venerdì, aprile 20

Iran: può l’Europa salvare l’accordo sul nucleare? Donald Trump si dice pronto ad uscire dall’accordo sul nucleare. Per capire cosa accadrà abbiamo intervistato Riccardo Alcaro, analista dello IAI

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Sono arrivate come un fulmine a ciel sereno le ultime dichiarazioni del Principe Mohammad Bin Salman, che in un’intervista alla CBS ha fatto presagire la volontà dell’Arabia Saudita di investire in armamenti nucleari nel caso in cui il suo rivale iraniano facesse lo stesso. Alla vigilia della sua visita di due settimane negli Stati Uniti, iniziata il 19 marzo, MbS ha ancora una volta chiuso le porte ad un dialogo con l’ Iran, aprendole invece a Washington, la cui partnership sta diventando sempre più strategica sia a livello economico che politico. 

«Solo la morte può fermarmi dal governare» ha affermato Bin Salman nella sua intervista alla CBS. Parole che dimostrano quanto il Principe stia prendendo in mano il futuro del suo Paese, a fronte di una politica riformatrice che lo vede sempre più protagonista. Nei sessanta minuti concessi all’emittente televisiva americana, MbS non ha perso tempo per prendere di mira l’Iran, rivale storico dell’Arabia Saudita. Nonostante le ampiam documentate azioni in Yemen da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che hanno visto fare decine di migliaia di morti, il Principe ha puntato il dito contro l’Iran, criticando il suo appoggio agli Houthi ed etichettando i ribelli come i soli responsabili della crisi umanitaria nello stato yemenita.

Bin Salman ha poi ulteriormente aggiunto di non vedere l’Iran come un diretto rivale nella regione affermando che «Il suo esercito non è tra i primi cinque del mondo musulmano. L’economia saudita è molto più grande di quella iraniana, e l’Iran è molto lontano dall’essere uguale all’Arabia Saudita». Parole che certo non risparmiano frecciatine a Teheran, ma che risultano in netto contrasto con quanto affermato dopo. Mentre Mbs ha per l’appunto dichiarato di non vedere nell’Iran un diretto rivale ha reiterato che «Se l’Iran sviluppasse una bomba nucleare, noi faremo lo stesso». Dichiarazioni che non ci hanno messo molto a raggiungere Teheran, dove Bahram Qasemi, portavoce per il Ministero degli Esteri iraniano, ha commentato: «Non ha idea di politica a parte per quei discorsi amari che nascono da una mancanza di lungimiranza. La sua visione non merita una risposta».

Parole che arrivano proprio a seguito della decisione di Donald Trump di licenziare Rex Tillerson, Segretario di Stato americano, e di rimpiazzarlo con il capo della Cia Mike Pompeo, quest’ultimo fervente oppositore dell’accordo sul nucleare. Washington e Riyadh sembrano dunque voler stringere il cerchio attorno all’Iran che continua ad essere fortemente isolato nella regione. Tuttavia, per quanto le due potenze aspirino ad un passo indietro della comunità internazionale riguardo all’accordo nucleare con l’Iran, c’è un altro attore, che potrebbe avere un ruolo importante a riguardo, di cui sia Trump che Bin Salman paiono non aver tenuto conto: l’Unione Europea. Già, nello scambio di battute tra le due super potenze del Golfo, a favorire un’importante azione diplomatica potrebbe essere l’Unione Europea, maggiore fautrice dietro all’accordo che ha portato alla fine delle sanzioni economiche all’Iran e all’impegno da parte di Teheran di limitare il programma nucleare per scopi non militari.

Tuttavia rimangono ancora molte incognite riguardo al ruolo dell’Unione Europea ed ai futuri passi degli Stati Uniti che potrebbero decidere, entro maggio, di ritirarsi dall’accordo sul nucleare. Per chiarire quali potrebbero essere i futuri scenari abbiamo intervistato Riccardo Alcaro, coordinatore delle ricerche dello IAI, Istituto Italiano di Affari Internazionali.

Bin Salman, nella sua ultima intervista, ha fortemente criticato le azioni dell’Iran in Medio Oriente, affermando che, nel caso Tehran ricorresse ad armamenti nucleari, Riyadh farà lo stesso. Come vede queste dichiarazioni nell’ambito dell’accordo sul nucleare con l’Iran, anche a seguito della mossa di Trump di licenziare Tillerson?

La realtà è che i tasselli stanno andando a posto. Non credo vi siano molte speranze che gli Stati Uniti restino nell’accordo sul nucleare. Donald Trump ha sempre pensato che questo accordo fosse sbagliato, in più non credo che lui abbia mai sentito un’opinione ragionata a riguardo, ma soltanto analisi politicizzate da chi lo considera un accordo debole. In realtà è un buon accordo, secondo il mio punto di vista, un ottimo accordo, soprattutto per raggiunge l’obiettivo centrale di allontanare in maniera permanente l’Iran dall’acquisizione della bomba atomica. Tuttavia, perchè questo scenario resti tale, ci sono altre cose che devono andare al loro posto. Trump ha allontanato Tillerson che era una delle voci nel gabinetto a favore dell’accordo. Mike Pompeo è una scelta molto più radicale, una tra le voci più aggressive soprattutto sull’Iran. Trump sembra nel secondo anno della sua presidenza aver trovato la fiducia dopo un periodo di assestamento, e sta facendo piazza pulita all’interno della sua Amministrazione tra coloro che avevano un approccio più moderato sul fronte del commercio e in questo caso sul fronte dell’Iran. È un anno che gli Stati Uniti hanno preso una chiara decisione in Medio Oriente, ovvero appoggiare una coalizione anti-Iran guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, al cui seguito si dovrebbero aggiungere Giordania, Egitto, e in maniera più nascosta Israele. La visita di Bin Salman, che ormai da due anni controlla di fatto l’Arabia Saudita, è un’altra indicazione in questo senso. Ha un ottimo rapporto con Jared Kushner, senza contare che la prima visita all’estero di Trump è stata proprio in Arabia Saudita. L’agenda americana è quindi fortemente orientata a creare e consolidare questa coalizione anti-Iran attraverso tre componenti. La prima, la delegittimazione, vuole sfruttare una retorica di demonizzazione dell’Iran dipingendolo come l’unica e sola fonte di ogni instabilità in Medio Oriente. Una politica che ignora come i Paesi arabi, Arabia Saudita ed Israele abbiano responsabilità pesantissime. Una narrativa grottescamente parziale che serve ad infondere un senso di inappropriatezza nell’avere relazioni politiche economiche con l’Iran. La secondo componente, quella economica, riguarda le sanzioni contro Teheran da parte Stati Uniti che sono state sospese a seguito dall’accordo. Tuttavia, gli USA hanno altre opzioni per mettere sotto pressione l’Iran evitando per esempio che aziende straniere facciano accordi con l’Iran. La terza componente ha a che fare con il contenimento militare grazie alle azioni dell’ Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Israele. Gli stati Uniti possono inoltre contare su una presenza militare americana in Iraq e nel nord-est della Siria, ovvero nella zona nelle mani dei curdi appoggiati dagli americani.

Qual è il ruolo dell’Unione Europea nel mantenere questo difficile equilibrio? Quali saranno i suoi prossimi passi?

L’Unione Europa si sta rapportando principalmente con l’Amministrazione americana. Fino all’anno scorso, l’Europa puntava molto ad un dialogo con il Congresso. L’Europa sta cercando di trovare delle formule con il Dipartimento di Stato che possano risultare soddisfacenti per l’Amministrazione. Tuttavia, Washington continua a muoversi nella direzione opposta, e proprio in questi giorni avremo un incontro nella capitale americana con i Paesi membri del GCC, Gulf Cooperation Council, a cui si aggiungeranno anche Giordania ed Egitto il cui tema principale sarà come respingere l’influenza iraniana. Alla lunga gli Stati Uniti saranno indispensabili ma non nel breve periodo. L’Unione Europea ha infatti investito troppo in questo accordo per abbandonarlo per un capriccio di un Presidente che è tra l’altro ultra impopolare in Europa. Tuttavia, affinchè l’Iran sia persuaso a restare nell’accordo bisogna che continui ad ottenere qualcosa. Inoltre,  l’Agenzia dell’Onu sull’Energia Atomica non ha riscontrato nessuna violazione dell’accordo da parte dell’Iran che possa giustificare un’uscita degli Stati Uniti. La mia previsione è che ad ogni modo Trump si ritirerà dall’accordo. La UE proverà sicuramente a mantenerlo in piedi e l’Iran potrebbe per un periodo astenersi dal riattivare il programma nucleare oltre i limiti imposti dall’accordo. L’eventuale uscita americana potrebbe portare ad un aumento di conflittualità in Siria con il rischio che si arrivi a maggiori scontri in Libano dove potremmo vedere Israele intervenire contro Hezbollah.

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