lunedì, novembre 20

Quella Cina vecchia, prima che ricca Intervista a Patrizia Farina, demografa e docente presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca di Milano

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Ageing Society è il termine anglosassone che designa l’invecchiamento demografico di una società. L’età media di un Paese può aumentare in base a molteplici fattori, primo fra tutti la diminuzione della natalità, legata certamente alla scarsa fecondità degli ultimi decenni.

Siamo ormai lontani dal Baby boom del dopoguerra e, ad oggi, l’Unione Europea conta un numero di 1.5 figli per donna, dato decisamente inferiore al 2,1 necessario a stabilizzare idealmente la popolazione in assenza di migrazione. L’Africa risulta essere il continente più giovane e secondo le previsioni, lo rimarrà a lungo, al contrario, il fenomeno interessa maggiormente l’Europa e l’Asia.

Sussiste la convinzione che gli asiatici siano tanti, che si moltiplichino a dismisura e che, per conseguenza, non possano essere contenuti nel pur vasto spazio del loro territorio. L’argomentazione per confutare quel pregiudizio trova armi proprio nelle considerazioni demografiche.

Uno dei Paesi che maggiormente si ritrova a fronteggiare questa crisi demografica è la Cina, dove il problema recentemente è diventato uno dei punti chiave dell’agenda del Governo. Stessa agenda che fino a circa 20 anni fa fronteggiava la problematica del sovrappopolamento. Secondo gli esperti, infatti, la popolazione del Paese sarebbe arrivata a 1,7 miliardi, se non fossero state attuate misure ad hoc, volte ad arginare il pericolo.

Nel 1979, infatti, il Governo cinese ha lanciato la One Child Policy, misura volta al controllo delle nascite, nell’ambito della pianificazione familiare, che non permetteva la procreazione di più di un figlio per famiglia. Questa riforma, al di là dei confini cinesi, ha suscitato pareri contrastanti, perché la sua applicazione ha spesso generato ripetuti abusi dei diritti umani. Nel lungo periodo, la politica si è dimostrata negativa a livello economico e sociale, portando a due nuove problematiche: la carenza demografica e l’invecchiamento della popolazione. L’insieme di queste componenti ha fatto sì che il 1 Gennaio 2016 la politica di un solo figlio venisse abolita dal Governo cinese.

Da allora qualcosa in Cina è iniziato a cambiare. Pian piano il problema demografico inizia ad essere sotto controllo. Ma quali sono le conseguenze che dopo quasi 40 anni la politica del figlio unico ha podi pianificazione politica, il Paese continua a trascinarsi dietro? Quale il punto nevralgico, le circostanze, il contesto socio-culturale, che hanno favorito il generarsi della situazione attuale? Quali le prospettive future?

Per rispondere a queste domande, abbiamo intervistato Patrizia Farina, demografa e docente presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca di Milano. Autrice del libro:La rivoluzione silenziosa. Evoluzione demografica e tendenze future del continente asiatico’.

 

Qual è, secondo lei, la causa primaria del problema dell’invecchiamento della Cina?

Non è tanto il fatto che le condizioni di salute migliorino, cosa che è successa in Cina, è il fatto che vengano a mancare i bambini. Ciò che incide sull’invecchiamento della popolazione è la riduzione delle nascite. Se la popolazione dei bambini fosse più numerosa, avremmo una proporzione più equilibrata tra over ed under 65.

Anche nel suo libro ’La rivoluzione silenziosa. Evoluzione demografica e tendenze future del continente asiatico’, parla della politica del figlio unico. Quanto, questa, ha influito sul problema demografico?

La politica del figlio unico ha influito in modo radicale sulla condizione demografica del paese. Ad ogni generazione a partire dagli anni 80 è stato chiesto di riprodursi con un solo figlio, questo ha prodotto gravi effetti collaterali. L’invecchiamento è determinato dalla riduzione delle nascite, non diversamente che in Italia, ed in più l’invecchiamento cinese è stato forzato ed è più grave perché c’è stata l’imposizione dell’avere un solo figlio. C’è un famoso demografo cinese che già ha negli anni 90-95, vedendo il profilarsi dell’invecchiamento cinese, disse: ‘La Cina sarà il primo Paese al mondo a diventare vecchia prima di diventare ricca’.

È possibile collegare quest’affermazione al fatto che la Cina stia invecchiando in una fase iniziale del suo sviluppo? A differenza, ad esempio, dei Paesi occidentali.

Non possiamo più dire che la Cina rientri nella lista dei Paesi poveri, ad oggi è in fase di transizione. Certo che se la guardiamo rispetto all’Italia, alla Svezia, alla Germania, agli Stati Uniti, lo è di sicuro. Bisogna dire, però, che la Cina, rispetto agli altri paesi con sviluppo economico avanzato, non ha un proprio sistema di Welfare, quindi i problemi dell’invecchiamento della popolazione, che portano alla riduzione delle risorse, sono problemi che sussistono in misura relativa sul territorio cinese. Per esempio, in Italia l’invecchiamento sta generando costi eccessivi sulla porzione di popolazione attiva, dunque si discute sul fatto di far lavorare fino a chissà quale età gli uomini e le donne. In Cina, questo tema non è ancora all’ordine del giorno, perché il Welfare e l’assicurazione del Welfare sull’età pensionabile riguarda una parte molto piccola della popolazione cinese. La parte più rilevante è invece quella delle grandi imprese, quella delle imprese statali, quella delle imprese internazionali, quella di alcune imprese pubbliche, ma non quella di tutte le imprese. Per esempio, la pensione non è un dispositivo che viene attivato per tutti gli abitanti cinesi, ma solo per una minoranza. Quindi non possiamo fare un confronto fra paesi a sviluppo economico avanzato e la Cina sul fatto che il Governo abbia programmato di alzare l’età pensionabile. Può darsi che lo farà, ma nel 20 %delle aziende dove le persone vanno in pensione davvero.

Cos’è cambiato dopo l’abolizione della One Child Policy? E quali sono le prospettive future?

L’idea è: abbandoniamo la one child policy perché abbiamo bisogno di ripopolare le nuove generazioni. Se la popolazione oggi in età adulta, diventerà vecchia, ed è una cosa che succederà perché la vita media dei cinesi è ormai intorno ai 74 anni, il sistema economico vacillerà. Per far fronte a questo è stata attivata una politica, dal Gennaio dell’anno scorso, con la quale si esortano le coppie che non hanno figli a farne si consente in quasi la totalità dei casi di averne due. La funzione è di natura strumentale e gli effetti positivi di questo si vedranno solo almeno fra 20-25 anni. Quindi, è una prospettiva che stanno sposando i cinesi, cioè quella di ritornare ad avere una situazione equilibrata, molto diversa da quella attuale. Però, la realtà è che oggi nessun individuo in Cina riesce ad essere costretto a fare un figlio, lo fa solo se lo desidera. Quindi, questo boom di nascite tanto atteso, non è arrivato, e non sta arrivando. Gli statisti, seppur non ancora tanto convinti dai primi studi, affermano non tutte le coppie hanno sfruttato quest’occasione.

Ad oggi quanto è presente il problema di genere sul territorio cinese? Si può parlare ancora di ’scomparsa delle bambine’?

L’indicatore che ci dice se esiste un aborto selettivo è ancora alto, ma si sta riducendo. Quindi la buona notizia è che sta diminuendo, quella cattiva è che lo sta facendo molto lentamente. Il governo cinese si è profuso nel cercare di contrastare la scomparsa delle bambine, che è avvenuta in modo consistente negli anni 90 e anche nel decennio successivo. Quando si mette in campo questa dinamica, che è stata comune all’India, alla Corea del Sud, e che è un fenomeno crescente nell’estremo est europeo, devono sussistere tre condizioni: ci deve essere la possibilità di accertare il sesso del bambino che sta in pancia. Bisogna che se ne desiderino pochi, perché sé se ne desiderano tanti si va avanti finché non arriva il famoso maschio. E poi che ci sia un ambiente culturale sfavorevole alle donne. Questo in Cina c’è stato a lungo, ma oggi la posizione delle donne è cambiata, il gap si è ridotto e anche i nuovi genitori apprezzano a volte, molto di più avere una bambina che un bambino. Questo è avvenuto soprattutto tra la popolazione più scolarizzata e nelle aree urbane. La fascia media sta crescendo, ed è questo il motivo per cui il rapporto tra sessi alla nascita, che definisce appunto l’abortività selettiva, si sta riducendo. Certo è che, anche oggi, come sempre per i fenomeni demografici, la Cina attraversa un periodo difficile. Attualmente si stima che ci siano almeno 20 milioni di giovani uomini che non troveranno una partner. Sono cresciuti circa 20 milioni di uomini in più, di quante non siano state le bambine, e per questa ragione oggi sul ‘mercato matrimoniale’, come viene chiamato, ci sono molto meno ragazze.

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