martedì, gennaio 16

Politica energetica e contesto africano. Focus sull’ENI Lo stato della transizione energetica italiana. ‘Presenza’ africana e responsabilità sociale di impresa. Ragioni di attualità della ‘formula Mattei’

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Citando il contributo di Nicolò Rossetto, analista economico dell’European University Insitute di Fiesole, negli ultimi anni il contesto energetico internazionale, grazie all’ espansione degli investimenti, ha mostrato un’abbondanza di produzione (soprattutto da idrocarburi) tale da generare un eccesso di scorte di greggio e derivati. Nel complesso, il conseguente calo dei prezzi avvenuto nel 2014 non sembra, tuttavia, avere inciso sull’economia mondiale. Minori investimenti e l’aumento costante della domanda avrebbero prodotto un «accorciamento del Mercato petrolifero» dalla fine del 2016. Previsione confermata nei fatti ed estesa ai primi mesi del 2018, secondo il nuovo Report della International Energy Agency (IEA): con un costo pari a 60 dollari a barile, l’offerta di oro nero si manterrà in eccesso rispetto alla domanda. La situazione si presenta più equilibrata per il gas naturale, almeno nei prossimi tre o quattro anni.

In merito all’andamento del nostro sistema energetico e alla politica nazionale, Rossetto ha evidenziato come l’Italia sia uno tra i maggiori consumatori al mondo di energia in termini assoluti e pro-capite, con una produzione limitata e una forte dipendenza dalle importazioni di energia. Senza considerare le reazioni preoccupanti seguite all’esplosione dell’impianto di Baumgarten (Austria) di due giorni fa, il consumo ‘bulimico’ di metano in Italia porterà il suo import, secondo l’ultima analisi trimestrale dell’Agenzia pubblica ENEA, oltre il 92% del fabbisogno nazionale. Metà del prodotto proviene dalla Russia, dalla quale dipendiamo complessivamente per il 20%: un effetto degli accordi politici bilaterali intercorsi nella seconda metà degli anni 2000, soprattutto a partire dalla joint-venture tra Gazprom e ENI e dalla successiva costituzione della South Stream AG, nel 2008 (posseduta alla pari dai due soci). Nel mix energetico primario, la domanda italiana di gas si deve anche alla battuta di arresto nella crescita delle fonti rinnovabili, ma rimane comunque un’anomalia rispetto ai dati degli altri Paesi europei.

Considerando le tre dimensioni della politica energetica (decarbonizzazione, sicurezza, costo dell’energia) e il processo di transizione vincolato agli obiettivi definiti in sede UE e agli impegni assunti in materia di clima, l’ENEA fa notare che, negli ultimi due anni, tale processo per l’Italia è risultato discontinuo. Oltre ad aspetti congiunturali, «sembrano esserci ragioni strutturali che fanno ritenere che, almeno nel breve periodo, la tendenza alla decarbonizzazione del sistema sia destinata a rallentare». Una pur timida crescita economica e il prezzo basso del petrolio «hanno interrotto la sequenza di riduzioni della domanda energetica – in tutti i settori – degli anni 2011-2014», mentre il blocco degli incentivi per le rinnovabili elettriche «ha imposto una parallela frenata alle riduzioni delle emissioni di CO2 del settore elettrico, principale responsabile dei progressi sul fronte della decarbonizzazione dell’intero sistema».

L’apertura ai rinnovabili del mix energetico, una più forte competitività (specie per gas ed elettricità) su scala europea e la sicurezza negli approvvigionamenti sono le prerogative della nostra Strategia energetica nazionale, riveduta secondo i contenuti dell’Accordo di Parigi del dicembre 2015.

Fuori dall’Europa, il mercato degli idrocarburi chiama in causa diversi aspetti connessi nel tempo con l’impronta ‘identitaria’ delle politiche economiche che l’Italia sta attuando nel suo ruolo attore affacciato sul Mediterraneo e proiettato verso il continente africano: esplorazioni e nuovi giacimenti, intese capaci di superare le crisi di immagine, diplomazia e cooperazione allo sviluppo. Una internazionalizzazione della nostra economia, capace di coniugare presente e passato coinvolge, da una lato, le piccole e medie realtà produttive che formano il tessuto dell’impresa italiana. Dall’altro, nel molteplice settore energetico, la riconfigurazione dell’iniziativa imprenditoriale e politica targata ENI.

Al di là dei dati quantitativi relativi alla sua forza economica, ci sono anche altri aspetti che invitano a riflettere sulla funzione di questa holding e sulla sua presenza africana. Perché l’ENI? Perché questa impresa, nata come una sfida al cartello mondiale del petrolio, è stata la prima realtà istituzionale capace di porre l’Italia come attore economico autonomo sul piano internazionale. Perché l’Africa? Per ragioni storiche e di geografia, la nostra centralità mediterranea si fonda su rapporti risalenti, in mutazione o ancora da costruire tra i nostri governi e quelli dei Paesi africani.

Se, poi, pensiamo all’andamento della demografia nei prossimi decenni e alle ricchezze contenute nel sottosuolo di quel continente, cooperazione economica, diplomazia e realtà di impresa saranno parte attiva di un cambiamento epocale di cui il presente fenomeno migratorio non è che il primo segno.  Se è lecito vedere un ruolo dell’Italia nel processo di «intercettazione della crescita», come scrivono Giovanni Carbone e Maria Montanini in riferimento alle realtà subsahariane, la ‘nuova’ prospettiva euro-africana era già ravvisabile, per certi versi, nella c.d. ‘formula Mattei’: una interdipendenza consapevole tra gli investimenti finalizzati allo sfruttamento delle risorse in territorio africano e la promozione dello sviluppo economico del Paese produttore. L’attualizzazione di questa formula vede oggi ENI impegnata sulle seguenti linee di azione: dialogo con le comunità e partenariati a livello locale, formazione e trasferimento di competenze, investimenti per favorire l’accesso locale all’energia e partecipazione a progetti internazionali. La convivenza tra diritti umani e business è una cifra del modello di sostenibilità promosso dall’Azienda e fa parte di una potente narrativa che la identifica nel suo ruolo di alfiere africano e mondiale.

Intraprendenza e riconoscimenti anche recenti sono oscurati da vicende oggetto di inchiesta che hanno coinvolto, specie negli anni precedenti la riorganizzazione interna, la sua amministrazione, tanto da far parlare di ‘Stato parallelo’.

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