lunedì, ottobre 23

Perché l’edilizia Usa sta offrendo salari più alti? Il calo dell'immigrazione illegale potrebbe essere all'origine del fenomeno

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Il 17 dicembre 1992, il presidente degli Stati Uniti George Bush sr. sottoscrisse, di concerto con il presidente messicano Carlos Salinas de Gortari e il premier canadese Brian Mulroney, l’atto costitutivo del North Atlantic Free Trade Agreement (Nafta), un accordo tripartito rivolto ad intensificare il commercio tra gli Stati firmatari attraverso la rimozione di tutte le barriere tariffarie. Il trattato, divenuto effettivo il 1° gennaio 1994, stabiliva la libera circolazione di merci e capitali, ma conservava le restrizioni vigenti in materia di limitazione dei flussi migratori. Risultato di ciò fu l’invasione del mercato messicano con merci a basso prezzo sfornate dalle grandi imprese statunitensi, irreggimentate a un’economia di scala (e quindi in grado di minimizzare i costi di fabbricazione) e beneficiarie di sovvenzioni statali.

L’impossibilità dei piccoli e medi agricoltori locali (una quota più che preponderante della massa lavorativa del Messico era ed è tuttora assorbita dal settore primario) a sfornare prodotti in grado di competere con le merci made in Usa gettò nella disoccupazione migliaia e migliaia di cittadini messicani. A questo enorme bacino di manodopera a basso costo venutosi a creare come effetto diretto del Nafta cominciarono immediatamente ad attingere le maquiladoras, impianti industriali situati lungo il confine con gli Usa e controllati da società statunitensi che si occupano di fabbricare la componentistica dallo scarso valore aggiunto da inviare (grazie al regime di esenzione fiscale) negli Stati Uniti, dove i singoli pezzi vengono assemblati e diventano prodotti finiti da riesportare in Messico.

Nelle maquiladoras «lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, divenuta tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras».

La ragione ufficiale della contrarietà del governo statunitense ad includere nel corpo del Nafta qualsiasi clausola che evocasse anche lontanamente il Trattato di Schengen (il quale aveva sancito il libero flusso all’interno della Comunità Europea di cittadini appartenenti agli Stati membri) era quella di combattere l’immigrazione clandestina in funzione di contenimento del tasso di criminalità interna. Gran parte dei rappresentanti sia democratici che repubblicani si opponeva anche in considerazione dell’inesorabile aumento – al ribasso –  della pressione salariale che sarebbe giocoforza scaturito dall’incremento dell’immigrazione illegale, composta per lo più da disperati che in buona parte (e nel migliore) dei casi vengono reclutati dalle società statunitensi ed impiegati senza alcun contratto di lavoro.

A tale scopo, l’amministrazione Clinton ordinò la costruzione di un muro di separazione lungo il confine, che andava così ad aprire il sentiero che il Congresso avrebbe percorso a sua volta con l’approvazione bipartisan del Secure Fence Act del settembre 2006 (a favore del provvedimento votarono anche i senatori democratici Barack Obama ed Hillary Clinton), il quale che decretava la costruzione di 1.100 km di barriere costantemente sorvegliate e militarmente presidiate (filo spinato, droni, elicotteri, contractor messi a disposizione da società discusse come la Blackwater, ora Academi) rivolte a impedire l’entrata illegale di lavoratori messicani.

Ad aggirare il problema ci pensarono i cartelli della droga (quello di Sonora in particolare) operanti nelle regioni di confine, i quali cominciarono a servirsi dei tunnel sotterranei, scavati originariamente allo scopo di introdurre cocaina negli Stati Uniti, per far arrivare illegalmente in territorio statunitense orde di messicani disoccupati destinati ad ingigantire il fardello dell’economia sommersa. Il fenomeno ha rapidamente assunto dimensioni tali da rendere quasi del tutto inefficaci le ricorrenti espulsioni di massa di immigrati clandestini decretate sia dall’amministrazione Bush jr. che da quella guidata da Barack Obama.

Alcune sostanziali modifiche allo status quo sembrano venire dall’effetto sinergico scaturito dall’amalgama tra la crociata contro l’immigrazione illegale lanciata dal presidente Donald Trump e l’impatto sul mondo del lavoro nero prodotto dalla crisi del 2007-2008. Lo scoppio della bolla immobiliare verificatosi poco meno di un decennio addietro ha infatti inflitto un colpo durissimo al settore dell’edilizia; un comparto nel quale, secondo quanto affermato da Stan Marek di Marek Construction, gli immigrati illegali che si accontentano di paghe da fame rappresentano generalmente circa la metà della forza lavoro. Rimasti senza un impiego a causa della catena di fallimenti aziendali indotti dalla crisi, buona parte degli irregolari – per lo più latinos – sono ritornati ai propri Paesi d’origine.

La riapertura dei cantieri incentivata dalla politica ultra-espansiva della Federal Reserve (che è all’origine di una nuova bolla immobiliare) viene ora a coincidere con il giro di vite sull’immigrazione illegale decretato dall’amministrazione Trump, cosa che ha scoraggiato nuovi flussi migratori illegali verso gli Stati Uniti. Si è così venuta a creare una carenza di offerta di manodopera disponibile che, secondo i dati forniti dalla National Association of Home Builders (Nahb), è stata segnalata da qualcosa come il 56% delle società edilizie. Il che ha obbligato i costruttori a garantire salari più alti (del 30% in alcuni casi) e condizioni di lavoro migliori per attrarre il personale necessario. Il fenomeno è considerevole in Texas ed anche nel Maine, dove la restrizione dei visti temporanei di lavoro introdotta all’inizio del 2017 ha sospinto verso l’alto i salari, migliorato qualitativamente le condizioni di lavoro e ridotto sensibilmente la disoccupazione. Tutto si riversa naturalmente sul prezzo delle abitazioni, cresciuto anch’esso in maniera sensibile proprio per effetto delle retribuzioni più elevate e dell’aumento degli straordinari pagati ai lavoratori per ovviare al deficit di forza lavoro disponibile.

Molti ritengono – o sperano – che la tendenza all’aumento salariale diverrebbe strutturale con l’entrata in vigore del Raise Act, un disegno di legge elaborato dai senatori repubblicani Tom Cotton (Arkansas) e David Perdue (Georgia) che mira a ridurre l’immigrazione legale attraverso l’introduzione di criteri selettivi molto più stringenti per il conferimento delle cosiddette ‘green card’. Uno degli osservatori maggiormente critici del provvedimento è Mark Zandi di Moody’s Anaytics, secondo cui «l’unico modo per fare in modo che l’economia statunitense realizzi una crescita fondata su solide basi è quello di incrementare l’immigrazione».

Tra quanti esultano invece di fronte ai primi segnali di cambiamento si segnala il ‘National Economics Editorial’, il quale, oltre ad aver evidenziato la stretta correlazione tra immigrazione e pressione salariale, ha espresso l’opinione secondo cui i dati registrati negli ultimi mesi in riferimento all’andamento delle retribuzioni lavorative costituiscano «una buona notizia per i lavoratori americani, che negli ultimi decenni sono stati colpiti durissimamente. Se il salario reale mediano del lavoratore americano non è aumentato rispetto al livello del 1973, ciò lo si deve anche agli effetti deflazionistici dell’immigrazione clandestina».

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