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Fede e carceri

Polizia penitenziaria a scuola di Islam

Youssef Sbai, ex vice-presidente dell'Ucoii, insegna Islam agli agenti

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Insegna da oltre un anno Islam e cultura araba agli agenti della polizia penitenziaria per aiutarli a riconoscere gli indizi di radicalizzazione dei detenuti musulmani e a gestire con consapevolezza le loro richieste nelle carceri. Si chiama Youssef Sbai, è musulmano di origine marocchina ed è uno dei fondatori dell’Ucoii, Unione delle Comunità Islamiche Italiane, organizzazione ritenuta vicina alla Fratellanza Musulmana. L’incarico di docente della polizia penitenziaria gli è stato conferito per iniziativa del Ministero della Giustizia. Vive da 36 anni in Italia. Ha una laurea in architettura e un master in ‘Studi sull’Islam d’Europa‘ all’Università di Padova.

Riconoscere un fondamentalista richiede conoscenze specifiche e capacità di interpretazione. Non è una scienza esatta. Ma se mi chiedi se riesco a distinguere un radicale da un religioso, la mia risposta è sì: so cosa devo cercare”. Youssef Sbai racconta la sua esperienza di docente della polizia penitenziaria. Accetta anche di dare la sua risposta a un interrogativo scottante su cui si dibatte con alterne vicissitudini da decenni: perché nel nostro Paese non avvengono attacchi terroristici?

 

Youssef, in questi giorni l’agenzia Ansa e alcuni giornali hanno dato notizia della tua collaborazione con la polizia penitenziaria. Eppure, è passato un anno dall’inizio della tua attività di docente. Come mai la notizia è uscita solo oggi?

La notizia è uscita su un quotidiano  del Marocco, che mi ha intervistato sulla mia attività di docente per la polizia penitenziaria italiana. Quando il pezzo è stato pubblicato, l’ho riportato sulla mia pagina Facebook. E così la notizia si è diffusa. In realtà, questi corsi di Islam e cultura araba non sono nuovi: sono anni che accademici italiani tengono lezioni di questo genere. La novità è che oggi il docente è musulmano.

Tieni i corsi direttamente nelle carceri?

No, solo nelle aule della polizia penitenziaria. Da quando ho iniziato a insegnare, ho cominciato a fare volontariato nelle carceri, dove incontro i detenuti di fede musulmana. Ma questa è un’altra storia: con la polizia faccio il docente, non l’imam.

Cosa insegni agli agenti?

Cerco di trasmettere una base di conoscenza dell’Islam, spiegando interpretazioni e differenze culturali tra i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Le pratiche religiose variano in base ai Paesi di provenienza: è un aspetto che non va sottovalutato. Ci sono alcuni indizi che aiutano a riconoscere gli atteggiamenti di radicalizzazione, anche se non vanno presi come i fenomeni delle scienze esatte. Invito gli agenti a farmi domande senza mezzi termini, a uno scambio aperto e proficuo. Facciamo un esempio: ogni musulmano deve fare la preghiera cinque volte al giorno, rispettando determinati orari. Questi orari non sono rigidi nell’Islam: il lasso di tempo in cui la preghiera può essere fatta si estende fino a tre ore. Se un detenuto rifiuta un interrogatorio perché deve fare la preghiera, qualche volta sta semplicemente utilizzando la religione a scopi personali.

Tu sapresti distinguere con certezza un estremista da un uomo semplicemente molto religioso?

Sì, personalmente sì. Cerco di indagare la sua pratica religiosa e di capire dove cerca le sue informazioni sull’Islam. Ci sono libri di indottrinamento che circolano solo sul web e che sono scritti dagli ideologi dell’Isis. Parlando con un musulmano sono in grado di comprendere il  suo livello di educazione. Non è difficile  distinguere chi ha ricevuto una forte educazione religiosa da chi è stato semplicemente indottrinato. E non dimentico mai che a volte si tratta solo di ignoranza. I giovani terroristi che hanno vissuto in Occidente, non hanno frequentato scuole religiose. Si sono radicalizzati sul web. I più pericolosi restano i radicali  che conoscono bene l’Islam, hanno frequentato scuole religiose nei Paesi arabi e sono consapevoli della portata delle proprie convinzioni.

Hai mai collaborato in passato con la polizia o le istituzioni italiane contro il terrorismo?

No, mai prima.

Sei stato uno dei fondatori dell’Ucoii, vicino alla Fratellanza Musulmana.  Sei stato anche vice-presidente dell’associazione. Perché il Ministero della Giustizia ha scelto te per questo compito?

Nell’Ucoii non c’è solo la Fratellanza Musulmana: al suo interno convivono numerose associazioni di tanti Paesi diversi. Ci sono gruppi e partiti di varia natura al suo interno. Dire che l’Ucoii appartiene alla Fratellanza significa mettere un’etichetta scorretta.

Perché non ci sono attentati terroristici di matrice islamica nel nostro Paese?

È un interrogativo diffuso. Ci sono tante letture: la politica estera italiana, quella interna, l’esperienza dei servizi di sicurezza italiani con il terrorismo degli anni di piombo. Quasi tutte le moschee italiane hanno rapporti con i servizi di sicurezza. Ma penso che sia così anche in Francia. Forse quello che rende diversa l’Italia è la politica di immigrazione: in Francia hanno costruito interi quartieri destinati agli immigrati alle periferie delle città, creando veri e propri ghetti. Alla prima generazione le cose sono andate bene così. Ma i giovani di seconda e terza generazione che hanno studiato in Francia, la pensano diversamente: spesso le commissioni scolastiche, che in Francia decidono i curriculum degli studenti, indirizzano i figli degli immigrati esclusivamente verso gli istituti professionali. Non sono gli studenti a scegliere liberamente l’indirizzo. In Italia non ci sono i ghetti per gli immigrati. E gli studenti figli di immigrati sono liberi di scegliersi il proprio futuro.

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