venerdì, settembre 22

Qatar: riprendono i rapporti diplomatici con l’Iran

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È stata annunciata poche ore fa da parte del Ministro degli Esteri del Qatar,  Sheikh Mohammad bin Abdelrahman Al-Thani, la ripresa dei rapporti diplomatici con l’ Iran e l’imminente ritorno dell’ambasciatore a Teheran. Questo avviene a più di un anno da quando il Qatar aveva richiamato il proprio ambasciatore, precisamente nel gennaio del 2016, dopo che l’ambasciata dell’Arabia Saudita a Teheran era stata attaccata e dopo l’ esecuzione da parte di Riad di 47 persone sospettate di terrorismo, tra cui l’imam sciita Nimr al Nimr.

Evento, quest’ultimo, che scatenò immediate reazioni da parte del mondo sciita, con manifestazioni di piazza che culminarono con l’ assalto dell’ ambasciata saudita nella capitale iraniana. Anche all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, aumentarono le tensioni che portarono alla decisione da parte dei Paesi sunniti (e quindi anche il Qatar) di interrompere i rapporti con l’Iran.

Il riavvio delle relazioni è stata oggetto di una telefonata del Ministro degli Esteri del Qatar,  Sheikh Mohammad bin Abdelrahman Al-Thani con l’omologo iraniano Mohammad Javad Zarif, con il quale è stata ribadita la sintonia sulle diverse questioni che coinvolgono il Medioriente e non solo.

Il tutto accade, però, a più di due mesi dalla frattura diplomatica tra il blocco saudita (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Bahrain) e il Qatar. La rottura sarebbe motivata dall’ accusa rivolta all’ Emirato di sostenere e proteggere «numerosi gruppi terroristici che minano a destabilizzare la regione, come i Fratelli musulmani, l’Isis e al Qaida» e di  diffondere «tramite i suoi media la visione e i progetti di questi gruppi, le attività di gruppi appoggiati dall’Iran nella regione saudita di Qatif e in Bahrain», destabilizzando, in questo modo, l’intera area mediorientale. Alla linea dei quattro hanno aderito finora anche Senegal,Mauritania, Maldive, Eritrea, l’esecutivo libico non riconosciuto di Al Baida e il governo yemenita del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi mentre Ciad, Gibuti, Giordania, Niger hanno solo declassato le proprie rappresentanze diplomatiche.

Il 22 giugno i quattro Stati hanno lanciato, tramite la mediazione del Kuwait, un ultimatum, composto da 13 richieste che, qualora fossero state accettate, avrebbero consentito una risoluzione della crisi e la normalizzazione dei rapporti all’ Emirato retto da Tamin bin Hamad Al-Thani.

Tra queste richieste, vi era la chiusura della tv emiratina Al Jazeera, uno dei network più seguiti nei Paesi arabi; la rinuncia alla protezione militare della Turchia che, in virtù di un accordo siglato con il Qatar nel 2014 , può far conto su una base, a pochi chilometri dalla capitale e si è detta pronta a schierare un contingente; il blocco di qualsiasi legame, anche di natura finanziaria, con la Fratellanza Musulmana e con le organizzazioni terroristiche, argomento, quest’ ultimo, sempre confutato dall’ Emiro; l’ interruzione dei rapporti con il nemico giurato dell’ Arabia Saudita, ossia l’ Iran, con il quale il piccolo Stato del Golfo intrattiene una relazione economica basata sul condiviso interesse del gas.

Le richieste, definite dal Qatar «inaccettabili», hanno portato ad una risposta negativa all’ ultimatum che era stato fissato per lunedì 3 luglio. La motivazione del diniego, secondo il  Ministro degli Esteri qatarino, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, consisteva nel fatto che  «sono richieste contrarie alla sovranità del nostro Paese, che vanno contro la libertà di espressione e che impongono un sistema che va contro il Qatar. I conflitti vanno negoziati. Il Qatar  non ha problemi a discutere le richieste, ma deve essere su basi chiare e ad una condizione: la nostra sovranità deve essere intaccabile. Non temiamo rappresaglie militari al rifiuto di tali richieste».

Vani sono stati, almeno fino ad ora, i tentativi di mediazione da parte degli Stati Uniti, sia del Presidente Trump che del Segretario di Stato Tillerson, impegnato, proprio poche settimane fa, in un tour nei diversi Paesi del Golfo per risolvere la crisi e quelli da parte delle cancellerie europee. Peraltro la questione qatarina non lascia indifferente gli Stati Uniti in quanto sul territorio emiratino sorge una delle più importanti basi militari americane Centcom e il Qatar è uno dei maggiori produttori di gas naturale liquefatto (lng). Quest’ ultima circostanza, qualora il Qatar aumentasse la sua capacità produttiva, ostacolerebbe il progetto di Trump di fare dell’ America uno dei massimi esportatori al mondo dello stesso prodotto.

Ma è proprio il gas e quindi l’ economia ad avere tenuto uniti il Qatar e l’ Iran. Il piccolo stato produce più di 77 milioni di tonnellate di lng all’ anno. ll Qatar ha diversi giacimenti di gas all’interno delle sue acque territoriali. Nell’aprile del 2017, l’ Emirato ha annunciato che avrebbe aumentato la produzione nel più grande giacimento di gas al mondo, “North Dome”, che si trova, come si vede in questa mappa realizzata dal network Al Jazeera, di fronte alla costa settentrionale dello Stato del Golfo. “South Pars” è la parte di giacimento che il Qatar condivide con l’ Iran e che si trova nell’ offshore della Repubblica Islamica.

Dopo la chiusura dei confini terrestri dall’ Arabia Saudita e l’ interdizione dello spazio aereo dei Paesi del blocco sunnita, il Qatar ha dunque trovato l’ appoggio dell’ Iran. A seguito dell’ annuncio dell’ accordo tra sciiti e sunniti sull’ Haji nel luglio scorso, un segnale di distensione risale alla settimana scorsa la notizia della concessione da parte della Monarchia saudita ai pellegrini qatarini di partecipare al pellegrinaggio a spese del re. Ieri il proclama da parte Ministro degli Esteri qatarino della ripresa dei rapporti bilaterali con l’ Iran, l’ opposto di quanto richiesto dai paesi del blocco sunnita. La crisi diplomatica iniziata a giugno scorso è ancora lontana dalla sua risoluzione?

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