sabato, gennaio 20

Polonia deferita alla Corte Ue Trump, ok a riforma fiscale. E domani il voto Onu sulla questione Gerusalemme. Attesa per il voto in Catalogna

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Alla fine l’Ue va avanti. La Commissione europea ha deciso di deferire la Polonia, passando all’ultima fase della procedura di infrazione sul sistema giudiziario ordinario. La decisione arriva assieme all’attivazione della procedura dell’articolo 7, ed è stata annunciata dal vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans.

La Commissione europea ha fatto scattare, per la prima volta nella storia dell’Unione, la procedura per avviare le sanzioni dell’art.7 dei Trattati, per il rischio di violazione grave allo stato di diritto, in Polonia, ha confermato Timmermans, dopo la discussione alla riunione dei commissari.

La Polonia però, fa sapere per bocca del ministro guardasigilli Zbigniew Ziobro, continuerà ad andare avanti sulla riforma della giustizia, nonostante la decisione di Bruxelles. Per Varsavia si tratta di una «mossa politica» della Ue, che cerca di esercitare pressione. La Polonia, ha aggiunto Ziobro, rispetta lo stato di diritto e afferma che le soluzioni che si propone di implementare esistono in altri diversi Paesi.

Negli Usa esulta Donald Trump dopo l’approvazione della sua riforma fiscale. «Il Senato degli Stati Uniti ha approvato il più grande taglio delle tasse e riforma fiscale della storia», ha affermato il presidente via Twitter. Certo che subito sono partite le polemiche. Trump infatti secondo le prime informazioni, potrebbe risparmiare 22 milioni di dollari. Tra i beneficiari della legge, infatti, ci sono le attività immobiliari commerciali, dalle quali il presidente e la sua famiglia ricavano il reddito maggiore. I Trump, inoltre, beneficerebbero anche del raddoppio dell’esenzione sulla tassa di proprietà. Secca la smentita della portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders,  secondo cui invece la riforma «sul piano personale costerà al presidente un sacco di soldi».

Trump che invece finisce di nuovo nel mirino per la questione Medioriente. L’Assemblea generale dell’Onu voterà domani, in sessione straordinaria, la risoluzione presentata dall’Egitto in Consiglio di sicurezza e bocciata a causa del veto Usa, che condanna la decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. L’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley, ha twittato: «All’Onu ci chiedono sempre di fare e donare di più. Quindi, quando prendiamo la decisione, su volontà del popolo americano, su dove collocare la nostra ambasciata, non ci aspettiamo di essere presi di mira da quelli che abbiamo aiutato. Giovedì ci sarà un voto che critica la nostra scelta. Gli Usa prenderanno i nomi».

Altro argomento caldo è quello della Brexit. Il capo negoziatore Ue Michel Barnier ha confermato che per l’Europa la fine del periodo di transizione dovrà essere «il 31 dicembre 2020, in linea con la fine naturale del bilancio Ue 2014-2020». L’intesa sul periodo transitorio «rientrerà nell’accordo sull’articolo 50 sul ritiro ordinato», ha avvertito Barnier. Cinque i principi quadro che la Commissione Ue, in base alle linee guida ricevute all’ultimo vertice Ue dai 27, vuole siano seguiti nel periodo di transizione della Brexit e ribaditi da Barnier: garantire l’integrità del mercato unico e il rispetto di tutte e quattro le sue libertà; l’integrità dell’Unione doganale; le nuove regole Ue adottate durante il periodo di transizione si applicheranno anche alla Gran Bretagna sotto la vigilanza della Commissione Ue e della Corte di giustizia europea; non ci sarà una transizione ‘à la carte’; continuerà ad applicarsi l’autonomia decisionale Ue, ovvero i 27 adotteranno nuove regole per cui cui Londra non potrà più intervenire nel processo decisionale ma sarà tenuta lo stesso ad applicarle. Si tratta di questioni che devono ancora «essere negoziate», il commento invece di Theresa May.

C’è attesa per il voto domani in Catalogna. In lizza ci sono 38 liste. I 2.680 seggi saranno aperti dalle 9 del mattino alle 20. Diciotto candidati indipendentisti alle elezioni di domani sono incriminati per ‘ribellione’ e ‘sedizione’ per avere portato avanti il progetto politico dell’indipendenza, Carles Puigdemont è in esilio in Belgio con 4 ministri, il vicepresidente Oriol Junqueras, capolista di Erc, secondo i sondaggi probabile vincitore delle elezioni, è in carcere a Madrid con altri tre dirigenti secessionisti.

Andiamo in Iraq, dove l’Associated Press ha calcolato il prezzo pagato dalla popolazione per la liberazione di Mosul dall’Isis. Si parla di una cifra tra i 9.000 e gli 11.000 morti, un numero quasi 10 volte maggiore di quanto riferito finora. In particolare le forze irachene o della Coalizione a guida Usa sono responsabili per la morte di 3.200 civili, causate da bombardamenti, raid aerei o colpi di mortaio in 9 mesi, tra ottobre 2016 e la caduta dell’Isis avvenuta nell’agosto scorso. La Coalizione, che ha affermato di non avere risorse per inviare degli investigatori a Mosul, ha riconosciuto la responsabilità per solo 326 morti.

Fa ancora discutere la proposta austriaca di offrire ai sudtirolesi di lingua tedesca la cittadinanza.  Oggi intanto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha detto: «Discussione molto positiva e costruttiva con il cancelliere Sebastian Kurz. Vedo in lui un leader energico, determinato e europeista».

In Svezia, sull’onda della mobilitazione anti-molestie in tutto il mondo, il governo ha elaborato una legge sul consenso sessuale che permetterebbe di perseguire molti più casi di molestie e stupri. «Se il sesso non è volontario, allora è illegale», ha dichiarato il primo ministro Stefan Lofven. Il provvedimento, che dovrebbe essere approvato dal parlamento domani, stabilisce che «costringere una persona a fare sesso è un atto criminale a meno che quella persona non abbia detto o espresso chiaramente il suo desiderio».

Chiudiamo con il Messico, dove un giornalista locale è rimasto ucciso in un attacco sferrato durante una festa di Natale in una scuola elementare dello Stato di Veracruz, nella città di Acayucan. Si tratta del decimo giornalista ucciso quest’anno in Messico, un numero molto alto che secondo gli osservatori testimonia una grave crisi della libertà di espressione. L’uomo aveva fondato il sito online La Voz del Sur e svolgeva anche servizi per conto del governo locale, ed era sotto protezione.

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