mercoledì, settembre 19

Praga (e dintorni), una primavera tre volte lontana Dopo mezzo secolo la Cechia si riavvicina alla Russia, e non da sola, sotto la spinta di profondi sommovimenti sulla scena mondiale

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Il tempo, anche quello storico, non passa invano, benchè talvolta sembri vero il contrario. E’ trascorso mezzo secolo dall’invasione sovietica dell’allora Cecoslovacchia, con conseguente affossamento della ‘primavera di Praga‘ da parte dei carri armati con la stella rossa. Un evento inatteso, malgrado tutto, fino all’ultimo momento: ai più sembrava impossibile, in quell’infuocato agosto 1968, che Leonid Brezhnev e compagni volessero macchiarsi di un atto repressivo ancor meno perdonabile dei precedenti.

Il ‘nuovo corso’ imboccato otto mesi prima da Aleksander Dubcek non era infatti paragonabile alla rivolta degli operai di Berlino-est del 1953, all’insurrezione nazionale ungherese e ai moti popolari polacchi del 1956, tutti improntati all’ostilità verso i rispettivi regimi comunisti imposti e sostenuti da Mosca. A Praga si trattava di una correzione di rotta avviata dallo stesso partito dominante con l’obiettivo di instaurare un ‘socialismo dal volto umano’, più democratico, più liberale oltre che economicamente più efficiente del modello sovietico.

Di una svolta, cioè, ovviamente salutata con favore nel mondo occidentale ma gradita soprattutto ai partiti comunisti operanti al di qua della ‘cortina di ferro’. Per i quali, con in testa i più forti (l’italiano, il francese e lo spagnolo, avviati a distinguersi come “eurocomunisti”) gli stretti legami con l’URSS stavano diventando una palla al piede. E una svolta, tuttavia, che almeno a Praga e a Bratislava non comportava alcuna rottura con Mosca nè con l’insieme del ‘campo socialista’ e le sue organizzazioni, Patto di Varsavia e Comecon.

Non a caso, del resto, la Cecoslovacchia era stata nell’immediato dopoguerra l’unica nell’Est europeo a far registrare una prevalenza del partito comunista in elezioni ancora libere prima che il suo potere divenisse assoluto con una sorta di colpo di Stato nel 1948, perpetrato nel quadro dell’incipiente guerra fredda tra Est e Ovest. Il tutto all’insegna di una certa continuità dei tradizionali sentimenti filorussi, ben presenti prima dell’indipendenza e in qualche misura anche nel periodo tra le due guerre mondiali, la seconda delle quali si era conclusa con la liberazione dal giogo nazista grazie all’Armata rossa.

L’invasione del 1968 e la forzata normalizzazione che ne seguì cancellarono anche quanto rimaneva della relativa gratitudine, generando una marcata avversione nei confronti del grande vicino orientale solo in parte attutita dal via libera di Michail Gorbaciov, oltre vent’anni più tardi, allo smantellamento dei regimi comunisti satelliti dell’URSS. A Praga il ribaltone fu più pacifico e quasi più naturale che altrove e fu seguito a sua volta, previa separazione altrettanto indolore tra Cechia e Slovacchia, dall’inserimento di entrambe nell’Alleanza atlantica e nella Comunità e poi Unione europea.

La nuova collocazione internazionale delle due repubbliche, stavolta frutto evidente di una scelta libera o comunque scontata, poteva sembrare, se non proprio definitiva, quanto meno destinata a durare molto a lungo. L’appartenenza alla NATO, nonostante la criticabilità della sua espansione ad est e, al limite, della sua stessa sopravvivenza al ribaltone nel suo complesso, garantiva loro la sicurezza esterna nei confronti di una Russia della quale era lecito (specie dal punto di vista degli ex satelliti) temere il ritorno prima o poi a comportamenti da grande potenza, benchè non più da superpotenza, proprio in reazione al suddetto trattamento da parte dei vincitori della guerra fredda.

La CEE-UE, dal canto suo, con buona pace di chi inveisce contro i ‘burocrati di Bruxelles’ e l’egoistico rigore finanziario di marca teutonica, ha assicurato a Cechia e Slovacchia, come a quasi tutto il resto dell’Europa postcomunista, le condizioni contestuali necessarie per lo sviluppo e l’ammodernamento economico. Che, di fatto, è stato imponente e in qualche caso senza precedenti, nonché accompagnato da altrettanto vistosi progressi in campo civile e culturale.

Alla crisi economica che ha infuriato negli anni scorsi in tutto l’Occidente l’Europa postcomunista ha complessivamente resistito meglio di ogni altra area mondiale; in pratica, ha continuato per lo più a progredire, e non sempre rallentando. La stessa crisi, sia pure in forme e con caratteristiche diverse, non ha invece risparmiato la Russia, senza tuttavia impedirle il prevedibile e perentorio ritorno al centro della scena internazionale.

Con Vladimir Putin al timone, la principale erede dell’URSS non ha esitato ad ingaggiare una prova di forza con l’Occidente su più fronti ma in particolare sulla sorte dell’Ucraina, seconda porzione più grossa dello spazio ex sovietico nonché più legata alla prima (col suo passato di ‘piccola Russia’) sotto ogni aspetto. E ciò nonostante a rischio, percepito da Mosca come intollerabile, di scivolare nella sfera d’influenza occidentale se non addirittura di entrare di peso nel campo avverso.

Sfociata in un conflitto armato sia pure ‘a bassa intensità’, la contesa ha inevitabilmente coinvolto e anzi proiettato in prima linea tutti i Paesi ex sovietici o ex comunisti, oltre ad alcuni più o meno tradizionalmente neutrali. Col risultato di spingere l’intero gruppo, chi più chi meno, su posizioni antirusse particolarmente dure e di multiforme sostegno al governo di Kiev, ricreando così nel vecchio continente un quadro geopolitico ed un clima parecchio simili a quelli tipici della ‘guerra fredda’ (con annesso pericolo di sua trascesa in guerra calda su scala generale) malgrado il sensibile spostamento verso occidente di una nuova, tendenziale cortina di ferro.

Quadro e clima, tuttavia, non hanno tardato a subire mutamenti non meno sensibili, alquanto imprevedibili e forse destinati a diventare persino epocali. Come è già sicuramente epocale, del resto, la trasformazione del più ampio contesto planetario determinata dal ridimensionamento dell’egemonia americana, dall’ascesa della Cina al rango di superpotenza mondiale (probabilmente tale, in prospettiva, più di ogni altra) e dalla conseguente ricerca di adeguati rimedi, contrappesi e contromisure da parte di tutti gli altri interessati, grandi e piccoli, già in qualche modo associati o ciascuno per conto proprio.

Altri fattori più specifici, fors’anche più contingenti ma di più diretta incidenza fanno sentire i loro effetti, come l’avvento alla Casa bianca di una figura anomala quale Donald Trump, ancora non messa sufficientemente a fuoco ma apparentemente caratterizzata dalla non cervellotica scelta della Cina piuttosto che la Russia come principale antagonista o contraltare e dalla più avventata subordinazione della tradizionale e strategica comunanza di interessi con gli alleati europei alla preminenza di quelli nazionali degli USA, fino al punto di prendere le distanze dalla NATO oltre che dalla UE.

Oppure come, sull’altra sponda dell’Atlantico, l’esplosione del problema immigrazione con connessa avanzata di correnti populiste e sovraniste, già alimentate anche da altri motivi di malcontento o vera e propria insofferenza per i vincoli facenti capo a Bruxelles. Un fenomeno, questo, che ha assunto connotazioni anche politico-ideologiche con le pulsioni autoritarie manifestatesi soprattutto in Polonia e Ungheria, associandosi almeno a Budapest ad una dichiarata ammirazione per la “democrazia illiberale” di Putin.

Al vento che tira, e che d’altronde soffia e fischia anche al di qua della vecchia cortina di ferro, compresa persino la Germania, non sfugge la stessa Cechia, pur tradizionalmente incline ad evitare bruschi sbandamenti. Praga esibisce attualmente un capo dello Stato e uno del governo entrambi di orientamento filorusso oltre che più o meno sovranpopulista, i quali si propongono quindi come protagonisti di una terza svolta, resta da vedere quanto storica, nei rapporti con Mosca.

Svolta della quale resta soprattutto, per il momento, da misurare l’effettiva portata, ossia in che misura si svilupperà a spese dei legami esistenti con soci e alleati occidentali. E che, comunque, non deve stupire più di tanto in considerazione dei suoi precedenti. La Russia odierna, infatti, non è più una superpotenza rivoluzionaria su scala globale protesa ad offrire e se appena possibile imporre in ogni direzione un proprio modello di governo e di società più o meno credibilmente progressista.

E’ invece una grande potenza soprattutto militare ma non più che media a livello economico, anzi economicamente fragile, e al massimo in grado, semmai, di offrire sponde, appoggi e un certo grado di protezione a Stati di levatura paragonabile o inferiore alla propria che ne abbiano eventuale bisogno. Come faceva in sostanza, nell’Ottocento, l’impero zarista conservatore o se si preferisce reazionario, impegnato con alterno successo a contrastare in terre straniere o in casa propria sfide esterne (come quella napoleonica) o interne (ribellioni nazionaliste nell’Impero asburgico) all’ordine costituito.

Praga, in ogni caso, non potrà né vorrà coltivare isolatamente un nuovo rapporto con Mosca per controbilanciare l’egemonia tedesca (se davvero percepita e lamentata come tale) all’interno della UE e in alternativa ad un eventuale e anche solo parziale disimpegno americano dall’Europa, per appurare la credibilità del quale bisognerà comunque attendere l’esito della revisione strategica avviata da Trump oppure l’affidamento tutt’altro che certo a The Donald di un secondo mandato presidenziale.

Non diversamente dai loro colleghi del resto dell’Europa orientale o centro-orientale, finora inclusa o meno nella UE, i governanti cechi dovranno adoperarsi per promuovere adeguate e ulteriori convergenze regionali o rafforzare ed estendere quelle già esistenti e in qualche misura operanti, innanzitutto nell’ambito del Gruppo Visegrad. Dove, peraltro, devono già fare i conti con il contrasto tra l’indirizzo marcatamente filorusso dell’Ungheria (ora ostentatamente condiviso, al di fuori del gruppo dei quattro, dalla vicina Austria) e la perdurante avversione polacca nei confronti di Mosca, possibilmente spalleggiati dal quarto membro, la Slovacchia.  

La stessa Polonia, tuttavia, è la promotrice originaria di un’altra e più ambiziosa iniziativa, quella detta dei Tre mari, che punta a sviluppare una vasta collaborazione dell’intera regione, dal Baltico ai Balcani, e quindi tra una dozzina di Paesi, finora limitatamente al settore tecnico-economico e in particolare infrastrutturale. Che le ambizioni possano crescere, con esiti anche imprevedibili al momento, lo lasciano però immaginare, da un lato, il plateale incoraggiamento che l’iniziativa ha ricevuto recentemente da Trump, per nulla restìo a fomentare le divisioni all’interno della UE.

Dall’altro, in modo meno piccante ma probabilmente più concreto, la sua convergenza con il vivo interesse che per l’Europa centro-orientale sta dimostrando la Cina in ovvio collegamento con il colossale progetto Belt and Road ovvero nuova Via della seta, in diretta e più che temibile concorrenza con i disegni americani ma in compenso con risvolti meno divisivi nei confronti di un’Europa che fatica oggi a conservare prima ancora che a rafforzare la sua integrazione.

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