lunedì, novembre 20

Pyeongchang 2018: Olimpiadi invernali tra venti di guerra e boicottaggi Con l’accensione della torcia olimpica, è ufficialmente partito il countdown che ci porterà, tra meno di 100 giorni, all'evento. E tanti sono i dubbi

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Con l’accensione della torcia olimpica, è ufficialmente partito il countdown che ci porterà, tra meno di 100 giorni, all’accensione del braciere olimpico di Pyeongchang, la località sudcoreana che ospiterà per l’appunto i XXIII Giochi Olimpici Invernali e che dal 9 al 25 febbraio sarà il fulcro dello sport mondiale.

Ne è passata di acqua sotto ai ponti da quando, nel luglio 2011, il mondo intero si accorse dell’esistenza di questa cittadina della Corea del Sud che sbaragliò letteralmente la concorrenza della tedesca Monaco di Baviera e della francese Annecy, assicurandosi, alla prima votazione, le Olimpiadi 2018 dopo aver fallito quelle del 2010 e 2014. Furono tanti coloro che inizialmente rimasero sbigottiti dall’assegnazione, confondendone il nome con la capitale della Corea del Nord, PyongYang. Situata a 700 metri di altitudine, Pyeongchang si trova a circa 180 chilometri a Est di Seul, capitale del paese asiatico e unica località coreana ad aver ospitato, fino a questo momento, un’edizione dei Giochi Olimpici, quella del 1988. Sono invece soltanto 70 i chilometri che la separano dal 38° parallelo, il confine tra le due Coree, la frontiera più militarizzata del pianeta.

Le cronache degli ultimi mesi riguardanti il comportamento della Repubblica Popolare Democratica di Corea (nome ufficiale del Nord) stanno mettendo in crisi il tranquillo e regolare svolgimento dei prossimi Giochi. La tensione causata dai ripetuti test missilistici e nucleari del dittatore nordcoreano Kim Jong-un aumentano le preoccupazioni dei vari stati e delle relative delegazioni olimpiche che dovranno recarsi nel Paese asiatico per dar vita a quello spirito decoubertiniano che si rinnova dal lontano 1896. 

Le Olimpiadi, di certo, sarebbero una grande occasione di distensione tra i due Paesi, divisi ormai da oltre 70 anni e che potrebbero sfruttare il potere diplomatico dell’evento sportivo più importante al mondo per alleggerire la tensione. «È una grande opportunità per la Corea del Nord», ha dichiarato il Primo Ministro sudcoreano Lee Nak-yeon, «Possono dimostrare di non essere ‘portatori di ansia’. Abbiamo aperto il dialogo a una loro partecipazione». Parole rimaste finora del tutto inascoltate. La Repubblica di Corea (il Sud, per intenderci) aveva addirittura provato a portare la Torcia Olimpica a Pyongyang o, in alternativa, sul Monte Kumkang, poco oltre il confine. Entrambe le idee sono state bocciate sul nascere. Servivano infatti troppi accordi e, ad oggi, non si sa nemmeno se la Corea del Nord manderà i propri rappresentanti ai Giochi. L’impressione generale è quella di aver perso un’altra occasione.

Poche settimane fa, sia la Francia che la Germania non hanno escluso l’ipotesi di una loro assenza ai Giochi se la situazione dovesse peggiorare; a queste si è aggiunta l’Austria, vera e propria potenza degli sport invernali, e la vendita dei biglietti procede a rilento con pochissimi tagliandi venduti ad oggi.

Lo scorso 13 settembre, aprendo la sessione del Comitato Olimpico a Lima, il presidente del CIO, Thomas Bach, ci ha tenuto a rassicurare tutti, affermando che i Giochi si faranno e saranno sicuri. «Non c’è nessuna minaccia», ha detto Bach, aggiungendo che gli atleti nordcoreani saranno i benvenuti. Ecco, proprio sulla partecipazione degli atleti del Nord della penisola coreana si è aperta una discussione dopo che la coppia del pattinaggio artistico formata dalla 18enne Ryom Tae Ok e dal 25enne Kim Ju Sik ha staccato il pass per le Olimpiadi, finora unici nordcoreani ad averlo fatto. Dunque, il regime di Kim Jong-un è adesso chiamato a prendere una decisione in merito. Nel 1988 la Corea del Nord di Kim Il-sung boicottò i giochi di Seul dopo aver visto bocciata la propria proposta di organizzare la XXIV Olimpiade estiva in coabitazione con i ‘cugini’ sudcoreani. Adesso i motivi di possibile boicottaggio sono altri, più seri, e tutti si chiedono cosa farà il 33enne nipote di Kim Il-sung.

Da sempre, la federazione della Nord Corea sostiene i propri atleti cercando di sfruttare lo sport come mezzo di propaganda del regime dittatoriale; prendere parte ai Giochi è importante per ogni nazione, costituisce un importante biglietto da visita per un Paese e gli eventuali successi sportivi diventano simboli di uno Stato affidabile e funzionante. Kim e i suoi uomini lo sanno molto bene e queste considerazioni vanno a favore della presenza degli atleti del nord ai Giochi del sud, ma è pur vero che una partecipazione alle Olimpiadi presuppone un’esposizione mediatica a livello mondiale e ciò si contrappone alla natura del regime dei Kim che predilige l’isolamento.

Come già visto, un eventuale boicottaggio non sarebbe una novità nel panorama olimpico; oltre alla  citata rinuncia della Nord Corea a Seul ’88, in epoca moderna si contano almeno altri tre casi, datati 1976, 1980 e 1984.

Nel ’76 tutte le Nazioni africane, eccezion fatta per Senegal e Costa D’Avorio, rinunciarono alle Olimpiadi di Montreal in segno di protesta per un mancato provvedimento preso nei confronti della spedizione neozelandese. Motivo? La nazionale di Rugby del Paese oceanico, i famosi ‘All Blacks‘, organizzò un tour in Sudafrica a pochi mesi dall’evento canadese. Sudafrica che era stato escluso dal movimento olimpico nel 1964 a causa delle leggi razziali.

A Mosca ’80 furono gli Stati Uniti, insieme ad una sessantina di altri stati, a dire no alle Olimpiadi russe. Boicottaggio chiaramente figlio della Guerra Fredda. Unione Sovietica che rispose con la stessa moneta in occasione di Los Angeles 1984, a cui non parteciparono tutte le nazioni del blocco sovietico, ad esclusione di Jugoslavia, Romania e Cina.

La qualificazione di Ryom Tae-ok e Kim Ju-sik, coppia che si esibisce sulle note dello ‘Schiaccianoci’ di Tchaikovsky e di ‘A Day in the life’ dei Beatles, ha reso felice il presidente della Sud Corea, Moon Chae-in, che ha porto subito la mano ai cugini del nord, incoraggiando il CIO a favorire la partecipazione dei due sportivi provenienti dalla Corea del Nord. Gli atleti di mezzo mondo si sono espressi favorevolmente sulla presenza dei due pattinatori artistici, sperando, in questo modo, di allontanare ogni tipo di minaccia proveniente dagli arsenali di Kim Jong-un.

Dal canto suo, la guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea non si è ancora espressa riguardo alla vicenda, ma la speranza è quella di vedere sventolare anche la bandiera della Nord Corea alla cerimonia d’apertura del 9 febbraio prossimo, fiduciosi che il linguaggio universale dello sport renda possibile quello che appare impossibile e che la tanto agognata Tregua Olimpica porti a quella interazione che fa tanto bene alle relazioni internazionali.

E l’Italia? Dopo un’iniziale perplessità, con tanto di dichiarazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò, che ha più volte rimarcato il proprio sostegno alla teoria secondo la quale passano troppi anni (sette per l’esattezza) dal momento dell’aggiudicazione dei Giochi al momento in cui si svolgono, anni che diventano addirittura 11 se si considera anche la candidatura; le parole di Bach sembrerebbero aver rincuorato l’intero team azzurro che adesso guarda con fiducia verso Oriente. Sarà la 27enne Arianna Fontana la portabandiera della spedizione italiana. Sin qui sono cinque le medaglie olimpiche nel carniere dell’atleta valtellinese specialista dello Short Track, una d’argento e quattro di bronzo, la prima delle quali conquistate nel 2006 a Torino, a soli 16 anni. Fontana sarà la punta di una squadra italiana profondamente rinnovata rispetto al passato, basti pensare che se Giuliano Razzoli mancherà la qualificazione ci presenteremo a Pyeongchang senza olimpionici. L’obiettivo è quello di migliorare il risultato di Sochi 2014 (2 argenti e 6 bronzi) e magari di riportare nel Bel Paese quella medaglia d’oro che nei Giochi invernali ci manca dal 2010, quando, a Vancouver, fu proprio Razzoli a far riecheggiare le note dell’Inno italiano, vincendo lo Slalom. Il Coni punta più sulla qualità che sulla quantità di medaglie vinte, anche se tra le ambizioni della vigilia c’è anche quella di non scendere al di sotto del numero minimo ‘sindacale’.

In ogni caso, la speranza di tutti è che, a febbraio, in Corea le cronache sportive si sostituiscano completamente a qualsiasi altro tipo di racconto e che le imprese degli atleti permettano a Pyeongchang 2018 di rimanere nella memoria degli appassionati per tanto tempo.

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