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Possibili sviluppi in Medio Oriente

Il peso degli Stati Uniti in Siria

Cosa potrebbe accadere in caso di una rinuncia americana al teatro siriano

PHOENIX, AZ - JUNE 18:  Republican presidential candidate Donald Trump speaks to a crowd of supporters during a campaign rally on June 18, 2016 in Phoenix, Arizona. Trump returned to Arizona for the fourth time since starting his presidential campaign a year ago.   (Photo by Ralph Freso/Getty Images)
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Il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha un idea nettamente diversa dal suo predecessore Barack Obama circa il ruolo del Paese nordamericano in Medio Oriente e questo il neoeletto alla Casa Bianca non manca mai di farlo notare all’opinione pubblica.

Se anche per l’irriducibile avversaria nelle scorse elezioni, Hillary Clinton, la priorità statunitense in Asia era quella di abbattere definitivamente il regime siriano di Assad, il miliardario repubblicano non sembra voler adottare una politica così aggressiva nei confronti della fazione sciita filogovernativa e filorussa.

È al momento davvero difficile prevedere le future mosse degli Stati Uniti nel Medio Oriente, in quanto se da una parte Trump si avvicina ad un pensiero politico isolazionista e anti iraniano, dall’altra parte i suoi discorsi sono tesi a creare una certa distensione con i principali alleati dello stesso Iran (Russia e Siria).

Sembra difficile immaginare un possibile, futuro scenario siriano nel quale Stati Uniti e Russia combattono fianco a fianco contro i ribelli: in passato gli USA si sono difatti troppo esposti in favore dei miliziani anti-Assad, tra i quali spiccano anche i Curdi, che esercitano una certa influenza politica anche nel vicino Iraq. In un tale contesto, l’America dovrebbe impegnarsi a riscrivere pressoché da capo la propria politica estera. L’ipotesi più probabile potrebbe essere allora quella che vedrebbe gli Stati Uniti e la Russia raggiungere un accordo che delimiti le aree di influenza americana e quelle di influenza russa: una tale zona, già delineata nel corso delle trattative estive, parrebbe essere demarcata dal fiume Eufrate, che potrebbe dividere l’area di operazione russa da quella della Casa Bianca.

In seguito alle ultime vicende politiche, si fa strada una ulteriore ipotesi, la quale, sebbene non sia la più probabile, potrebbe sempre verificarsi: gli Stati Uniti potrebbero rinunciare alle attività militari in Siria per concentrarsi esclusivamente sul teatro iracheno, che coinvolge di più le forze di Washington.

Se gli Stati Uniti lasciassero il Paese, logicamente Assad avrebbe molte più possibilità di ultimare la riunificazione siriana sotto il suo governo, tuttavia, anche in questo caso, non sarebbe comunque facile per la fazione sciita siriana sconfiggere definitivamente le parti rivali.

Assad, sebbene disponga di un certo numero di mezzi corazzati, sia appoggiato dalle forze aeronavali di Mosca, nonché sia affiancato da combattenti iraniani e libanesi (Hezbollah) ben equipaggiati, non possiede ancora il pieno controllo di vastissimi territori, dove la guerriglia colpisce e indebolisce le forze governative, impegnandole in scaramucce e in servizi di controllo sul terreno.

Questa emorragia di forze causerebbe il consequenziale rallentamento delle operazioni di conquista del territorio da parte delle forze siriane, che si ritroverebbero ancora una volta impantanate in ogni singola città presieduta dai ribelli.

Da questo punto di vista, la guerriglia rivela il suo lato più insidioso (e vantaggioso per chi la pratica): l’enorme potere di ammortizzare e fiaccare anche forze sensibilmente superiori numericamente e tecnologicamente.

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