitato a riportare l’indagine del college burundese. La veridicita’ della notizia e’ di unica responsabilita’ del giornalista burundese e dei quotidiani che all’epoca la pubblicarono. Il sottoscritto e L’Indro si sono limitati a riportare testualmente l’indagine aprendo cosi’ un dibattito, in attesa di risposte e delucidazioni che speriamo giungano dall’Ambasciata Italiana a Kampala.

    Fulvio Beltrami

  2. Flavio Bassi scrive:

    SONO SOLIDALE. RINGRAZIO E APPREZZO L’INDRO PER LA VERDICITA’ DELLE INFORMAZIONI. RINGRAZIO L’AMICO FULVIO BELTRAMI,GIORNALISTA DI RAZZA, UOMO “D’ONORE”. IO SONO CON BOB RIGURIKA E PER UN BURUNDI LIBERO!!

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