mercoledì, settembre 19

PeSCo: tra cooperazione nazionale e autonomia strategica europea Quali prospettive per l'Italia lungo l’iter verso la Difesa comune? Intervista a Nicoletta Pirozzi, Docente di Scienze Politiche presso l’Università ‘Roma Tre’ e Responsabile del Programma ‘Unione Europea: politica e Istituzioni’ dello IAI

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«Non è tempo di polizia globale e guerrieri solitari. La nostra politica estera e di sicurezza deve occuparsi di pressioni globali e di dinamiche locali, deve far fronte alle superpotenze nonché a identità sempre più frammentate»: così ha scritto Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza, nella Prefazione alla Strategia Globale del 2016. Di fronte alle crisi e all’instabilità, «Non c’è tempo per l’incertezza: la nostra Unione ha bisogno di una strategia. Abbiamo bisogno di una visione condivisa e di azioni comuni».

Sulla Difesa e la Sicurezza dell’Europa come istituzione autonoma, la risposta unitaria, alla fine, è stata largamente condivisa. 23 Stati hanno aderito, firmando lo scorso 13 novembre la notifica congiunta trasmessa all’Alto Rappresentante e al Consiglio dell’UE (secondo l’Articolo 46 del Trattato sull’UE), al lancio della PeSCo, una ‘discendente diretta’ della Strategia Globale. L’11 dicembre, con approvazione rafforzata del Consiglio, 25 Stati dell’UE – oltre alla Gran Bretagna, non partecipano Malta e la Danimarca, mentre hanno aderito anche Irlanda e Portogallo – si sono impegnati in progetti di formazione, sviluppo di capacità e prontezza operativa nel settore della Difesa: è la Cooperazione strutturata permanente (PeSCo), celebrata dal Consiglio europeo a metà dello scorso dicembre, a cui l’Italia partecipa come attore coinvolto in 4 dei 17 progetti operativi presentati. Giuridicamente, con il Trattato di Lisbona (Artt. 42, par. 6 e 46 Trattato sull’UE) si è introdotta la possibilità, per gli Stati membri dell’Unione, di rafforzare la reciproca collaborazione nel settore difensivo. In questo processo, gli Stati membri si impegnano al progressivo miglioramento delle proprie capacità militari, con l’assistenza e il monitoraggio dell’Agenzia europea per la Difesa (AED).

Tra i progetti di collaborazione in lista, dei quali si attende una definizione più dettagliata, l’Italia guiderà l’istituzione di un Centro di addestramento certificato per le Forze armate europee, la creazione di un Centro di eccellenza per il soccorso in caso di disastri naturali, emergenze e pandemie, un progetto finalizzato alla sorveglianza e protezione delle aree marittime e uno, di lungo periodo, relativo alla progettazione di mezzi leggeri, anfibi e corazzati, destinati a missioni europee di peace-keeping.

Il passo nel campo della Difesa comune è significativo: attraverso una cooperazione integrata, l’Europa (e buona parte dei suoi Stati) si proietta da sola ‘oltre’ i propri confini.

Come ha scritto Enrico Ferrone, per l’Italia «si tratta di impegni seri che prevedono l’incremento delle spese militari per poter pesare di più nella partecipazione a programmi necessari al consolidamento del ruolo europeo».

Abbiamo parlato di PeSCo – dalla sua genesi alle questioni che lascia aperte – con Nicoletta Pirozzi, Docente di Scienze Politiche presso l’Università ‘Roma Tre’ e Responsabile del Programma ‘Unione Europea: politica e Istituzioni’ dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

 Professoressa Pirozzi, quali sono i fattori profondi che hanno portato a raggiungere questo importante accordo e in che cosa si tradurrà, in concreto, la Cooperazione strutturata permanente?

La PeSCo è uno strumento già incluso nel Trattato di Lisbona, vigente dal primo dicembre 2009, in relazione agli Articoli 42 e 46 del Trattato sull’Unione Europea. Quindi essa nasce da un’esigenza per gli Stati membri, avvertita negli anni precedenti, di introdurre misure che potessero mitigare l’impatto della regola dell’unanimità nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa. Come è noto, all’interno dell’UE le questioni inerenti alle due sfere sono decise collegialmente, attraverso la regola del consenso tra i rappresentanti degli Stati membri. Questo, negli anni passati, ha portato a un’inazione dell’UE oppure a un rallentamento degli interventi, anche in casi e rispetto a scenari che erano di più diretta competenza dell’UE – mi riferisco a tutto il «Vicinato»: alla Libia, all’Ucraina, al Medio Oriente, ecc.

Pertanto, gli Stati membri avevano riflettuto sulla necessità di introdurre un meccanismo che potesse inserire delle eccezioni, in termini di decisioni a maggioranza qualificata, nel processo decisionale relativo a queste materie. Negli ultimi anni la PeSCo era rimasta in stand-by, perché la spinta politica iniziale da parte di Francia e Gran Bretagna, che aveva portato all’inserimento della modalità di integrazione differenziata (e ‘responsabile’, circa gli impegni assunti da ciascuno Stato) all’interno del Trattato di Lisbona si era affievolita… Per poi ritornare in auge, se così si può dire, nell’ultimo anno e mezzo.

Quali sono stati gli elementi scatenanti?

Sicuramente c’è stata una iniziativa politica molto forte a livello istituzionale nell’ambito dell’UE. In particolare, con il nuovo Alto Rappresentante e Vicepresidente della Commissione europea, Federica Mogherini, c’è stata una ripresa della riflessione strategica rispetto al ruolo dell’UE a livello regionale e internazionale, e anche l’attivazione di una serie di meccanismi per rendere questo ruolo più efficace. In primo luogo, si è avuta la presentazione della Strategia Globale, un concetto presentato nel 2016 dall’Alto Rappresentante, il primo dopo quello del 2003 di Javier Solana, cui ha fatto seguito una serie di misure di attuazione della strategia. Tra queste, la PeSCo ha avuto sempre un ruolo preminente: l’Alto Rappresentante ha riconosciuto la necessità per l’UE di dotarsi delle adeguate capacità, anche di tipo militare, per intervenire al di fuori dei propri confini. A questa spinta propulsiva si sono sommati fattori geopolitici, che hanno a che fare con la nuova amministrazione USA. Mi riferisco a una mancanza di volontà, da parte statunitense, di intervenire in maniera regolare e massiccia per tamponare le situazioni di crisi e per garantire la sicurezza territoriale in ambito europeo. L’affievolimento del rapporto transatlantico ha sicuramente spinto a una riflessione gli Stati europei rispetto alle capacità di cui dovrebbero essere dotati per rispondere, invece, a certe crisi e ai conflitti. Altro fattore è la nuova politica aggressiva da parte della Russia a Est dei confini europei, dalla crisi ucraina in poi, che ha anche spinto gli Stati a riflettere sulla stessa capacità di controllo e di gestione dei confini orientali. Si sono prodotte, poi, diverse crisi, dal Mediterraneo al Medio Oriente, che essendo di diretta competenza europea richiedono interventi anche di tipo muscolare oltre a quelli diplomatici e politici che l’UE ha sempre esercitato. Ultimo elemento, la Brexit: il fatto che la Gran Bretagna abbia deciso di lasciare l’UE ha generato un nuovo attivismo da parte dell’Europa continentale nel processo di integrazione in alcuni settori-chiave. Rispetto ad essi, compreso quello della Difesa, il Regno Unito era sempre stato molto tiepido, nel senso di una maggiore collegialità delle decisioni che, come dicevo, possono essere prese anche a maggioranza qualificata.

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